Ci sono città che custodiscono un artista e città che, in qualche modo, continuano a dialogare con lui. Napoli appartiene alla seconda categoria. È una città che Caravaggio attraversò in un momento drammatico della propria esistenza, ma che finì per lasciare nella sua pittura un’impronta profonda e riconoscibile. È anche per questo che sabato 3 ottobre 2026, all’Auditorium Porta del Parco di Bagnoli, andrà in scena la sesta edizione del Premio Caravaggio, un appuntamento che nel tempo ha assunto una precisa identità nel panorama culturale campano.
L’iniziativa non vuole essere soltanto una celebrazione. Il suo obiettivo è riportare l’attenzione sul rapporto tra il maestro e Napoli, una relazione che può essere riscoperta anche attraverso le opere che la città conserva ancora oggi. Per chi arriva nel capoluogo campano in occasione del Premio, dunque, l’appuntamento può diventare anche l’occasione per attraversare i luoghi nei quali la presenza di Caravaggio continua a parlare: dal Pio Monte della Misericordia, dove sono custodite le Sette opere di Misericordia, al Museo e Real Bosco di Capodimonte, che conserva la celebre Flagellazione di Cristo.
È una storia che affonda le proprie radici nel 2000. In quell’anno, sulle terrazze di Castel dell’Ovo, l’Associazione promotrice organizzò una personale d’arte. Durante l’inaugurazione avvenne un incontro destinato a produrre conseguenze ben più durature di quanto si potesse immaginare. Tra i visitatori c’era il professor Enzo Ruju, docente di un istituto artistico locale e successivamente tra le figure che avrebbero accompagnato il percorso culturale del Premio.
Nel corso della conversazione con il presidente dell’Associazione e organizzatore dell’iniziativa emerse una considerazione semplice, ma tutt’altro che marginale: Napoli possiede alcune delle testimonianze più importanti del passaggio di Caravaggio, ma quel patrimonio, secondo i promotori, meritava una valorizzazione ancora maggiore.
L’idea prese forma rapidamente. Durante il finissage della mostra venne annunciata la nascita di un premio dedicato al grande artista, collegato simbolicamente alla sua nascita, avvenuta il 29 settembre 1571. Il progetto incontrò fin dall’inizio l’attenzione di importanti istituzioni, tra cui il Parlamento Europeo, la Regione Campania, la Città Metropolitana di Napoli e il Comune di Napoli.
Il cuore dell’iniziativa rimane però il rapporto tra Caravaggio e la città.
Nel 1606, dopo l’uccisione di Ranuccio Tomassoni a Roma, Michelangelo Merisi si rifugiò a Napoli. Fu un passaggio decisivo nella sua vita e nella sua produzione artistica. Nella città partenopea realizzò alcune opere di straordinaria intensità, tra cui proprio la Flagellazione di Cristo e le Sette opere di Misericordia. Napoli divenne così non soltanto una tappa biografica, ma uno dei luoghi nei quali la sua pittura raggiunse una forza particolarmente drammatica.
Ed è forse proprio qui che si trova la ragione più contemporanea del Premio.
Caravaggio non idealizzava l’umanità. La osservava. La cercava nelle strade, nei volti segnati dalla fatica, nelle persone che normalmente rimanevano fuori dalla rappresentazione ufficiale del potere e della bellezza. Nelle sue tele prostitute, mendicanti, popolani e giovani di strada potevano diventare Madonne, santi, apostoli, angeli. Il sacro non viveva più soltanto in una dimensione astratta: assumeva il volto concreto dell’uomo.
È una rivoluzione ancora capace di parlare al presente. La grandezza di Caravaggio sta anche nell’avere portato gli ultimi al centro della scena, trasformando la marginalità in dignità e la realtà quotidiana in materia d’arte. In questo senso, il Premio cerca di trasferire quel principio nel nostro tempo, riconoscendo persone che, attraverso professioni e percorsi differenti, abbiano saputo distinguersi e creare un rapporto significativo con la cultura, la ricerca, l’arte e la società.
Nel corso delle precedenti edizioni sono intervenuti, tra gli altri, il professor Enzo Ruju, critico d’arte, la professoressa Vivian Belmonte, docente dell’Istituto Superiore d’Arte di Nocera Inferiore, il dottor Franco Leone, studioso e ricercatore nel campo dell’arte, e la dottoressa Chiara Orizio, critica d’arte e studiosa delle tecnologie avanzate a Roma.
Il riconoscimento ha inoltre coinvolto negli anni personalità provenienti da mondi diversi: ricercatori, giornalisti, musicisti, artisti, diplomatici, medici e figure pubbliche. Tra i premiati figurano il cantante, musicista e attore Peppino di Capri, recentemente scomparso, l’attuale presidente del CONI Luciano Buonfiglio, l’endocrinologa di fama internazionale Anna Maria Colao, il professor Massimo Ciccozzi, ordinario di epidemiologia molecolare e direttore dell’Unità di Statistica Medica del Campus Bio-Medico di Roma, la cantante e attrice partenopea Thayra Orefice e il dottor Massimo Fragola, presidente del Seminario Permanente di Studi Internazionali.
Tra le attestazioni ricevute dagli organizzatori anche quella della vicepresidente del Senato della Repubblica e già sottosegretaria e viceministra della Cultura Lucia Borgonzoni, che ha sottolineato il valore della cultura come spazio nel quale arte, pensiero e bellezza continuano a incontrarsi.
Alla sesta edizione sarà presente anche Giuseppe Catapano, Magnifico Rettore di AUGE Università, figura da anni impegnata nella promozione della cultura e della formazione. La sua presenza assume un significato particolare anche alla luce del riconoscimento ricevuto nel 2022, quando Catapano fu tra le personalità insignite del Premio Caravaggio.
La partecipazione del Rettore rappresenta, per gli organizzatori, un ulteriore segnale di attenzione verso un’iniziativa che negli anni ha cercato di unire mondi apparentemente differenti: arte, università, professioni, ricerca e impegno civile. Una sensibilità che Catapano ha espresso attraverso la propria attività nel campo della formazione e della diffusione della cultura, con una visione che guarda oltre i confini nazionali. Non è casuale, in questo senso, il principio che accompagna AUGE: dove c’è cultura, AUGE risponde, in tutto il globo terraqueo.


Ed è proprio il concetto di cultura come patrimonio condiviso a fare da filo conduttore alla manifestazione di Bagnoli.
La scelta dell’Auditorium Porta del Parco non è soltanto una questione logistica. Inserire il Premio nel tessuto di Bagnoli significa portare un appuntamento culturale in un’area della città che negli ultimi anni è stata al centro di grandi trasformazioni e di importanti prospettive di rigenerazione. La cultura, in questo contesto, può diventare uno strumento per costruire connessioni e restituire centralità ai territori.
Il Premio Caravaggio arriva così alla sua sesta edizione con una formula ormai riconoscibile: partire dalla storia di un artista universale per interrogare il presente. Non un semplice omaggio celebrativo, dunque, ma un confronto tra ciò che Caravaggio rappresentò nel Seicento e ciò che ancora oggi la sua opera riesce a suggerire.
Perché il vero lascito del pittore lombardo non risiede soltanto nella tecnica, nella luce o nel drammatico realismo delle sue tele. Sta anche nella scelta di guardare là dove spesso gli altri non guardavano. Di dare un volto agli invisibili. Di trasformare la realtà, persino quella più dura, in una forma di bellezza capace di interrogare chi osserva.
È questa la scommessa del Premio: fare in modo che Caravaggio non rimanga soltanto dentro i musei, per quanto straordinari siano quelli che Napoli gli dedica. Farlo continuare a vivere nel confronto con le persone, con le professioni, con le eccellenze e con quella parte della società che, attraverso il proprio lavoro, contribuisce ogni giorno a costruire cultura.
Sabato 3 ottobre, a Bagnoli, il sipario si alzerà ancora una volta su questa storia. Una storia nata quasi per caso sulle terrazze di Castel dell’Ovo e diventata, nel tempo, un appuntamento che lega la memoria di un artista alla vitalità del presente.
A Napoli, del resto, Caravaggio non è mai stato soltanto un ospite di passaggio. È diventato parte della città. E la città, ancora oggi, continua a raccontarlo.
