6 Ottobre 2026, martedì
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Caso Almasri, il Tribunale dei ministri chiede il giudizio per Nordio e Piantedosi: archiviazione per Meloni

Il collegio giudicante esclude la premier Giorgia Meloni dalla responsabilità nel caso del trafficante torturatore espulso dall’Italia. Ma chiede l’autorizzazione a procedere per il ministro dell’Interno, quello della Giustizia e il sottosegretario alla Presidenza. Si apre un nuovo fronte tra politica e giustizia.

Nel caso che ha suscitato interrogativi profondi sul rispetto dello Stato di diritto e sull’equilibrio tra sicurezza e legalità, il Tribunale dei ministri ha concluso il proprio esame preliminare sull’espulsione del trafficante torturatore Almasri. La decisione arriva con una duplice valenza: da una parte, l’archiviazione della posizione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni; dall’altra, la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.

È la stessa presidente Meloni a rendere pubblica la notizia, affidandola – come ormai d’abitudine – ai social network. In un lungo post, il capo del governo non solo difende l’operato dell’intero esecutivo, ma definisce “assurda” la logica secondo cui si procederebbe contro tre dei suoi principali collaboratori, escludendo proprio colei che, per funzione e per prassi, guida e coordina ogni decisione governativa di rilievo.

“Questo governo agisce in modo coeso sotto la mia guida: ogni scelta, soprattutto così importante, è concordata”, afferma Meloni. “È quindi assurdo chiedere che vadano a giudizio Piantedosi, Nordio e Mantovano, e non anche io, prima di loro”.

La premier definisce la ricostruzione giudiziaria “palesemente assurda” e contesta il presupposto su cui si fonderebbe l’archiviazione a suo favore: ovvero, che non sarebbe stata preventivamente informata della decisione di espellere Almasri, e che quindi non avrebbe contribuito a rafforzare il presunto programma criminoso.

“Si sostiene che due autorevoli ministri e il sottosegretario da me delegato all’intelligence abbiano agito su una vicenda così seria senza aver condiviso con me le decisioni assunte”, prosegue Meloni. “È una tesi che non sta in piedi”.

La decisione del Tribunale dei ministri arriva con mesi di ritardo rispetto ai tempi previsti dalla legge, come sottolinea la stessa presidente del Consiglio, e in un clima di crescente tensione istituzionale. Il procedimento, infatti, era iniziato oltre sei mesi fa, e ha seguito un percorso segnato da indiscrezioni, fughe di notizie e polemiche politiche. Non si conoscono al momento i dettagli completi del provvedimento, ma è certo che la decisione – se confermata – aprirà un nuovo delicato fronte tra giustizia e governo.

Il Viminale, per ora, si limita a precisare attraverso fonti riservate che il ministro Piantedosi non ha ancora ricevuto alcuna notifica formale da parte del Tribunale dei ministri. Nessun commento ufficiale è stato rilasciato.

Il ministro Nordio, da parte sua, non ha per il momento replicato pubblicamente, ma è verosimile che, nei prossimi giorni, la vicenda diventi oggetto di confronto politico, anche in Parlamento, specie qualora il Parlamento dovesse effettivamente essere chiamato a pronunciarsi sull’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri.

A sostenere pubblicamente la premier è intervenuto Matteo Salvini, vicepremier e leader della Lega, che ha colto l’occasione per attaccare l’opposizione: “Alla faccia dei ‘non ricordo’ degli smemorati Conte e Toninelli sugli sbarchi dei clandestini… Avanti insieme a testa alta, non ci fermeranno”.

Il riferimento è alla gestione dei flussi migratori durante i governi precedenti, tema sempre caldo e divisivo nel dibattito politico nazionale. Tuttavia, la questione Almasri va ben oltre il perimetro della retorica sull’immigrazione. Al centro vi è la questione delle garanzie individuali, della legittimità degli atti di espulsione per motivi di sicurezza, del ruolo dei servizi e, soprattutto, della responsabilità politica e penale dei vertici istituzionali.

La decisione del Tribunale dei ministri, che ha escluso Meloni dalla responsabilità, potrebbe apparire come un tentativo di tracciare una linea netta tra responsabilità individuali e funzione di indirizzo politico. Ma sarà proprio questa separazione a costituire – con ogni probabilità – il fulcro delle polemiche e delle strategie difensive.

Se infatti i ministri e il sottosegretario hanno agito in autonomia, come sostiene l’organo giudicante, allora il tema diventa quello dell’autonomia delle scelte ministeriali rispetto alla guida politica dell’esecutivo. Se, al contrario, le decisioni sono state condivise collegialmente, come rivendica la presidente del Consiglio, allora l’archiviazione della sua posizione potrebbe apparire come una forzatura.

In ogni caso, l’eventuale processo a carico di Nordio, Piantedosi e Mantovano rischia di diventare un caso politico di primo piano, tanto più in una fase in cui l’equilibrio tra poteri dello Stato è oggetto di accese discussioni. E in cui la riforma della giustizia, portata avanti dallo stesso ministro Nordio, è sotto i riflettori.

L’impressione è che il caso Almasri non si concluderà rapidamente. I giudici avranno la loro parola, ma la politica – come spesso accade – si è già mossa per orientare il dibattito. In gioco vi è non solo la sorte giudiziaria di tre figure chiave del governo, ma anche la coesione dell’esecutivo e la narrazione di legalità e fermezza che l’attuale maggioranza ha sempre rivendicato come tratto distintivo.

A fronte di omissioni, reticenze e una gestione opaca delle responsabilità, la trasparenza dei prossimi passaggi sarà determinante per restituire chiarezza a una vicenda che tocca il cuore dello Stato di diritto. E se anche il “testa alta” rivendicato dalla maggioranza appare come un riflesso istintivo, sarà la magistratura – e forse anche il Parlamento – a richiamare tutti alla concretezza dei fatti.

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