A cura di Daniele Cappa
Ci sono momenti, nella vita politica di un partito, in cui fare autocritica non è solo un atto di coraggio, ma una necessità storica. È quanto accaduto nel Movimento 5 Stelle con le parole pronunciate da Giuseppe Conte in una recente intervista televisiva: “Uno vale uno? È stato un grande errore”. Un’ammissione limpida, netta, che rompe il silenzio di comodo intorno a uno slogan che ha rappresentato molto più di un semplice motto. È stato un totem ideologico, il cuore identitario del primo M5S.
Conte, con onestà intellettuale rara nel panorama politico italiano, ha deciso di affrontare quel principio alla radice, riconoscendone la forza simbolica ma anche la debolezza strutturale. Perché no, nel governo della cosa pubblica uno non vale uno. Servono competenze, preparazione, etica, visione. E servono strumenti per selezionare una classe dirigente all’altezza del compito.
Ma la svolta non è solo del leader. Le sue parole trovano eco e condivisione all’interno dell’intero impianto del Movimento. A partire dai coordinatori territoriali, spesso i primi a dover fronteggiare, nel concreto, i limiti di una selezione “orizzontale” senza filtri. In molte realtà locali, dove l’entusiasmo aveva sostituito l’esperienza, la scarsità di competenze ha prodotto immobilismo, quando non errori. Lo riconoscono ora anche gli eletti, i portavoce, gli amministratori che hanno vissuto dall’interno quella fase. Ed è sintomatico che il presidente del Movimento, Giuseppe Conte, non parli più come guida solitaria, ma come sintesi di una nuova consapevolezza collettiva.
“Non disconosciamo i principi del passato, ma ora sappiamo che servono strumenti di formazione e selezione”, ha detto ancora Conte. Da qui la creazione di una scuola politica, l’introduzione di percorsi di crescita per chi vuole contribuire al progetto. È una risposta alla lezione appresa sul campo: la partecipazione va benissimo, ma non può prescindere dalla competenza. La democrazia diretta è una suggestione affascinante, ma ha bisogno di fondamenta solide. E nel tempo del disincanto e della complessità, è un bene che il Movimento 5 Stelle abbia deciso di affrontare i propri limiti invece di nasconderli.
Questo cambio di rotta non è una sconfessione del passato, ma un atto di maturità. Giuseppe Conte non è nuovo a questa visione: fin dall’inizio del suo impegno politico, si è circondato di persone competenti, professionisti e figure con solide basi culturali e istituzionali. La sua leadership, pur nata in un contesto movimentista, ha sempre puntato a portare serietà, metodo e preparazione nella macchina politica. Oggi, con lucidità, rilancia questa esigenza come fondamento imprescindibile per il futuro del Movimento. Perché una politica credibile, all’altezza delle sfide contemporanee e capace di confrontarsi con una società in rapida trasformazione, non può più permettersi improvvisazioni. Serviranno sempre più competenze, studio, responsabilità. E questa consapevolezza, che oggi si fa linea politica condivisa, è la premessa per un domani più maturo e affidabile.
È un passaggio importante. Che andrebbe riconosciuto e valorizzato, anche da chi non ha mai condiviso il progetto grillino. Perché in un Paese che troppo spesso premia il trasformismo e la retorica vuota, riconoscere i propri errori è un atto che fa notizia. E, anche sperare.
