16 Agosto 2026, domenica
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Var senza bussola: quando la tecnologia smette di aiutare il calcio

Tra interpretazioni ballerine, protocolli disattesi e interventi incomprensibili, la tecnologia nata per ridurre gli errori rischia di amplificarli. E di trasformare le partite in una lotteria.

Il Var doveva essere un alleato silenzioso, un correttore discreto degli errori più evidenti. Gli arbitri in campo, per principio e per protocollo, avrebbero dovuto mantenere l’ultima parola. La tecnologia, regolata da linee guida precise – magari perfettibili, ma chiare – avrebbe dovuto servire a rendere il calcio più giusto, più comprensibile, meno ostaggio delle polemiche infinite che per anni hanno avvelenato il dibattito tra dirigenti, allenatori, calciatori e tifosi.

A metà esatta della stagione 2025-2026, però, il quadro che emerge racconta tutt’altro. Il Var, e più in generale l’uso della tecnologia applicata all’arbitraggio, sembra aver perso la rotta. Non si tratta più di singoli episodi controversi o di proteste di parte: siamo di fronte a un problema strutturale, che investe il sistema nel suo complesso e pone una domanda semplice quanto urgente: così com’è, può ancora funzionare?

Basta ripercorrere quanto accaduto nell’ultima giornata di Serie A per rendersi conto del cortocircuito in atto. In Lazio-Fiorentina, una trattenuta in area può essere rigore o non esserlo (Pongracic su Gila), mentre un contatto leggero sul piede (Gila su Gudmundsson) può improvvisamente assumere un peso decisivo, o risultare irrilevante. In Napoli-Verona, un fallo di mano potenzialmente punibile viene annullato dalla presenza di un precedente contatto dell’attaccante sul difensore (Valentini su Buongiorno), secondo una lettura che lascia perplessi e alimenta ulteriori dubbi.

Il problema non è soltanto la discutibilità dei fischi in campo, da sempre parte del gioco. È l’incoerenza negli interventi del Var, o nei suoi silenzi, a generare disorientamento. Le immagini ci sono, le dinamiche sono visibili, eppure l’esito finale resta imprevedibile. A parità di situazione, una decisione può essere ribaltata o confermata senza che emerga una logica riconoscibile. Il risultato è una sensazione diffusa: tutto può essere e non essere allo stesso tempo.

Siamo andati oltre la normale dialettica tra arbitri e squadre. Qui il nodo è sistemico. La somma delle decisioni – e delle non decisioni – produce una confusione tale da trasformare ogni check Var in una sorta di estrazione a sorte. Anche davanti al replay, tifosi e addetti ai lavori non riescono più ad anticipare quale interpretazione prevarrà. Il messaggio che passa è devastante: le regole esistono, ma la loro applicazione è così elastica da diventare aleatoria.

Anziché ridurre la discrezionalità del singolo arbitro, il Var l’ha moltiplicata. Oggi il margine di errore non è più affidato a una sola persona, ma alla complessa interazione tra arbitro, assistenti, Var e Avar, ciascuno con una propria sensibilità e una propria lettura del protocollo. Una catena decisionale che, invece di rafforzare la certezza del diritto sportivo, finisce per indebolirla.

Una correzione rapida e profonda non è più rinviabile. Servono criteri più stringenti, interpretazioni uniformi e, soprattutto, la volontà di restituire coerenza al sistema. In caso contrario, il rischio è evidente: il calcio smette di essere governato dalle regole e dalla loro applicazione e scivola verso una dimensione sempre più simile al gioco d’azzardo, dove l’esito dipende da una combinazione casuale – o, nelle letture più maliziose, arbitraria – di fattori accidentali. Un destino che questo sport, e chi lo ama, non può permettersi.

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