Una sentenza che segna un precedente giuridico e politico. Il Tribunale di Bari ha condannato dodici militanti baresi di Casapound per riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista, riconoscendo per la prima volta in Italia la violazione degli articoli 1 e 5 della legge Scelba nei confronti di esponenti dello storico movimento di estrema destra. Per tutti è stata disposta anche l’interdizione dai pubblici uffici e la privazione dei diritti politici per cinque anni.
Le pene variano da un anno e sei mesi a due anni e sei mesi di reclusione. In particolare, cinque imputati sono stati condannati a un anno e mezzo; per altri sette la pena è salita a due anni e mezzo anche in ragione della condanna per lesioni personali. Il collegio ha escluso l’aggravante della premeditazione e ha assolto altri cinque imputati dall’accusa di riorganizzazione del partito fascista con la formula “per non aver commesso il fatto”.
L’aggressione del 2018 nel quartiere Libertà
Il processo trae origine dai fatti del 21 settembre 2018, quando nel quartiere Libertà di Bari un gruppo di militanti antifascisti venne aggredito al rientro da un corteo. La manifestazione si era svolta otto giorni dopo la visita nel capoluogo pugliese dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, in un clima politico particolarmente teso.
Secondo l’impianto accusatorio accolto dal Tribunale, l’episodio non si sarebbe esaurito in una semplice aggressione, ma si inserirebbe in un contesto più ampio di propaganda e organizzazione riconducibile all’ideologia fascista, tale da integrare gli estremi della riorganizzazione vietata dalla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione e disciplinata dalla legge Scelba del 1952.
La legge punisce non solo la ricostituzione formale del partito fascista, ma anche ogni organizzazione che persegua finalità antidemocratiche proprie del fascismo, esaltandone principi, metodi o simboli. È su questo terreno che la sentenza barese si distingue: per la prima volta, un tribunale ha ritenuto che l’attività di militanti di Casapound integrasse quella fattispecie di reato.
Risarcimenti e parti civili
Oltre alle pene detentive e all’interdizione dai diritti politici, i dodici condannati dovranno risarcire le parti civili costituite nel processo: le vittime dell’aggressione — l’allora europarlamentare di Rifondazione Comunista Eleonora Forenza e il suo assistente Antonio Perillo, Giacomo Petrelli di Alternativa Comunista e Claudio Riccio di Sinistra Italiana — insieme all’Anpi, a Rifondazione Comunista, al Comune di Bari e alla Regione Puglia.
All’esterno del Palazzo di Giustizia, come già accaduto in occasione delle precedenti udienze del procedimento avviato nel 2022, si è svolto un presidio antifascista con bandiere dell’Anpi. Una presenza costante che ha accompagnato l’intero iter giudiziario, trasformando il processo in un banco di prova simbolico sul rapporto tra libertà di espressione, organizzazione politica e limiti imposti dall’ordinamento repubblicano.
Le reazioni politiche
Soddisfazione è stata espressa da Rifondazione Comunista, che si era costituita parte civile. «Siamo soddisfatti perché auspicavamo che finalmente una sentenza chiarisse che Casapound è un gruppo neofascista che va sciolto, come prevede la dodicesima disposizione transitoria della Costituzione», ha dichiarato il segretario nazionale Maurizio Acerbo. «Un’aggressione di tipo squadristico meritava una sanzione di questo tipo. Non è il primo episodio in cui sono coinvolti militanti di Casapound. Continueremo nelle strade e nei tribunali a difendere i principi dell’antifascismo sanciti dalla Costituzione nata dalla Resistenza».
La sentenza barese è destinata ad alimentare il dibattito nazionale sul perimetro applicativo della legge Scelba e sulla possibilità di scioglimento delle organizzazioni ritenute neofasciste. In attesa delle motivazioni, che chiariranno nel dettaglio l’impianto argomentativo del Tribunale, il verdetto rappresenta già un punto di svolta: non solo per le responsabilità individuali accertate, ma per il riconoscimento giudiziario di una continuità ideologica ritenuta incompatibile con l’ordinamento democratico repubblicano.
