5 Agosto 2021, giovedì
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La Bellezza che mai ebbe terrore di un Virus

Ecco il verso della “bellezza” Architettonica in un momento triste turisticamente parlando che limita gli spostamenti, limita la libertà e limita la gioia degli occhi.

Ora anche la nostra turistica Italia architettonica, espressione artistica tra le nazioni più visitate al mondo, ha la mascherina che la copre.

La Bellezza non ha paura di Virus o di Batteri ma ha terrore degli occhi che la giudicano.

Il tema della bellezza è estremamente controverso, ma è davvero possibile darne una definizione univoca?

Il dibattito ebbe inizio con Platone e ancora oggi è aperto;

Nel trattato De architettura, Marco Vitruvio Pollione, fondatore dell’architettura occidentale propose la celebre triade firmitas, utilitas e venustas, volendo intendere che in ogni costruzione si deve tener conto della solidità, dell’utilità e della bellezza.

Se per Vitruvio la bellezza è radicata nella simmetria, il Movimento moderno e le avanguardie, elevano il suo opposto, l’asimmetria, a vera e propria regola compositiva, Zaha Hadid, Gehry hanno creato, con le loro linee, estremamente riconoscibili, un nuovo mito di bellezza.

Dunque è ancora possibile affermare che esiste una bellezza oggettiva?

La bellezza oggettiva implica dei canoni che restano validi in un tempo più o meno limitato in funzione di un preciso contesto culturale; quindi è di per sé mutevole.

In architettura il concetto di bellezza è legato a doppia maglia a quello di armonia, un’armonia che si può trovare, come abbiamo potuto appurare, sia nella simmetria che nel suo opposto.

Santiago Calatrava, archistar internazionale di origine spagnola, scrive: “L’architettura è un’arte come la pittura, la scultura, la poesia o la musica. Capita così che l’opera architettonica, come quella delle arti sorelle, sia una pura creazione dello spirito. Come la musica usa i suoni, così l’architettura usa la luce, sublimatrice della materia. L’architetto non diversamente dal pittore, scultore o musicista può per i puri valori di misura, ritmo e luce, esprimere il suo contenuto umano e tramandarlo incorrotto ed inconfondibile ai posteri grazie alla potenza espressiva dell’armonia delle forme lambite dalla luce”.

 Pur essendo considerata un’arte estetica, l’architettura, non si occupa solo di bellezza, ma anche di comprendere i bisogni delle persone, la bellezza è dunque un bisogno? A mio avviso si. La vera bellezza è quando l’invisibile si unisce al visibile, emergendo sulla superficie.

Bellezza ed Architettura intrattengono un rapporto indissolubile; l’arte di progettare e costruire case è in relazione con la natura e con lo spirito dell’uomo, chi progetta spazi abitativi si assume una grandissima responsabilità nei confronti della società poiché delinea il destino urbanistico e la qualità della vita di chi occupa questi luoghi.

Molte periferie del mondo sono degradate, non si spende denaro per fare manutenzione, sono quartieri dormitorio privi di bellezza, in cui l’armonia ha lasciato il posto ad un deserto estetico. Viene alla mente un’intervista rilasciata da Renzo Piano nella quale il maestro ribadiva il ruolo centrale dell’architettura nella nostra società, paragonando l’architetto ad un sarto che deve rammendare lo strappo delle periferie, creando un abito su misura, bello e funzionale.   Le città del futuro dovranno essere ecosostenibili, Green, smart; grazie all’utilizzo delle tecnologie digitali e più in generale dell’innovazione tecnologica, dovrà essere possibile l’ottimizzazione e il miglioramento delle infrastrutture e dei servizi ai cittadini. La bellezza assume qui un nuovo paradigma, o forse torniamo al καλός κἀγαθός bello e buono che affonda le radici nell’antica Grecia.

In questo momento storico la pandemia, la paura instillata dal COVID-19 non ci permettono di godere della bellezza, di visitare le città, di visitare i musei, di nutrire il nostro spirito con la venustas.

Pensare in modo proattivo deve essere una risposta alla pandemia e il ruolo dell’architetto in questo momento è ancora più strategico per la pianificazione e lo sviluppo delle città post pandemia. Il progettista dovrà ripensare lo spazio nell’ottica ambientalista, stando attento ai bisogni reali della società, rispondendo alle nuove esigenze di sicurezza, salute e benessere.

Maria Teresa Vitagliano

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