16 Agosto 2026, domenica
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Dazi Usa sulla pasta, La Molisana si prepara alla contromossa: “Pronti ad aprire uno stabilimento negli Stati Uniti”

L’azienda di Campobasso sotto accusa per presunto dumping: dazi al 107% dal 2026 metterebbero in ginocchio l’export. L’ad Ferro: “Accuse infondate, la procedura è viziata. Serve un passo indietro da Washington. L’Europa sia pronta a reagire”.

Roma – In ballo c’è molto più di un piatto di pasta. La tensione commerciale tra Stati Uniti e Italia si riaccende attorno a un prodotto simbolo del Made in Italy: la pasta di grano duro, oggi finita nel mirino delle autorità americane con l’ennesima accusa di dumping. A fare da catalizzatore delle polemiche è La Molisana, storico pastificio di Campobasso con oltre un secolo di storia alle spalle e un forte posizionamento internazionale, che si dice pronta a reagire anche con decisioni drastiche, come l’apertura di uno stabilimento produttivo direttamente negli USA.

A lanciare l’allarme è stato l’amministratore delegato Giuseppe Ferro, che ha parlato con toni chiari e diretti: “Le accuse di dumping sono infondate. Abbiamo sempre operato nel rispetto delle regole. Se entreranno in vigore dazi del 107%, sarà impossibile continuare a esportare”.

Una nuova offensiva protezionistica

Il caso riguarda una nuova procedura antidumping avviata dal Dipartimento del Commercio statunitense, che ha colpito tredici pastifici italiani, tra cui La Molisana e Garofalo, accusati di vendere il proprio prodotto a prezzi “ingiustamente bassi” sul mercato americano. Per La Molisana, l’aliquota provvisoria proposta supera il 107% del valore del prodotto, un livello ritenuto non solo insostenibile ma anche sproporzionato rispetto ai casi precedenti.

La prima indagine si era chiusa con un margine dello 0% – il massimo riconoscimento della correttezza – e la seconda con l’1,6%. Questa volta siamo passati al 91%, poi corretto al 107%. Una cifra fuori scala, costruita senza una reale analisi dei dati”, ha spiegato Ferro, aggiungendo che la decisione è stata presa senza verifiche in loco, nonostante l’azienda avesse richiesto formalmente un’ispezione presso i propri impianti.

Il peso dell’export e la minaccia all’intero settore

L’export negli Stati Uniti rappresenta circa l’11% del fatturato di La Molisana, che oggi esporta in oltre 120 Paesi nel mondo. Ma il problema, come sottolinea l’amministratore delegato, non riguarda un solo marchio: “Siamo tredici aziende nella stessa condizione. La questione tocca l’intera filiera della pasta italiana di qualità”.

Il meccanismo che ha innescato la procedura, spiega l’azienda, nasce da istanze presentate da produttori americani. Un sistema previsto dalla normativa statunitense, ma che – secondo La Molisana – rischia di diventare uno strumento di protezionismo mascherato, capace di alterare la concorrenza a danno delle imprese straniere corrette e competitive.

L’apertura a un sito produttivo negli USA

In attesa di capire quale sarà l’esito della procedura – che dovrebbe concludersi entro la fine del 2025 – La Molisana valuta anche l’ipotesi di aprire uno stabilimento di produzione direttamente negli Stati Uniti, per aggirare l’effetto dei dazi.

È una possibilità concreta”, ha dichiarato Ferro. “Ma non è la nostra strada preferita. Speriamo ancora in un passo indietro dell’amministrazione americana. Intanto voglio ringraziare i ministri Antonio Tajani e Francesco Lollobrigida per essersi mossi con rapidità ed efficacia, portando il caso all’attenzione dei tavoli internazionali”.

L’Unione Europea: “Pronti a intervenire”

Sulla questione è intervenuta anche la Commissione europea, attraverso il portavoce del commissario per il Commercio Olof Gill, che ha confermato che Bruxelles sta seguendo il dossier in coordinamento con il governo italiano e ha aperto un canale diretto con le autorità statunitensi.

Si tratta di un’indagine antidumping e, pertanto, non rientra direttamente nell’ambito dell’accordo transatlantico Ue-Usa sui dazi”, ha precisato Gill, “ma se emergeranno elementi di scorrettezza, l’Unione è pronta a intervenire per tutelare gli interessi delle imprese europee”.

La Commissione ha quindi confermato la propria disponibilità a verificare la legittimità e la correttezza della procedura americana, e a valutare eventuali azioni difensive nel quadro degli strumenti previsti dal diritto internazionale.

Dumping o protezionismo?

Alla base della contesa c’è una questione cruciale: è legittimo parlare di dumping in presenza di aziende che operano secondo logiche di mercato e nel pieno rispetto delle normative? Per Giuseppe Ferro la risposta è netta: “Non c’è alcuna pratica sleale. Le accuse rivolte a noi, come a tanti altri pastifici italiani, non trovano riscontro nei fatti. Non è cambiato nulla nelle nostre procedure rispetto al passato: abbiamo agito sempre con trasparenza e correttezza”.

Secondo La Molisana, il rischio è che dietro le denunce si celi una strategia protezionistica interna agli Stati Uniti, motivata più da interessi economici locali che da reali squilibri commerciali.

L’industria della pasta come patrimonio nazionale

La vicenda ha riacceso anche in Italia il dibattito sulla tutela del comparto agroalimentare, che rappresenta uno degli assi portanti del Made in Italy nel mondo. La pasta, in particolare, è da sempre prodotto simbolo della qualità e della tradizione alimentare italiana, e il suo valore economico è tutt’altro che trascurabile: solo nel 2023, l’export ha superato i 3,5 miliardi di euro, con gli Stati Uniti tra i principali mercati di riferimento.

Un dazio del 107%, se confermato, avrebbe effetti devastanti: non solo sul piano commerciale, ma anche sull’occupazione, sulle filiere agricole collegate e sull’immagine dell’Italia nel mondo.

Una partita ancora aperta

La Molisana, forte di oltre cento anni di attività e di una distribuzione internazionale consolidata, non intende indietreggiare. Il messaggio dell’azienda è chiaro: difendere la pasta italiana non è solo una questione di business, ma di principio. E in questa battaglia, che coinvolge valori economici, culturali e geopolitici, servirà un fronte unito tra imprese, istituzioni e Unione europea.

La scadenza del gennaio 2026 incombe, ma la partita è tutt’altro che chiusa. E il futuro di una delle eccellenze più riconosciute del Paese si gioca anche, ancora una volta, sulle rotte globali del commercio.

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