A cura di Gilberto Borzini
Per onestà intellettuale bisogna affermare che la psicoanalisi freudiana non ha prodotto risultati straordinari né sotto il profilo terapeutico né sotto quello scientifico. La psicoanalisi, infatti, non è una scienza dimostrabile né fondata su assunti riproducibili, e ogni caso deve essere gestito come una singolarità, seppur all’interno di massimi sistemi teorici definiti.
Che abbia mai realmente “guarito” qualcuno è altrettanto difficile da dimostrare, soprattutto in assenza di una definizione condivisa di “guarigione” nel caso del paziente nevrotico. Il più delle volte, infatti, il compito dell’analista consiste nel riportare il soggetto entro un ambito di omologazione alle attese sociali, in un equilibrio instabile tra le proprie pulsioni (principio di piacere) e le esigenze del mondo esterno (principio di realtà).
Disagio e alienazione
Poco è cambiato, a oltre un secolo da Freud, in termini di disagio e alienazione. Se il medico viennese individuava il disagio nella repressione dell’Eros, oggi esso ha assunto forme più evolute e complesse, configurandosi come repressione delle forme del Cratos: il potere desiderato dall’Es originario e dalle sue aspirazioni, tra le quali rientra anche l’Eros.
La repressione dell’aspirazione al potere e al controllo nella vita contemporanea si manifesta tanto nella precarietà economica quanto nell’irrilevanza – reale o presunta – politica e sociale. Se in epoca freudiana la repressione della carica erotica colpiva prevalentemente la componente femminile della società, oggi la repressione dell’aspirazione al potere si esercita sull’intera popolazione.
Se l’alienazione freudiana poteva essere posta in dialogo critico con quella teorizzata da Marx, oggi l’alienazione assume la forma di una diffusa sensazione di disappartenenza, di distanza e di estraneità dal mondo esterno, rispetto a un sé definito dal proprio corpo e dalle sue estensioni tecnologiche.
Siamo passati, così, dal Disagio della civiltà di Freud a una più ampia e pervasiva Era del disagio.
Capitalismo e filosofia
Freud attribuiva l’origine delle nevrosi alla repressione della carica erotica, sublimata nelle attività performative del lavoro e della partecipazione sociale. Ma che dire di quanto accade oggi, quando il polimorfismo dell’Eros viene esplicitato e, paradossalmente, sostenuto dall’economia dominante?
L’assimilazione del polimorfismo erotico da parte del sistema economico ha sottratto alla filosofia post-freudiana, in particolare a quella che fece capo a Marcuse negli anni Sessanta, una rilevante capacità critica.
Così, mentre nel 1955 Marcuse pubblicava Eros e civiltà. Un’analisi della filosofia di Freud (uscito in Italia per Einaudi nel 1964), oggi ci troviamo a parlare di Eros e inciviltà, della fine della filosofia nella società liquida. Alla facilità di consumo dell’esperienza erotica si è infatti affiancata una progressiva diminuzione dell’attività filosofica.
Nel paradosso solo apparente del capitalismo contemporaneo, se a quello industriale – fondato su una classe operaia alienata e produttiva – era necessaria la repressione della pulsione erotica, al capitalismo finanziario, segnato dalla riduzione del lavoro generata dalla tecnologia, risulta funzionale il polimorfismo erotico come area di sfogo tanto delle pulsioni erotiche (Eros) quanto di quelle distruttive (Cratos).
L’obiettivo del capitale non è la repressione, ma la canalizzazione delle pulsioni entro modelli capaci di generare profitto, come avviene, ad esempio, attraverso le piattaforme pornografiche e la relativa industria.
In questo quadro appare di particolare interesse il passaggio dal concetto marxiano di feticismo delle merci – cui Freud contrapponeva la sublimazione di specifiche zone erogene – all’attuale feticismo autoreferenziale del consumatore contemporaneo. Il narcisismo dell’essere consumatori, e al tempo stesso merci, in un sistema fondato sui Big Data, rende i parametri individuali la vera posta in gioco del sistema economico.
Si tratta, a ben vedere, di una vera rivoluzione copernicana che impone una riflessione filosofica seria e non eludibile.
La repressione della filosofia
Marcuse aveva ragione nel criticare Freud per aver identificato il principio di realtà con la specifica forma storica di repressione della società borghese del suo tempo, confinando l’analisi in una sfera esclusivamente psicologica e trascurando quella politica, economica e filosofica. Freud, peraltro, ne era consapevole e nei suoi carteggi emerge chiaramente la volontà di circoscrivere il proprio ambito di indagine a quello per lui più redditizio.
La critica marcusiana si concentrò poi sul ruolo di mediazione dello psicoanalista tra nevrosi e società: un ruolo orientato a rendere il paziente consenziente rispetto alle regole del mondo piuttosto che a liberarlo dalle imposizioni del mondo stesso. In altri termini, un ruolo di vero e proprio addomesticatore sociale.
Non è un caso che la psicoanalisi abbia conosciuto particolare successo nelle capitali del capitalismo – basti pensare alla filmografia di Woody Allen – né che l’attuale modello economico, attraverso la liberalizzazione dell’Eros e una comunicazione priva di profondità critica (come quella dei social media), abbia progressivamente svuotato la filosofia della sua carica sovversiva.
La filosofia, in quanto attività speculativa e critica, viene percepita dall’economia finanziaria come un ostacolo a un potere che tende al totalitarismo. Non è dunque casuale che, nelle grandi librerie urbane, gli scaffali dedicati alla filosofia si assottiglino insieme ai titoli disponibili.
Umanesimo post-freudiano
Non è difficile riconoscere in Freud uno dei giganti del pensiero del Novecento, pur nei limiti evidenziati da Marcuse e nelle successive diramazioni teoriche, da Jung a Groddeck.
Il pensiero freudiano continua a influenzare tanto l’ambito clinico quanto quello sociologico e, indirettamente, quello politico, dove restano attuali le analisi contenute in Psicologia delle masse.
Da Freud ha avuto origine un più ampio umanesimo che integra dimensioni psicologiche e sociologiche in un unicum imprescindibile, restituendo alla filosofia un vasto terreno di analisi e di critica. Un terreno oggi poco coltivato e inevitabilmente non conforme, poiché le forme di repressione operate dal capitale si sono moltiplicate, a partire dalla precarizzazione esistenziale.
Si concede ampio accesso al principio di piacere, purché non venga ostacolato il principio di realtà che, proprio da quel piacere, continua a estrarre valore.
Il nuovo umanesimo, pertanto, non può che porsi come radicalmente non omologo e non partecipe del capitalismo.
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