Il conflitto nella Striscia di Gaza, entrato ormai nel suo undicesimo mese, conosce in queste ore un nuovo, drammatico picco di tensione, ma non soltanto sul piano militare. Al centro dell’attenzione mediatica e politica israeliana non c’è solo il confronto armato con Hamas, ma anche — e forse soprattutto — l’emergere di una frattura interna senza precedenti tra la leadership politica e ampi settori dell’opinione pubblica, delle famiglie degli ostaggi e persino dell’establishment della sicurezza nazionale.
In un momento in cui il primo ministro Benjamin Netanyahu afferma pubblicamente che Israele ha “preso la decisione di occupare la Striscia di Gaza”, il Forum delle Famiglie degli Ostaggi esprime in maniera sempre più esplicita la propria rabbia e disillusione. “Netanyahu sta portando Israele e gli ostaggi alla rovina”, si legge in un comunicato diffuso dal Forum, che accusa il premier di aver orchestrato “la più grande truffa possibile”, facendo uso strumentale di dichiarazioni ripetitive e illusorie per sedare l’opinione pubblica e rinviare un accordo concreto per il rilascio dei prigionieri israeliani ancora detenuti da Hamas.
Tra le voci più strazianti, quella di Einav Zangauker, madre di Matan, uno dei 50 ostaggi israeliani ancora in mano all’organizzazione palestinese. Le sue parole evocano un’immagine cupa, tragica, che rievoca pagine nere della storia ebraica: “La leadership politica ha deciso di attuare la ‘soluzione finale’ su mio figlio e sugli altri ostaggi”. Una frase estrema e dolorosa, che testimonia quanto sia profonda la frattura tra parte della società israeliana e chi ne detiene oggi le leve del potere.
Ma la critica non viene solo dalla società civile o da gruppi attivisti. In un fatto senza precedenti nella recente storia dello Stato di Israele, una coalizione di venti ex alti funzionari della sicurezza nazionale — tra cui ex capi di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ex direttori del Mossad e dello Shin Bet, ex commissari della polizia e persino l’ex primo ministro Ehud Barak — ha pubblicato un videomessaggio congiunto per chiedere la fine immediata della guerra.
Secondo questa autorevole e variegata compagine, le motivazioni che oggi prolungano il conflitto non rispondono più a criteri strategici o militari, ma sarebbero dettate da calcoli politici, legati alla sopravvivenza dell’attuale esecutivo e alla gestione del dissenso interno. “Israele ha accumulato più perdite che vittorie”, dichiarano i firmatari, sostenendo che i combattimenti avrebbero potuto e dovuto concludersi da tempo. La loro richiesta è chiara: cessate il fuoco permanente e accordo complessivo sugli ostaggi.
A rendere ancora più incandescente la situazione vi è un episodio avvenuto in Cisgiordania, dove la tensione tra coloni israeliani e popolazione palestinese è nuovamente esplosa in modo tragico. L’attivista Awdah Hathaleen, impegnato nella resistenza non violenta contro l’occupazione, è stato ucciso da un colono israeliano. L’uomo, noto anche per aver partecipato alla realizzazione del documentario No Other Land, è considerato una figura simbolica della lotta civile palestinese. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, le autorità israeliane non hanno ancora restituito il corpo alla famiglia. Una scelta che, secondo Fathi Nimer, co-direttore del Palestinian Policy Network Al-Shabaka, rappresenterebbe una forma deliberata di pressione psicologica per “spezzare lo spirito” non solo della famiglia di Hathaleen, ma dell’intera comunità a cui apparteneva.
L’accumulo di questi eventi — le accuse del Forum degli ostaggi, l’appello dei vertici della sicurezza, la gestione controversa del corpo di un attivista ucciso — compone il ritratto di un Paese attraversato da una crisi morale e istituzionale profonda. A Gaza, si continua a combattere. Ma il fronte più instabile sembra oggi essere quello interno, dove l’autorità politica appare sempre più isolata, mentre si allarga la crepa che separa la dirigenza dal suo stesso popolo.
In questa fase cruciale, le scelte del governo Netanyahu non stanno soltanto definendo il futuro del conflitto con Hamas, ma il futuro stesso dell’identità democratica e civile dello Stato d’Israele.
