Dazi, sicurezza, governance della Rai e diritti dei rider: l’opposizione alza il tiro e concentra in poche ore una raffica di accuse contro il governo guidato da Giorgia Meloni. Dal Movimento 5 Stelle al Partito Democratico, il leitmotiv è lo stesso: propaganda, ritardi e scelte politiche che – sostengono – rischiano di produrre danni economici e istituzionali.
Dazi e rapporti con gli Stati Uniti: “Altro che boom, export drogato”
La deputata M5S Chiara Appendino parla senza mezzi termini di “negazionismo economico criminale” nella gestione dell’impatto dei dazi statunitensi. Nel mirino finiscono il ministro delle Imprese Adolfo Urso, il vicepremier e titolare della Farnesina Antonio Tajani e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani.
Appendino ironizza sulla “reattività italiana” rivendicata da Tajani: “Per le imprese che bruciano margini e risparmi pur di non perdere i clienti non è un’opportunità, ma una disperazione”. L’immagine evocata è quella del naufrago invitato a migliorare lo stile di nuoto mentre affoga.
Quanto ai rapporti privilegiati con l’ex presidente americano Donald Trump, rivendicati da Ciriani, l’esponente M5S li definisce un “privilegio singolare”, sostenendo che l’accordo sui dazi sarebbe “capestro” e contestato perfino negli Stati Uniti.
Sul fronte dei numeri, il Movimento 5 Stelle contesta la narrazione del +7,2% dell’export italiano verso gli Usa nel 2025, parlando di incremento “drogato” dall’anticipo degli ordini prima dell’entrata in vigore delle tariffe e dal trasferimento dei costi sui prezzi finali, ove possibile. Secondo Appendino, molte imprese avrebbero invece dovuto comprimere i margini per non perdere quote di mercato. Il surplus commerciale con Washington, aggiunge, sarebbe sceso da 38 a 34 miliardi.
La conclusione è un atto d’accusa più ampio: “Crescita zero, tre anni di calo della produzione industriale, salari reali fermi, aumento della cassa integrazione e delle procedure fallimentari”. Per il M5S, la retorica del “boom export” servirebbe a coprire un indebolimento strutturale del manifatturiero.
Sicurezza e caso Rogoredo: “Capitolazione politica”
La stessa Appendino attacca poi Meloni e il vicepremier Matteo Salvini sul terreno della sicurezza. La vicenda di Rogoredo – su cui sono emerse responsabilità a carico di un agente dopo le prime difese d’ufficio – viene indicata come esempio di “slogan recitati prima di accertare i fatti”.
L’accusa è duplice: da un lato una reazione politica frettolosa, dall’altro un decreto sicurezza che includerebbe uno “scudo penale” contestato. Appendino richiama la presa di posizione dei sindacati di polizia, secondo cui le forze dell’ordine non chiederebbero privilegi ma un rafforzamento della copertura delle spese legali per i procedimenti legati al servizio. Una misura che il M5S sostiene da mesi.
Rai e Media Freedom Act: “Non è Telemeloni”
Sul fronte dell’informazione pubblica interviene il responsabile Informazione del Pd Sandro Ruotolo, che accusa la maggioranza di trattare la RAI come una “proprietà privata”.
Nel mirino ci sono il rinvio dell’audizione dell’amministratore delegato e i ritardi nell’adeguamento al Media Freedom Act europeo. Per Ruotolo, si tratterebbe di una scelta politica precisa: mantenere il controllo sulla governance e sull’indirizzo informativo. “La Rai appartiene ai cittadini che pagano il canone, non a chi governa pro tempore”, afferma, evocando il rischio di uno scivolamento verso una tv “di regime”.
Rider e piattaforme: “Non è innovazione, è sfruttamento”
Il Partito Democratico interviene anche sul lavoro digitale con il responsabile Economia Antonio Misiani. Dopo il controllo giudiziario disposto dalla Procura di Milano per Deliveroo, che segue il caso Glovo, Misiani parla di “fatto gravissimo”.
Secondo l’impianto accusatorio, migliaia di rider avrebbero lavorato con compensi inferiori alla soglia di povertà e ai minimi contrattuali, in violazione – se confermata – dell’articolo 36 della Costituzione. Il modello delle piattaforme, sostiene il Pd, avrebbe scaricato il rischio d’impresa su lavoratori formalmente autonomi ma sostanzialmente eterodiretti, sottoposti ad algoritmi e penalizzazioni.
La ricetta democratica è articolata: salario minimo legale per impedire compensi “sotto la soglia di dignità”, rafforzamento delle tutele per il lavoro tramite piattaforma (assicurazioni, contribuzione piena, rappresentanza sindacale) e controlli più stringenti contro il “caporalato digitale”.
“La transizione digitale deve andare di pari passo con la giustizia sociale”, conclude Misiani. Un messaggio che riassume la linea delle opposizioni: innovazione e crescita non possono essere disgiunte da legalità, pluralismo e diritti del lavoro.
