29 Ottobre 2026, giovedì
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Droni russi su Kryvyj Rih e Kharkiv: vittime civili e soccorritori sotto attacco

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La notte di guerra in Ucraina lascia dietro di sé un bilancio pesante di vittime e distruzione. A Kryvyj Rih, città natale del presidente Volodymyr Zelensky, un attacco russo condotto con droni ha colpito un centro commerciale, provocando almeno cinque morti e 52 feriti, tra cui sei bambini. Un bilancio destinato a essere verificato e che potrebbe aggravarsi nelle prossime ore, mentre i soccorritori continuano a lavorare tra le macerie.

Secondo la ricostruzione fornita da Zelensky, l’attacco si sarebbe sviluppato in due ondate. Dopo il primo impatto, seguito dall’incendio nell’area colpita, sarebbe trascorsa circa mezz’ora prima di una seconda incursione. Per il presidente ucraino, questa seconda fase avrebbe avuto come obiettivo anche le squadre impegnate nei soccorsi.

«I russi hanno sferrato un attacco assolutamente cinico e spregevole», ha scritto Zelensky, esprimendo le proprie condoglianze alle famiglie delle vittime. La denuncia introduce un elemento particolarmente grave nella dinamica dell’attacco: non soltanto un’area civile densamente frequentata, ma anche il rischio di colpire chi interviene per salvare i feriti e mettere in sicurezza la zona.

Il bilancio di Kryvyj Rih

L’impatto dei droni ha provocato incendi e ingenti danni nell’area del centro commerciale. Le autorità locali hanno avviato le operazioni di soccorso immediatamente dopo il primo attacco, mentre medici e vigili del fuoco hanno lavorato per assistere le persone coinvolte.

Il dato più drammatico riguarda la presenza di minori tra i feriti: sei bambini sono rimasti coinvolti nell’offensiva. Le autorità stanno verificando l’entità complessiva dei danni e le condizioni delle persone ricoverate.

La sequenza descritta da Kiev, con un secondo attacco arrivato mentre erano già in corso le operazioni di emergenza, è ora al centro delle accuse ucraine contro Mosca.

Due morti nella regione di Kharkiv

Nella stessa notte un’altra offensiva russa ha colpito il villaggio di Lebyazhe, nel distretto di Chuhuiv, nella regione di Kharkiv.

Secondo quanto riferito dal governatore regionale Oleg Synegubov, sei droni sono stati lanciati contro l’area, causando la morte di un uomo di 73 anni e di una donna di 66 anni. Altre due persone, un uomo di 41 anni e una donna di 73, sono rimaste ferite.

L’attacco ha inoltre provocato una vasta scia di distruzione nelle abitazioni private. Cinque edifici residenziali sono stati interessati dagli incendi, tre dei quali sono andati completamente distrutti. Complessivamente, risultano danneggiate una ventina di abitazioni, comprese alcune pertinenze.

I servizi di emergenza sono rimasti impegnati nelle operazioni di spegnimento degli incendi, nella messa in sicurezza degli edifici e nell’assistenza alla popolazione.

Una notte con 135 droni

Gli episodi di Kryvyj Rih e Kharkiv si inseriscono in un’offensiva più ampia. Secondo l’Aeronautica militare ucraina, nella notte la Russia ha impiegato complessivamente 135 droni, tra Shahed, versioni a propulsione a reazione, Gerbera e droni-esca Parodiya.

I velivoli sarebbero stati lanciati da diverse direttrici, comprese aree russe come Kursk, Millerovo, Orel e Primorsko-Akhtarsk, oltre ai territori occupati di Donetsk e Crimea.

La difesa aerea ucraina sostiene di avere abbattuto o neutralizzato 107 droni entro le 8 del mattino, ora di Kiev, nel corso delle operazioni condotte nel nord, nel sud e nell’est del Paese.

Numeri che restituiscono la dimensione dell’attacco, ma che non raccontano da soli la sua portata umana. Anche quando gran parte dei droni viene intercettata, quelli che riescono a raggiungere i propri obiettivi possono trasformarsi in una minaccia devastante per la popolazione civile.

A Kryvyj Rih, il bilancio delle vittime e il coinvolgimento dei soccorritori rendono ancora più drammatica una notte nella quale la guerra ha nuovamente portato la sua violenza ben oltre le linee del fronte.

Flotilla, Ankara alza il tiro: mandato d’arresto per Netanyahu. La replica: «Erdogan è un dittatore antisemita»

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La crisi tra Turchia e Israele si sposta sul terreno giudiziario e assume una dimensione internazionale. Ankara ha emesso un mandato di arresto nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del cittadino israeliano Afek Moskovitch, nell’ambito del procedimento avviato in relazione alle accuse di genocidio a Gaza e all’intercettazione della Global Sumud Flotilla in acque internazionali.

A dare l’annuncio è stato il ministro della Giustizia turco Akin Gürlek, che ha inoltre comunicato la richiesta al ministero dell’Interno di attivare una red notice, la segnalazione internazionale destinata a favorire la ricerca e l’eventuale arresto dei soggetti indicati dalle autorità giudiziarie.

Una mossa dal forte peso politico, oltre che giudiziario, che Ankara presenta come parte di una strategia volta a evitare che i presunti crimini restino senza conseguenze.

La richiesta di una «red notice»

«Nell’ambito del procedimento legale relativo all’attacco in acque internazionali contro gli attivisti della Flotilla», ha spiegato Gürlek, il ministero della Giustizia ha chiesto al ministero dell’Interno di emettere una red notice per l’arresto internazionale di Netanyahu e Moskovitch.

Il ministro ha fatto riferimento ai mandati di arresto emessi il 14 luglio 2026 e alle accuse formulate nell’ambito dell’inchiesta. Secondo Ankara, i due sono chiamati a rispondere, tra le altre contestazioni, di genocidio, crimini contro l’umanità, privazione aggravata della libertà, lesioni personali dolose, maltrattamenti, danneggiamento di beni, rapina aggravata e sequestro di mezzi di trasporto.

L’iniziativa turca arriva a seguito degli episodi che hanno coinvolto la Global Sumud Flotilla, intercettata dalle forze israeliane nel Mediterraneo.

L’intercettazione della Flotilla

A maggio, circa 430 persone a bordo delle 50 imbarcazioni intercettate dall’esercito israeliano a ovest di Cipro furono trasferite in Israele e successivamente detenute nel carcere di Ktziot, prima di essere deportate.

Le immagini diffuse durante le operazioni avevano provocato forti reazioni internazionali. Particolare indignazione aveva suscitato un video pubblicato dal ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, nel quale alcuni attivisti fermati apparivano in ginocchio e con le mani legate.

È proprio su questi episodi che si innesta parte dell’iniziativa giudiziaria turca, che mira a trasformare le accuse in un procedimento destinato a superare i confini nazionali.

Ankara: «Nessuno è intoccabile»

Gürlek ha usato toni duri nel rivendicare la linea scelta dal governo turco. Ankara, ha sottolineato, non accetta che il governo Netanyahu possa essere considerato immune da conseguenze giudiziarie.

«Non accettiamo in alcun modo l’idea che l’amministrazione Netanyahu, che sta attuando una politica di genocidio a Gaza, sia intoccabile e non possa essere chiamata a rispondere delle proprie azioni», ha dichiarato il ministro.

La Turchia promette inoltre di utilizzare «tutti gli strumenti previsti dal diritto nazionale e internazionale», sostenendo che i crimini contestati non debbano essere insabbiati e che i responsabili non possano essere protetti dall’impunità.

La Global Sumud Flotilla: «Qualunque iniziativa giudiziaria è benvenuta»

A esprimere apprezzamento per l’iniziativa turca è stata Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla.

«Accogliamo con favore qualunque iniziativa giudiziaria che riconosca l’illegalità delle azioni compiute dal governo israeliano contro la Global Sumud Flotilla», ha dichiarato Delia, sottolineando come un eventuale intervento giudiziario possa contribuire, secondo la sua valutazione, a mettere in discussione una situazione di «impunità» che si protrae da tempo.

La portavoce ha quindi richiamato gli episodi denunciati dagli attivisti: «Attacchi, intercettazioni illegali in acque internazionali, sequestri delle imbarcazioni, arresti e violenze». Per Delia, si tratta di condotte che «devono avere conseguenze sul piano della giustizia internazionale».

La replica di Netanyahu: «Erdogan è un dittatore antisemita»

La risposta di Netanyahu non si è fatta attendere ed è arrivata attraverso una nota dai toni altrettanto duri.

Il premier israeliano ha definito il presidente turco Recep Tayyip Erdogan un «dittatore antisemita», accusandolo di aver «massacrato i curdi», di offrire rifugio ai terroristi di Hamas e di mantenere un atteggiamento aggressivo nei confronti di Israele.

Netanyahu ha inoltre rivolto ad Ankara accuse relative a Cipro, alla libertà di stampa e alla repressione degli oppositori politici in Turchia, sostenendo che Erdogan stia cercando di estendere la propria azione anche sul fronte siriano.

Infine, il premier israeliano ha liquidato l’iniziativa giudiziaria turca come un tentativo di intimidazione: «Il patetico tentativo di Erdogan di intimidire i leader e i soldati di Israele, l’unica vera democrazia in Medio Oriente, non avrà successo».

Un nuovo fronte dello scontro

Il provvedimento turco aggiunge dunque un ulteriore livello allo scontro tra Ankara e Gerusalemme. La vicenda della Flotilla, nata come iniziativa di solidarietà verso Gaza, diventa così anche un terreno di confronto giudiziario e diplomatico internazionale.

Da una parte, la Turchia punta a dare seguito alle proprie accuse attraverso gli strumenti della cooperazione giudiziaria internazionale; dall’altra, Israele respinge radicalmente le contestazioni e considera l’iniziativa di Ankara un atto politico privo di efficacia intimidatoria.

Il punto decisivo sarà ora capire quali effetti concreti potrà produrre la richiesta di red notice e quale seguito avranno, nei diversi ordinamenti, i provvedimenti emessi dalle autorità turche. Nel frattempo, il caso Netanyahu-Flotilla si inserisce in un quadro già segnato da un confronto sempre più aspro tra Israele e Turchia, con la guerra a Gaza e la questione della responsabilità internazionale al centro dello scontro.

Carburanti alle stelle, Appendino attacca il governo: «Valutare giorno per giorno è un insulto agli italiani»

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Nel cuore dell’estate, quando milioni di italiani si mettono in viaggio per le vacanze, il pieno torna a trasformarsi in una voce sempre più pesante per i bilanci familiari. Benzina oltre quota 2 euro al litro e gasolio a 2,122 euro: numeri che, secondo la denuncia rilanciata dalla deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino, riportano il costo dei carburanti ai livelli più elevati degli ultimi tre anni.

È su questo terreno che si accende lo scontro politico. Appendino punta il dito contro il governo e, in particolare, contro l’atteggiamento dell’esecutivo di fronte alla nuova fiammata dei prezzi. A far scattare la polemica è soprattutto la formula utilizzata dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, secondo cui la situazione dovrebbe essere valutata «giorno per giorno», lasciando a Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti la decisione su eventuali interventi.

Per Appendino, però, non si tratta di una semplice prudenza istituzionale. È, al contrario, il segnale di un governo privo di una strategia strutturale.

«È il cuore di agosto», osserva la parlamentare pentastellata, sottolineando come l’aumento del costo dei carburanti colpisca proprio nel momento dell’anno in cui gli spostamenti aumentano e milioni di famiglie devono fare i conti con il costo del viaggio. Ma il problema, nella sua lettura, non riguarda soltanto gli automobilisti.

A pagare il conto più salato sono anche categorie professionali per le quali il carburante rappresenta un costo quotidiano e incomprimibile. Autotrasportatori e tassisti, sostiene Appendino, rischiano di vedere ridursi ulteriormente i margini di guadagno, con il rischio che il caro-carburante finisca per ripercuotersi sull’intero sistema economico.

La deputata M5S allarga quindi il campo della critica e individua precise responsabilità politiche nelle scelte compiute dall’esecutivo negli ultimi anni. Nel mirino finiscono le accise, che secondo Appendino sarebbero state aumentate anziché ridotte come promesso, la riforma del settore dei carburanti, rimasta a suo giudizio impantanata, e l’assenza di un intervento strutturale capace di alleggerire stabilmente il costo alla pompa.

Non manca, inoltre, il riferimento agli extraprofitti. La posizione di Appendino è netta: una parte delle risorse necessarie per intervenire sui prezzi potrebbe essere recuperata attraverso una maggiore tassazione dei profitti straordinari realizzati nei settori che hanno beneficiato maggiormente delle dinamiche di mercato.

È proprio qui che la polemica assume una dimensione più ampia. Per la parlamentare, la questione non è soltanto quanto costi oggi un litro di benzina, ma quale scelta politica compiere quando l’aumento dei prezzi colpisce famiglie e lavoratori. La sua accusa è che, nelle decisioni dell’esecutivo, gli interessi dei consumatori siano rimasti subordinati a quelli dei grandi operatori energetici.

Appendino contesta anche l’idea che la responsabilità possa essere attribuita esclusivamente alle tensioni internazionali o all’andamento dei mercati. Pur riconoscendo implicitamente il peso delle dinamiche esterne, la deputata sostiene che esista uno spazio preciso per le decisioni nazionali: quello delle accise, della regolazione del mercato e delle misure fiscali.

Da qui la richiesta rivolta direttamente a Meloni: convocare un Consiglio dei ministri e varare un intervento strutturale che includa anche la benzina, non limitandosi a misure temporanee o a interventi legati all’andamento quotidiano delle quotazioni.

«Valutare giorno per giorno», attacca Appendino, «non è una risposta». Nella sua prospettiva, quella formula rappresenta piuttosto l’immagine di un esecutivo che aspetta l’evoluzione dei prezzi invece di anticiparla con una strategia.

La partita sui carburanti torna così a essere anche una partita politica. Da una parte il governo, chiamato a misurarsi con prezzi condizionati da fattori internazionali e con la necessità di individuare margini di intervento sui conti pubblici; dall’altra le opposizioni, che chiedono misure più incisive e accusano l’esecutivo di non aver mantenuto le promesse sul fronte delle accise.

Nel frattempo, però, per chi deve fare rifornimento la questione resta molto concreta: ogni aumento al distributore si traduce immediatamente in una spesa maggiore. Ed è proprio questa distanza tra la complessità delle decisioni economiche e l’impatto quotidiano del caro-carburante che Appendino utilizza per chiudere il suo affondo: mentre il governo può «valutare giorno per giorno», famiglie, tassisti e autotrasportatori il pieno devono pagarlo ogni giorno.

Anche l’Olanda pronta a rimandare in Italia i migranti arrivati dopo il 12 giugno

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La lista dei Paesi europei intenzionati a trasferire in Italia alcuni richiedenti asilo si allunga. Dopo Germania, Austria, Svizzera, Svezia e Finlandia, anche i Paesi Bassi si preparano infatti a rimandare nel nostro Paese i migranti identificati in Italia e successivamente trasferitisi oltreconfine per presentare una nuova domanda di protezione internazionale.

Il riferimento è ai cosiddetti “dublinanti”, termine con cui vengono indicati i richiedenti asilo che, dopo essere stati registrati in uno Stato dell’Unione europea, si spostano in un altro Paese dell’Ue e chiedono lì protezione internazionale. In base alle regole europee, la responsabilità dell’esame della domanda può ricadere sul primo Stato di ingresso o su quello che ha effettuato l’identificazione.

Il 12 giugno segna uno spartiacque

La novità olandese si inserisce nel quadro del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato nella fase di applicazione il 12 giugno. La data rappresenta uno spartiacque: le nuove procedure riguarderanno i casi riconducibili al nuovo sistema, mentre chi è entrato nell’Ue prima di quella data non sarà interessato dalla stessa misura.

Secondo quanto riferito dai media olandesi, che citano una portavoce del ministro, i Paesi Bassi intendono quindi procedere con i trasferimenti verso l’Italia nei casi previsti dalle nuove disposizioni europee.

A confermare il cambio di passo è stato anche il ministro per l’Asilo, Bart van den Brink, citato dal quotidiano AD: «Stiamo ripartendo da zero». Una frase che fotografa la volontà del governo olandese di impostare la gestione dei nuovi casi sulla base delle regole appena entrate in vigore.

Dall’Italia all’Europa, il nodo dei trasferimenti

Il meccanismo non significa, naturalmente, che tutti i migranti presenti nei Paesi Bassi possano essere automaticamente rispediti in Italia. Il trasferimento deve rientrare nelle procedure previste dalla normativa europea e presuppone che siano rispettate le condizioni stabilite dal sistema di responsabilità tra gli Stati membri.

La questione è comunque politicamente rilevante perché mostra come il nuovo Patto sulla migrazione stia iniziando a tradursi in procedure concrete. L’Italia, principale Paese di primo approdo sulla rotta del Mediterraneo centrale, rischia così di diventare sempre più spesso il punto di riferimento anche per le richieste di riammissione provenienti da altri Stati europei.

Con l’Olanda salgono dunque a sei i Paesi che hanno annunciato o avviato procedure di trasferimento verso l’Italia nell’ambito delle nuove regole: un fronte che comprende ormai una parte significativa dell’Europa centro-settentrionale e che potrebbe avere conseguenze rilevanti sulla gestione delle domande d’asilo e sull’organizzazione del sistema italiano di accoglienza.

Il vero banco di prova sarà ora l’attuazione pratica delle procedure: tempi, numero effettivo dei trasferimenti e capacità degli Stati di coordinarsi diranno quanto il nuovo meccanismo riuscirà davvero a redistribuire le responsabilità previste dal Patto europeo sulla migrazione.

Germania, scoperto un deposito segreto di armi alle porte di Berlino: l’ombra di Mosca

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Un nascondiglio di armi scoperto nei boschi alle porte di Berlino riaccende l’allarme delle autorità tedesche sulle attività clandestine riconducibili a Mosca. Pistole e revolver sarebbero stati occultati in attesa di essere utilizzati da agenti incaricati di compiere in Germania quelle che gli investigatori definiscono “operazioni cinetiche”: azioni fisiche, attentati e sabotaggi mirati.

La ricostruzione è stata pubblicata dalle emittenti Wdr e Ndr e dalla Süddeutsche Zeitung, secondo cui il deposito sarebbe stato individuato alla fine dell’estate dello scorso anno in una zona boschiva non lontana dalla capitale. A far scattare l’intervento delle autorità sarebbero state informazioni precise trasmesse all’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, il Bundesamt für Verfassungsschutz.

L’ipotesi: armi pronte per gli agenti di Mosca

Il ritrovamento assume particolare rilievo perché, secondo le fonti citate dai media tedeschi, gli investigatori non considererebbero il deposito un semplice arsenale clandestino. L’ipotesi è che potesse rappresentare un punto di appoggio per operazioni affidate a uomini collegati ai servizi russi.

Tra i possibili obiettivi vengono indicati dirigenti dell’industria della difesa tedesca e oppositori russi residenti in esilio. Si tratterebbe dunque di attività concepite per colpire fisicamente obiettivi considerati strategici o ostili al Cremlino, in un contesto nel quale Berlino da tempo denuncia il crescente ricorso a strumenti di pressione e destabilizzazione sul territorio europeo.

La vicenda avrebbe già prodotto un primo sviluppo giudiziario. Un uomo sospettato di aver predisposto il deposito sarebbe stato arrestato in Romania nell’autunno scorso, con l’accusa di aver partecipato alla preparazione del nascondiglio.

L’indagine della procura federale

Sul caso, dal novembre scorso, sarebbe al lavoro anche la procura federale tedesca, nell’ambito di un procedimento per la preparazione di un grave atto di violenza contro lo Stato.

Dopo aver individuato il deposito, gli investigatori avrebbero inizialmente scelto di non intervenire immediatamente, lasciando il luogo sotto osservazione. L’obiettivo sarebbe stato seguire eventuali persone incaricate di recuperare le armi e risalire così alla rete responsabile dell’operazione.

Una strategia che, secondo la ricostruzione dei media, non avrebbe però prodotto i risultati sperati. Il nascondiglio viene infatti ormai considerato “morto”: i responsabili potrebbero essersi accorti dell’intervento delle autorità e aver rinunciato a utilizzarlo.

Le armi sarebbero state quindi rese inutilizzabili e dotate di dispositivi di localizzazione GPS, trasformando il deposito in una possibile fonte di informazioni per gli investigatori.

Berlino non conferma, Mosca tace

Sul piano ufficiale, tuttavia, resta una significativa zona d’ombra. L’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, interpellato dai tre media, ha scelto di non commentare eventuali informazioni operative o attività specifiche dell’intelligence. Una posizione che, viene precisato, non equivale né a una conferma né a una smentita della ricostruzione.

Anche l’ambasciata russa a Berlino non avrebbe fornito, almeno finora, una risposta alle richieste di commento.

Il silenzio lascia così aperta la questione più delicata: chi abbia effettivamente organizzato il deposito e quale fosse il suo reale scopo. Le accuse, al momento, restano al centro di un’indagine e non costituiscono una prova pubblica di un coinvolgimento diretto del governo russo.

Il fronte invisibile della guerra ibrida

Il caso si inserisce però in uno scenario più ampio. La Germania è da tempo uno dei Paesi europei più esposti alle accuse di attività di intelligence, sabotaggio e interferenza attribuite alla Russia. Berlino ha più volte denunciato tentativi di destabilizzazione collegati alla guerra in Ucraina e ha rafforzato il monitoraggio delle infrastrutture strategiche e delle possibili reti clandestine.

Proprio per questo, il ritrovamento di un deposito di armi assume un significato che va oltre le pistole e i revolver rinvenuti nel bosco. Se l’ipotesi investigativa venisse confermata, il nascondiglio rappresenterebbe infatti un tassello concreto di una strategia clandestina basata non soltanto sulla disinformazione o sulle operazioni informatiche, ma anche sulla possibilità di condurre azioni fisiche sul territorio tedesco.

Per ora, tuttavia, l’elemento centrale resta il condizionale. Le autorità tedesche non hanno attribuito pubblicamente il deposito a Mosca e l’inchiesta è ancora in corso. Saranno gli sviluppi giudiziari e investigativi a stabilire se dietro quelle armi vi fosse davvero una struttura operativa legata ai servizi russi o una rete criminale con finalità differenti.

AUGE Università ed EFEI al Meeting di Rimini: la sicurezza sul lavoro guarda al futuro

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AUGE Università, Ateneo di Diritto Internazionale, è da oggi al Meeting di Rimini insieme a EFEI, Ente Paritetico Bilaterale Nazionale per la Formazione e O.P., in occasione della presentazione del nuovo Dipartimento dedicato alla Sicurezza sui Luoghi di Lavoro.

Non si tratta soltanto della presentazione di una nuova struttura, ma dell’avvio di un progetto che interpreta la sicurezza come una delle grandi sfide contemporanee del mondo del lavoro: una sfida che richiede competenze qualificate, formazione continua, capacità di innovare e, soprattutto, una visione capace di mettere al centro la persona.

In questo scenario, la presenza al Meeting di Rimini assume un valore particolarmente significativo. È il luogo ideale per aprire un confronto sui temi della prevenzione e della tutela dei lavoratori, ma anche per ribadire quanto la sicurezza non possa più essere considerata esclusivamente come un adempimento normativo. È, prima di tutto, una cultura, un investimento sul capitale umano e una responsabilità condivisa tra istituzioni, imprese, professionisti e lavoratori.

AUGE Università, un DNA proiettato oltre il presente

Il nuovo Dipartimento si inserisce nella naturale vocazione di AUGE Università, un Ateneo che ha nel proprio DNA l’attenzione all’innovazione, all’evoluzione normativa e alle esigenze di una formazione di livello sempre più elevato.

La dimensione internazionale e l’attenzione alle dinamiche europee rappresentano, infatti, una cifra distintiva dell’Ateneo: in un mercato del lavoro attraversato da trasformazioni tecnologiche, normative e organizzative sempre più rapide, la formazione non può limitarsi a seguire i cambiamenti. Deve anticiparli.

È proprio questa la prospettiva con cui AUGE Università guarda anche alla sicurezza sul lavoro: non una materia statica, ma un ambito in continua evoluzione, nel quale le richieste europee di altissima formazione, specializzazione e aggiornamento delle competenze diventano un riferimento imprescindibile.

L’obiettivo è contribuire alla costruzione di professionalità capaci di confrontarsi con standard sempre più avanzati e con un contesto nel quale prevenzione, tecnologia, organizzazione e responsabilità devono procedere insieme.

La partnership con EFEI: una rete strategica per l’Italia

In questo percorso, la collaborazione con EFEI assume un’importanza strategica. L’incontro tra competenze accademiche, professionali e istituzionali consente di costruire una rete in grado di trasformare la formazione in uno strumento concreto al servizio del sistema produttivo e del lavoro.

La partnership nasce dalla volontà di mettere a fattor comune esperienze e competenze, sviluppando percorsi formativi e iniziative rivolti alle imprese, ai lavoratori e agli operatori del settore.

Ma la prospettiva è ancora più ampia: AUGE Università ed EFEI intendono consolidare una collaborazione capace di esprimere una presenza e una progettualità strategiche su tutto il territorio nazionale, creando connessioni tra il mondo accademico, quello professionale e il tessuto imprenditoriale.

Una rete nazionale che punta a dare risposte concrete alle esigenze dei territori e, allo stesso tempo, a mantenere uno sguardo rivolto all’Europa e ai suoi più avanzati standard formativi.

Prevenire significa formare

La vera innovazione, quando si parla di sicurezza, parte dalla formazione. Una formazione che non sia soltanto trasferimento di nozioni, ma costruzione di consapevolezza, capacità di valutazione del rischio e responsabilità.

È questa la direzione nella quale si muove il nuovo Dipartimento: promuovere un modello nel quale prevenzione e formazione diventino parte integrante della cultura organizzativa di imprese e lavoratori.

La sicurezza, in questa prospettiva, non è un costo da sostenere, ma un valore da costruire. Significa rendere più efficienti i processi, più consapevoli le persone e più solide le organizzazioni.

E significa, soprattutto, riconoscere che dietro ogni norma, ogni procedura e ogni investimento sulla prevenzione c’è una persona, con il suo diritto inalienabile a lavorare in condizioni di dignità e sicurezza.

Un progetto con lo sguardo rivolto al futuro

La presentazione del Dipartimento al Meeting di Rimini rappresenta dunque una tappa importante nel percorso di qualificazione delle attività di AUGE Università ed EFEI nel campo della sicurezza sul lavoro.

Formazione, prevenzione e innovazione sono le tre direttrici di un progetto che ambisce a coniugare l’eccellenza accademica con le esigenze concrete del mondo del lavoro.

Da un lato, la vocazione di AUGE Università a interpretare in anticipo le trasformazioni e le richieste di un’Europa che innalza costantemente l’asticella della formazione; dall’altro, la capacità di EFEI di contribuire alla costruzione di una rete capillare e concreta a sostegno di imprese, professionisti e lavoratori.

È dall’incontro di queste due dimensioni che può nascere un modello nuovo: una sicurezza più competente, più moderna, più europea e più vicina alle persone.

Perché il futuro della sicurezza sul lavoro non si costruisce soltanto attraverso nuove regole, ma attraverso nuove competenze. E la vera sfida è fare in modo che queste competenze siano accessibili, aggiornate e diffuse in tutto il Paese.

Elezioni Comites, Vecchi (Pd): «Il Governo intervenga subito, il ritardo è ormai preoccupante»

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A pochi giorni dall’avvio delle procedure per il rinnovo dei Comites, i Comitati degli Italiani all’Estero, il quadro resta ancora privo di un passaggio fondamentale: l’indizione ufficiale delle elezioni. Una situazione che, secondo Luciano Vecchi, responsabile per gli Italiani nel mondo del Partito Democratico, non è più giustificabile e rischia di alimentare incertezza e disorientamento nelle comunità italiane fuori dai confini nazionali.

«A pochi giorni dall’inizio delle procedure per le elezioni per il rinnovo dei Comites, previste, ma ancora senza alcuna comunicazione ufficiale, per l’inizio di settembre – sottolinea Vecchi – non è ancora stata effettuata l’indizione delle elezioni stesse». Un ritardo che, osserva l’esponente dem, sta già producendo «enormi problemi e incertezze» tra gli italiani residenti all’estero, una realtà che coinvolge ormai quasi sette milioni di concittadini.

Ma il nodo non riguarda soltanto i tempi. Sul tavolo resta anche la questione delle modalità con cui le candidature potranno essere presentate. Nonostante le richieste avanzate dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), dai Comites e dalle organizzazioni rappresentative delle comunità italiane nel mondo, non sarebbero state introdotte misure specifiche per rendere più agevole la raccolta e la presentazione delle liste.

Un ostacolo particolarmente rilevante nelle circoscrizioni consolari più ampie, dove le distanze geografiche e la distribuzione dei cittadini rendono già complessa l’organizzazione della partecipazione elettorale.

Per Vecchi, il tema investe direttamente la qualità della rappresentanza degli italiani all’estero. «Favorire la partecipazione più ampia possibile all’elezione degli organi di rappresentanza degli italiani nel mondo dovrebbe essere considerato da tutti nell’interesse stesso del Paese – afferma – e non un fastidio da evitare o limitare».

A preoccupare il Partito Democratico è anche l’assenza, a questo punto, di una vera campagna di informazione rivolta agli italiani residenti fuori dall’Italia, necessaria per sensibilizzare gli elettori e favorire l’iscrizione alle liste elettorali. Un passaggio ritenuto essenziale per evitare che gli ostacoli burocratici e la scarsa conoscenza delle procedure si traducano in una riduzione della partecipazione.

La richiesta al Governo e alle amministrazioni competenti è dunque quella di accelerare e intervenire sulle criticità già segnalate da tempo. «Ci associamo con forza alla richiesta al Governo e alle Amministrazioni competenti di provvedere immediatamente a risolvere le criticità note da tempo e favorire un’ampia partecipazione alle elezioni dei Comites», conclude Vecchi.

Il punto, per il Pd, non è soltanto rispettare una scadenza elettorale, ma garantire alle comunità italiane nel mondo condizioni effettive per scegliere i propri rappresentanti. Un obiettivo che, proprio alla vigilia del rinnovo dei Comites, passa inevitabilmente dalla chiarezza delle procedure, dalla tempestività delle decisioni e dalla possibilità concreta per cittadini e candidati di partecipare.

Sturm Und Drangheta

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Nella foto: La migrazione italica by Daniele Cappa. Immagine creata con il supporto dell'AI.

A cura di Gilberto Borzini

L’ottocento fu notoriamente secolo di grandi ideali, territorio incontrastato del romanticismo che nella “passione”, nel poetico “Sturm Und Drang”, definiva la propria ragion d’essere.

Il secolo vide esplodere le concrete espressioni del Capitalismo industriale, la smania di conquiste territoriali per l’accesso privilegiato alle risorse minerarie, l’esplodere del Colonialismo più duro, lo sviluppo tumultuoso e cancerogeno delle metropoli, i fenomeni di urbanizzazione di massa, la nascita del proletariato oggetto d’attenzione da parte di Marx e dei primi socialisti moderni.

L’economia cambiava aspetto, le campagne perdevano attrazione, le miniere usavano uomini come cavalli e bambini come muli.

Con la prima rivoluzione industriale il mondo moderno cambiò aspetto e forma, ristrutturò la strategia politica e militare assumendo il Capitale il controllo degli obiettivi politici e delle relative strategie.

Predominante, e mai abbastanza raccontata, fu la questione del Canale di Suez che permetteva alle merci orientali una riduzione dei tempi di approdo all’Europa di almeno 45 giorni rispetto alla circumnavigazione africana.

Con il Canale di Suez per l’industria inglese, che controllava il promontorio sudafricano, tappa obbligatoria pe rla circumnavigazione del continente nero, divenne prioritario il controllo del Mediterraneo e del Mar Rosso da Djibouti a Port Said mantenendo buoni rapporti con le tribù sarabe e saudite. A Londra facevano riferimento Malta, mezza Cipro e Gibilterra. L’accordo con il reame italico concluse l’operazione assicurando a Londra il controllo delle vie del mare.

Danni Collaterali

L’Italia di quel tempo assunse l’aspetto dell’Unione Europea quando si decise l’allargamento ad Est, acquisendo le rovine dell’Impero Sovietico: i Savoia offrivano agli staterelli vinti una nuova “integrazione” in cambio di una moneta unica, di un unico governo, di un unico esercito, di un’economia priva di dazi interni, ovvero prospera e vantaggiosa.

L’Italia erano molte realtà: il nord abbracciava l’idea dell’industria non diversamente da come nei decenni recenti Polonia, Romania e Slovenia hanno accolto le produzioni e le delocalizzazioni tedesche.

L’Italia era campagne desolate e migrazione costante verso il sogno americano.

Il Meridione, rapidamente spogliato delle sue produzioni immediatamente trasferite al nord per essere più vicine ai mercati di sbocco (così si affermava) divenne terra di bracciantato. Il valore dell’olio d’oliva, fino ad allora usato per illuminare case e città, venne spazzato via dall’introduzione del gas e della corrente elettrica. La Puglia perse così la maggior parte della propria economia. Le querce secolari di Sardegna divennero traversine per le ferrovie del regno. Le residenze principesche di Napoli e Palermo vennero abbandonate, ridimensionate, mentre i fattori agrari di un tempo sposavano le figlie di dinastie immiserite, gli uni vantando il titolo acquisito, le altre sopravvivendo all’improvvisa miseria.

Il nuovo Stato unitario non era affatto pronto ad essere tale, né la casa regnante aveva nelle proprie mire il trovarsi a capo di un siffatto e complicatissimo Stato. Reagì come fanno gli incolti, applicando al Regno intero regole e norme fin lì definite per un Piemonte che parlava francese. Nell’incomprensione delle mille lingue e ancor più dialetti usò la mano pesante e la forma coloniale dell’occupazione generando, come ogni forma coloniale che si rispetti, miseria e disamore.

Briganti & Malacarne

Chi non fuggiva verso le americhe, chi era obbligato a rimanere e non disponeva delle risorse necessarie neppure per raggiungere le  nuove industrie del settentrione, divenne brigante e il fenomeno fu il medesimo nel meridione italiano come nelle montagne spagnole, nelle asperità dei Balcani o nelle “resistenze” locali al colonialismo.

Fu il “modello sistemico” agito dal Capitale nell’organizzare l’azione di conquista e controllo dei territori a definire la reazione armata, il brigantaggio, la concreta manifestazione identitaria di realtà territoriali che si manifestava con l’aggressività e una forma di governo definita da proprie norme, proprie regole e proprie convenzioni.

Se il brigantaggio romagnolo, presente nel percorso che da Imola conduce verso Roma, fu fenomeno di durata limitata, ben diverso fu quello Abruzzese, più prolungato nel tempo, e via via sempre più aspro e violento e permanente scendendo verso sud.

All’espansione del tessuto economico, da nord verso sud, corrispose in parallelo la presenza o la riduzione del brigantaggio.

A maggiore povertà rispose una più aggregante forma di ControStato, che si andò definendo territorialmente e specificatamente nelle note organizzazioni di Camorra, Sacra Corona Unita, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra, ognuna con regole interne diverse, ognuna con appartenenze non scritte, ognuna determinata nell’essere governo locale anti statale.

Poi venne la Questione Meridionale, la Cassa del Mezzogiorno, i contributi a pioggia, le speculazioni, le elezioni agli scranni parlamentari di rappresentanti dei singoli territori, la burocrazia ad impronta meridionale, la presenza sostenuta di meridionali nelle forze dell’ordine, la ramificazione di modelli culturali indentitari nei gangli delle amministrazioni pubbliche.

Fino al punto che gli interessi diversi incontrarono i finanziamenti europei, le grandi opere di infrastrutturazione, l’edilizia dirompente delle aree industrializzate e quelle organizzazioni, un tempo divise e divisive, si trovarono, grazie anche ai fenomeni della globalizzazione economica, ad avviare forme strategiche di collaborazione e mutui investimenti, divenendo, con ogni probabilità, uno dei motori di investimento prioritari della nazione.

Determinate un tempo da un’ostile applicazione del Capitalismo colonialista, le forme della ribellione hanno fatto proprie le regole del Capitale fino a raggiungere (apparentemente) importanti traguardi nell’economia.

Donna trovata morta in casa nel Potentino: grave trauma al volto, si indaga per omicidio

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Fotografia di repertorio

Una morte sulla quale si allunga l’ombra di un possibile omicidio. È stata trovata senza vita nella serata di giovedì 20 agosto, nella sua abitazione di Tito, in provincia di Potenza, una donna di 57 anni.

A far scattare l’allarme sono stati i soccorsi. Quando il personale del 118 è arrivato nell’appartamento, per la donna non c’era purtroppo più nulla da fare: i sanitari hanno tentato di rianimarla, ma ogni intervento si è rivelato vano. A destare particolare attenzione è stato il gravissimo trauma riportato al volto, elemento che ha spinto gli investigatori ad approfondire immediatamente le circostanze della morte.

Sul posto sono intervenuti i carabinieri, che hanno avviato gli accertamenti coordinati dalla Procura della Repubblica di Potenza. L’ipotesi investigativa presa in considerazione è quella dell’omicidio, ma saranno gli esami e gli ulteriori elementi raccolti dagli inquirenti a stabilire con precisione cosa sia accaduto all’interno dell’abitazione.

Ascoltati familiari e amici

In queste ore i militari stanno cercando di ricostruire le ultime ore di vita della 57enne, ascoltando familiari e persone della sua cerchia di amicizie. L’obiettivo è mettere in ordine gli ultimi movimenti della donna e verificare eventuali elementi utili a comprendere la dinamica della tragedia.

Nel frattempo, l’appartamento è stato posto sotto sequestro e all’interno dell’abitazione sono ancora in corso i rilievi. Gli accertamenti tecnici potrebbero fornire indicazioni decisive sulla natura delle lesioni e sulle circostanze in cui sono state provocate.

La vicenda resta dunque avvolta da numerosi interrogativi. Gli investigatori lavorano per stabilire se il trauma facciale sia compatibile con un’aggressione e, soprattutto, per individuare eventuali responsabilità. Al momento, ogni ricostruzione resta al vaglio degli inquirenti.

Turismo e bilanci estivi 2026: La tenuta del Mezzogiorno tra mare, cultura e ristorazione

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L’estate 2026 si avvia verso la sua fase conclusiva, ed è già tempo di primi bilanci economici. Un quadro complesso e caratterizzato da forti contrasti, dove a fronte di volumi da record si assiste a una profonda trasformazione nelle abitudini di spesa delle famiglie. Secondo le rilevazioni diffuse dall’Ufficio Statistica del Ministero del Turismo su dati Alloggiati Web, la stagione estiva ha registrato numeri imponenti, con il solo mese di luglio che ha chiuso con oltre quattro milioni di presenze in più rispetto all’anno precedente (+4,4%) e un incremento di un milione di arrivi. I report di ISNART-Unioncamere e della Rome Business School stimano per l’arco della stagione estiva circa 171,8 milioni di presenze complessive sul territorio nazionale, trainate in misura determinante dal ritorno del turismo internazionale (+6% di presenze straniere a luglio) e da un avanzo della bilancia turistica dei pagamenti certificato da Banca d’Italia.

Questa dinamica di crescita non si è distribuita in modo omogeneo e ha mostrato due volti ben distinti, condizionati dal peso dei rincari sul settore dei trasporti e dell’accoglienza, che secondo l’Istat ha visto la ristorazione e gli alloggi registrare aumenti medi del 3,4% su base annua. L’impatto economico di questi rincari ha generato da un lato la crescita del fenomeno delle microvacanze o soggiorni di prossimità, e dall’altro ha trattenuto a casa una fascia consistente di popolazione, evidenziando come la spesa media pro capite per servizio si sia parzialmente ridotta.

Nel cuore delle grandi metropoli come Roma e Napoli, la spinta turistica si è tradotta in una presenza costante nei quartieri storici e centrali, pur con abitudini di fruizione del territorio del tutto mutate a causa delle elevate temperature estive. Nella Capitale, le stime dell’Ente Bilaterale Turismo del Lazio indicano un’affluenza sostenuta specialmente lungo gli itinerari monumentali e religiosi della città storica, anche se il caldo torrido di luglio e agosto ha concentrato la spesa e i flussi principalmente nelle ore serali e notturne, a beneficio dei locali all’aperto e della ristorazione.

Napoli, riconosciuta da sempre come la vera e propria capitale del Sud, si distingue per una vocazione unica che va ben oltre il suo patrimonio artistico e culturale: la città è infatti, e soprattutto, una meta balneare viva e accessibile. Il lungomare di Via Caracciolo, insieme ai lidi storici di Posillipo e Marechiaro, si è trasformato durante i mesi estivi nel punto di ritrovo naturale di migliaia di turisti e cittadini in cerca di refrigerio, consentendo alla città di offrire un’esperienza integrata tra mare, sole e cultura. Questa doppia natura ha garantito una tenuta straordinaria dei flussi e una spesa costante nel settore gastronomico e dell’accoglienza. Il centro storico e il lungomare hanno registrato un’affluenza ininterrotta, con le pizzerie e le trattorie storiche costantemente esaurite e caratterizzate da lunghe attese serali. Un esempio concreto di questo solido presidio economico e sociale è rappresentato da Attori E Spettatori, ristorante pizzeria storico situato a due passi da Via Caracciolo, dal suggestivo Borgo Marinari e dal maestoso Castel dell’Ovo. Incastonato nel celebre quartiere Santa Lucia, questo locale rappresenta una vera e propria istituzione nel cuore della fascia costiera partenopea, che con la sua intensa attività arriva a dare lavoro a ben trentacinque persone. È proprio la forza di queste imprese radicate a consentire al Mezzogiorno di assorbire le oscillazioni dei consumi e trasformare la grande stagione estiva in occupazione e ricchezza reale per il territorio.