29 Ottobre 2026, giovedì
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Preservativi bucati, scatta l’allarme in Francia: ritirati quasi 300mila prodotti

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Un preservativo dovrebbe rappresentare una barriera di sicurezza. In Francia, invece, migliaia di profilattici avrebbero presentato proprio il problema che quella barriera dovrebbe impedire: microperforazioni della guaina e, in alcuni casi, un elevato rischio di rottura durante l’utilizzo.

L’allarme è scattato dopo i controlli delle autorità francesi, che hanno disposto il ritiro dal mercato di oltre 250mila preservativi già distribuiti attraverso farmacie, negozi e altri canali di vendita. A questi si aggiungono circa 40mila prodotti commercializzati senza il marchio CE, requisito necessario per la vendita legale di dispositivi conformi agli standard europei.

Microfori invisibili e rischio di rottura

Il caso più delicato riguarda i profilattici sottoposti ai controlli di laboratorio. Le verifiche avrebbero individuato piccole perforazioni nella superficie del lattice, difetti che possono risultare praticamente impossibili da riconoscere a occhio nudo ma che compromettono la funzione stessa del dispositivo.

In altri casi, oltre alla presenza di microperforazioni, sarebbe emerso un rischio significativo di rottura completa durante il rapporto sessuale. Un difetto tutt’altro che marginale: l’efficacia del preservativo dipende infatti dalla sua integrità e dalla capacità di creare una barriera fisica affidabile.

Il provvedimento è stato adottato con urgenza dalla Direzione generale della concorrenza, del consumo e della repressione delle frodi e dalla Direzione generale della sanità, a fronte dei potenziali rischi per la salute pubblica.

Altri 40mila profilattici senza marchio CE

Il secondo fronte dell’allerta riguarda circa 40mila preservativi privi del marchio CE o di una documentazione che attestasse la necessaria valutazione di conformità europea.

I prodotti sarebbero stati commercializzati anche attraverso rivenditori asiatici e piattaforme online, ma alcuni sarebbero arrivati agli acquirenti anche tramite farmacie e altri esercizi commerciali.

In questo caso il problema non sarebbe necessariamente un difetto fisico già accertato, bensì l’assenza delle garanzie di conformità richieste dalle norme europee. Per le autorità, si tratta comunque di una situazione potenzialmente pericolosa: senza adeguati controlli e certificazioni non è possibile assicurare che il dispositivo rispetti gli standard previsti per un prodotto destinato alla protezione della salute.

Dalle gravidanze indesiderate alle infezioni

La preoccupazione delle autorità non riguarda soltanto il rischio di un fallimento della contraccezione. Un preservativo difettoso o non conforme può infatti compromettere anche la protezione dalle infezioni sessualmente trasmissibili (IST).

Tra le possibili conseguenze vengono indicate proprio le infezioni sessualmente trasmissibili e le gravidanze indesiderate. Per questo il richiamo assume una particolare rilevanza: il consumatore potrebbe non avere alcun modo di accorgersi della presenza di una microperforazione prima dell’utilizzo.

Alle persone che ritengono di aver utilizzato uno dei prodotti interessati è stato quindi raccomandato di rivolgersi rapidamente a un professionista sanitario e di valutare l’esecuzione di test per le infezioni sessualmente trasmissibili, soprattutto in presenza di una possibile esposizione.

Il caso francese riporta così l’attenzione su un aspetto spesso dato per scontato: il preservativo è un dispositivo di protezione efficace soltanto quando è integro, correttamente conservato e conforme agli standard di sicurezza. Quando anche una di queste condizioni viene meno, quella che dovrebbe essere una barriera può trasformarsi in un punto vulnerabile.

Difterite, aperto un fascicolo sulla responsabilità genitoriale della famiglia della bimba morta a Palermo

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La morte di Anna Rosa Bartolotta, la bambina di quattro anni deceduta a Palermo dopo aver contratto la difterite, apre un secondo fronte, questa volta giudiziario. La Procura per i minorenni del capoluogo siciliano ha infatti aperto un fascicolo civile sulla responsabilità genitoriale di madre e padre della piccola. Al centro dell’attenzione ci sono le scelte compiute dalla famiglia sul fronte delle vaccinazioni e, più in generale, un fenomeno che gli inquirenti ritengono possa essere più ampio e radicato nel quartiere Zen.

La vicenda non riguarda soltanto il dramma di una singola famiglia. Secondo gli elementi raccolti finora dalla Procura, nello Zen sarebbe diffusa una convinzione priva di fondamento scientifico secondo cui le vaccinazioni infantili provocherebbero l’autismo. Una credenza che, stando alle prime ricostruzioni, avrebbe contribuito al rifiuto delle vaccinazioni obbligatorie da parte di alcune famiglie.

Tutti e cinque i figli non vaccinati

La piccola Anna Rosa, così come i suoi quattro fratelli, non sarebbe stata vaccinata per scelta dei genitori. La Procura per i minorenni, guidata dalla procuratrice Claudia Caramanna, ha quindi avviato accertamenti per ricostruire con precisione le decisioni assunte dalla famiglia e il percorso sanitario seguito dalla bambina prima del ricovero.

Gli inquirenti hanno ascoltato i medici che si sono occupati della piccola e la pediatra che l’aveva seguita nei giorni precedenti al primo ricovero. Proprio dalla pediatra sarebbe emerso un quadro più ampio: nel quartiere, ha riferito, immunizzare i bambini sarebbe diventato progressivamente più difficile, anche per la resistenza incontrata da alcune famiglie.

Un elemento che ora la Procura vuole verificare, distinguendo le responsabilità individuali dalla possibile presenza di un fenomeno collettivo.

La verifica nelle scuole: quanti bambini non sono vaccinati?

L’indagine sul caso della bambina morta si intreccia così con un controllo più esteso. La Procura per i minorenni ha disposto una verifica urgente nelle scuole materne ed elementari della zona settentrionale di Palermo, con l’obiettivo di individuare eventuali bambini privi delle vaccinazioni richieste.

Il punto da chiarire è anche un altro: secondo quanto riferito dalla procuratrice Caramanna, alcune famiglie riuscirebbero a eludere di fatto l’obbligo vaccinale limitandosi a effettuare la prenotazione della vaccinazione, senza poi sottoporre concretamente i figli alla somministrazione prevista.

Gli accertamenti dovranno dunque stabilire quanti siano i minori coinvolti e se le irregolarità siano circoscritte a singoli casi oppure abbiano una dimensione più significativa.

Il cuginetto positivo alla difterite

Nel frattempo, sul fronte sanitario, è arrivata la conferma che il cuginetto della bambina morta è positivo al Corynebacterium diphtheriae, il batterio responsabile della difterite.

Il bambino, anch’egli di quattro anni, è ricoverato all’Ospedale dei Bambini di Palermo. Secondo quanto comunicato da Domenico Cipolla, direttore sanitario dell’Arnas Civico, le sue condizioni cliniche sono in miglioramento. Il piccolo viene mantenuto sotto osservazione e in isolamento, mentre i medici monitorano costantemente le sue condizioni.

La situazione, tuttavia, presenta una differenza decisiva rispetto a quella della cugina: il bambino era vaccinato. Aveva completato i primi tre cicli vaccinali e questo avrebbe contribuito a contenere la malattia, che si è manifestata in una forma molto più lieve.

Febbre e mal di gola, ma nessuna evoluzione grave

Il quadro clinico descritto dai sanitari è quello di una sintomatologia contenuta: febbre, mal di gola e placche, senza le complicazioni che possono rendere particolarmente pericolosa la difterite.

La presenza di un adeguato livello di immunoglobuline antidifteriche è stata inoltre rilevata dagli esami. Il bambino viene quindi seguito con attenzione, ma il miglioramento delle condizioni rappresenta un elemento rassicurante.

Nel frattempo, i familiari e le persone della famiglia allargata sono stati sottoposti a profilassi antibiotica. Sono inoltre partite ulteriori vaccinazioni, mentre l’Asp sta effettuando gli accertamenti necessari per monitorare l’eventuale diffusione dell’infezione.

Dalla tragedia all’allarme sanitario

La vicenda di Palermo mette così insieme tre piani diversi ma strettamente collegati: il dramma della morte di una bambina, l’accertamento delle eventuali responsabilità genitoriali e la necessità di verificare la copertura vaccinale di una comunità più ampia.

Il caso del cuginetto, positivo ma vaccinato e in miglioramento, aggiunge un elemento particolarmente significativo al quadro. Per gli investigatori e per i sanitari, ora, la priorità è capire quanto sia esteso il fenomeno della mancata vaccinazione e impedire che un singolo caso di difterite possa trasformarsi nell’inizio di una catena di contagi.

Gli accertamenti della Procura dovranno stabilire eventuali responsabilità sul piano della tutela dei minori. Quelli sanitari dovranno invece ricostruire la circolazione del batterio e individuare tempestivamente eventuali altri bambini esposti o non adeguatamente protetti.

Portomaggiore, l’aggressione per il cane: quando il pregiudizio diventa violenza

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A cura di Daniele Cappa

Una passeggiata con il cane, un battibecco e poi la violenza. È quanto sarebbe accaduto a Portomaggiore, nel Ferrarese, dove una donna di 59 anni, Susanna Rimessi, racconta di essere stata aggredita mentre camminava con il suo cane Simba.

Secondo la ricostruzione della donna, l’episodio sarebbe cominciato con un confronto verbale davanti all’abitazione di un uomo di 31 anni, di origine marocchina. Alla discussione sarebbero seguite le percosse, mentre alcuni familiari dell’uomo avrebbero fatto da contorno alla scena. Al termine dell’aggressione, il 31enne le avrebbe inoltre strappato il telefono dalle mani, correndo poi all’interno dell’abitazione.

La frase che, secondo quanto riferito dalla vittima, avrebbe fatto da detonatore alla lite è particolarmente significativa: «Lei vada a leggere il Corano… i cani sono animali impuri».

Rimessi ha raccontato quei momenti con parole che restituiscono la concretezza e la brutalità dell’accaduto: «Cado a terra, inizio a sanguinare, mi siedo, vado per rialzarmi, mi prende il telefono e corre dentro».

Se la ricostruzione sarà confermata dagli accertamenti, il punto non è soltanto la dinamica di una lite degenerata. C’è qualcosa di più profondo e inquietante: l’idea che una convinzione, una tradizione o una lettura religiosa possano essere trasformate in una pretesa di imporre agli altri come vivere, cosa possedere, come comportarsi e persino quali animali poter portare al guinzaglio.

Quando il retaggio diventa prevaricazione

È importante, però, evitare una scorciatoia tanto facile quanto pericolosa: trasformare la responsabilità individuale in una colpa collettiva.

In questo caso, le persone indicate nel racconto della vittima sono di origine marocchina. Ma sarebbe intellettualmente scorretto attribuire a un’intera comunità ciò che, eventualmente, è responsabilità di singoli individui. Il problema non è la nazionalità di chi aggredisce: il problema è l’idea, assurda e incompatibile con una società libera, che una propria convinzione possa autorizzare la violenza contro chi non la condivide.

E non è neppure un fenomeno esclusivamente riconducibile all’immigrazione o alla religione. La cronaca, del resto, conosce decine di episodi nei quali italiani, stranieri, credenti o non credenti arrivano a giustificare sopraffazioni e aggressioni sulla base di convinzioni personali, superstizioni, ideologie o retaggi culturali.

Il denominatore comune è un altro: l’intolleranza.

In alcuni casi si tratta di un retaggio culturale e antropologico arcaico, sopravvissuto al tempo e completamente fuori posto in una società contemporanea fondata sulla libertà individuale e sulla convivenza. In altri, più semplicemente, di ignoranza, ottusità e incapacità di comprendere un principio elementare: le proprie convinzioni finiscono dove cominciano i diritti degli altri.

La cultura non può essere usata come alibi per la violenza. La religione non può diventare una patente di superiorità. La tradizione non può trasformarsi in una licenza per intimidire o picchiare qualcuno.

Il rischio di minimizzare è altrettanto grave

Proprio per questo episodi come quello denunciato a Portomaggiore non vanno né enfatizzati in chiave identitaria né minimizzati.

La nazionalità degli aggressori può essere un elemento della cronaca, ma non deve diventare il bersaglio del giudizio. Allo stesso modo, però, non si deve cadere nell’errore opposto: per timore di alimentare polemiche sull’integrazione, fare finta che determinati comportamenti non pongano problemi.

Se una persona viene aggredita perché porta a spasso il proprio cane, il fatto è grave indipendentemente da chi sia l’aggressore e da quale sia la sua origine.

E diventa ancora più grave se dietro l’aggressione vi è davvero la convinzione che una norma religiosa o culturale possa essere imposta con la forza.

Una società civile non chiede a nessuno di rinunciare alla propria identità. Chiede qualcosa di molto più semplice: rispettare quella degli altri.

Il cane, in fondo, è soltanto il pretesto

La vicenda di Portomaggiore, dunque, non riguarda davvero un cane. Simba è soltanto il pretesto attorno al quale, secondo la denuncia della donna, sarebbe esploso un conflitto molto più elementare: quello tra chi pretende di imporre il proprio modo di pensare e chi rivendica il diritto di vivere liberamente.

È proprio qui che la storia assume un significato più ampio.

Non esiste tradizione abbastanza antica, religione abbastanza venerata o convinzione personale abbastanza radicata da poter giustificare un pugno. E non esiste origine geografica che renda un comportamento più o meno accettabile.

La civiltà si misura soprattutto nella capacità di convivere con ciò che non ci piace, che non comprendiamo o che non condividiamo.

Tutto il resto è prepotenza.

E quando la prepotenza passa dalle parole alle mani, non siamo più davanti a una semplice differenza culturale: siamo davanti a un problema di sicurezza, di rispetto e di legalità.

Il modello, il popolo e il richiamo della foresta

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A cura di Gilberto Borzini

La violenza si va affermando come soluzione delle controversie a qualsiasi livello.

Qualcuno, da qualche parte, ha aperto il vaso di Pandora e tutti i rancori hanno invaso il mondo. Quel qualcuno è l’economia.

Mesi addietro un amico fraterno, parlando dei Paesi un tempo in via di sviluppo e oggi diversamente sviluppati, affermava inorridito: “ci odiano! ma perché?”.

Perché dopo quattro secoli di colonialismo, l’ultima invenzione del quale fu il turismo, dopo centinaia di anni di sfruttamento, di imposizioni civili, sociali, economiche e militari, ora possono affermare la propria identità.

Bisognerà che chi viaggia impari presto il Mandarino e l’Arabo perché mi sa che a breve le lingue europee, spagnolo escluso, non saranno più considerate “lingue franche”, aborrite piuttosto nei luoghi che videro in azione gli imperi britannici e francesi o la malagrazia statunitense.

Bisognerà apprendere la grafia cirillica e gli ideogrammi cinesi per percepirsi persone di mondo. Ma soprattutto bisognerà sapersi difendere.

Il modello

A capo di una delle nazioni più rilevanti del pianeta c’è un volgarissimo e attempato signore che quando vuole una cosa se la prende, con le buone o con le cattive ma preferibilmente con le seconde che procurano più soddisfazione.

Non è nato con quella cattiveria o quell’arroganza addosso, ma è diventato arrogante e cattivo apprendendo il mestiere del Capitalista statunitense, dove il business è semplicemente questione di forza, di arroganza, di furbizia, di scaltrezza e di potere; dove per primeggiare devi continuamente acquisire per crescere, dove non esistono pietà o comprensione: chi spara per primo vince.

È il modello economico prevalente, l’altro ieri commerciale, ieri produttivo e oggi finanziario: si chiama Capitalismo e afferma il diritto sacrosanto alla Proprietà e allo Sfruttamento delle risorse disponibili per ottenere il proprio vantaggio, anche quando le risorse sono umane.

Così, per disporre delle risorse, il Capitale non esita a invadere, possedere, rubare, spacciando le proprie ruberie come atto di democrazia economica e costruendo su quel dettato infiniti articolati di Diritto commerciale perennemente a proprio vantaggio.

Così strangola il debitore sottraendogli proprietà.

Così sfrutta l’affamato rendendolo schiavo nell’illusione della libertà.

Questo è il Modello. Cosa sperate che impari, da questo modello, il popolo?

Il Popolo

Al Popolo, per qualche motivo, piacciono i vincitori.

Dai tempi delle olimpiadi greche il vincitore viene portato in trionfo e lo sconfitto dimenticato. Negli anfiteatri romani per lo sconfitto non c’era pietà: pollice verso e fine della storia.

Al Popolo, per qualche motivo, piacciono anche i soldi.

Perché senza soldi non vai da nessuna parte. Perché solo con i soldi ottieni attenzione e rispetto. Perchè se hai soldi sei apprezzato e l’autostima ne gode.

Il Popolo, di solito, è tale perché povero.

E l’essere povero definisce un fastidio genericamente percepito, un fastidio che fa proprio il modello economico dell’arroganza e attribuisce alla violenza la strada percorribile per ottenere i soldi.

Se poi sei giovane, più o meno aitante, sei erede di un mondo colonizzato e la società in cui vivi ti considera con fastidio, difficilmente seguirai un corso di Etiquette e Bon-ton ma ti unirai a un branco capitanato da un rapper incazzoso e armato in cui girano eccitanti in dosi industriali e procaci ragazzine che hanno scordato la verginità in culla.

Il richiamo della foresta

Il richiamo allora diventa irresistibile. È quello delle vittime che emettono paura da ogni poro quando si intuiscono preda. È quello dell’adrenalina che ti invade dopo lo scontro. È quello del denaro che ti si ficca in tasca a missione ottenuta. È l’erezione permanente che ti rintrona mentre guardi l’ultimo stupro al cellulare. È lo sguardo ammirato del branco mentre pulisci la lama. È il terrore che scateni sventagliando col kalashnikov per strada. È il Potere raggiunto, agguantato fosse anche per una notte sola.

È un richiamo antico, originario, selvatico, chissà come iscritto a lettere di fuoco nel DNA di ognuno di noi, faticosamente stemperato e disorientato dall’addestramento al civismo, dall’educazione, dall’istruzione, da modelli di comportamento ipocriti ma gentili in cui si impara che il rispetto genera rispetto più di quanto non ottenga la forza.

È l’esempio quotidiano che ti mostra che il potere arrogante prende ciò che vuole e che i deboli finiscono persino col ringraziare il potere che li insulta e li deruba, perché economia e politica, che sono la stessa cosa pur se indossano giacche diverse, sono ormai maestre di vita, esempi da perseguire e imitare, modelli di adattamento pratico alla vita della foresta dove o sei lupo o sei preda.

Quindi

O saremo capaci di modificare radicalmente e strutturalmente il modello culturale che da quello economico deriva, o torneremo al far west in cui ognuno si sente libero di agire come crede per la propria difesa o per il proprio interesse.

Allo stato delle cose reagiamo inasprendo inutilmente le pene, intasando carceri e tribunali, mentre l’insicurezza da percezione si trasforma in disagio sociale.

Proseguendo sul percorso avviato finiremo prigionieri dei nostri stessi sistemi di sicurezza, riducendo gli spazi ai liberi cittadini e ampliando i territori percorribili per i branchi e per i lupi solitari.

È fondamentale modificare la struttura, il modello, il riferimento e definire un’economia sociale in grado di generare una società partecipativa e inclusiva.

Non mi sembra sussistano altre indicazioni.

Washington riapre il dossier Onu: sul tavolo 725 milioni di dollari per ridurre il debito

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Gli Stati Uniti si preparano a mettere mano al portafoglio per ridurre il consistente debito accumulato nei confronti delle Nazioni Unite. L’amministrazione di Donald Trump ha infatti informato il Congresso dell’intenzione di destinare 725 milioni di dollari all’Onu, in quella che potrebbe diventare una prima operazione concreta per regolare almeno una parte dei contributi ancora dovuti.

La notizia, riportata da The Times of Israel, assume un peso particolare alla luce dei rapporti tutt’altro che lineari tra Washington e il sistema delle Nazioni Unite. Negli ultimi mesi l’amministrazione statunitense ha contestato apertamente l’efficienza dell’organizzazione internazionale, sostenendo che l’Onu non sia riuscita a valorizzare pienamente le proprie potenzialità e mettendo in discussione l’entità e la destinazione dei finanziamenti americani.

Da qui sono arrivati tagli e ridimensionamenti dei contributi destinati a diverse agenzie delle Nazioni Unite, alimentando nuove tensioni sul ruolo degli Stati Uniti all’interno del sistema multilaterale.

Il possibile pagamento dei 725 milioni di dollari introduce ora un elemento diverso nello scenario. Non si tratterebbe infatti della soluzione definitiva alla questione del debito americano, che ammonta complessivamente a miliardi di dollari, ma di un primo passo nella direzione del riequilibrio dei conti con l’organizzazione internazionale.

Resta tuttavia una distinzione importante tra l’intenzione annunciata e il trasferimento effettivo delle risorse: al momento, secondo quanto riferito, i fondi non sarebbero ancora stati materialmente versati.

La partita, dunque, rimane aperta. Da una parte Washington continua a chiedere una revisione del funzionamento delle Nazioni Unite e una maggiore efficienza nell’utilizzo delle risorse; dall’altra, il possibile stanziamento di centinaia di milioni di dollari potrebbe contribuire a ridurre le tensioni finanziarie con l’organizzazione.

Più che una svolta definitiva, il versamento annunciato appare quindi come un segnale pragmatico: gli Stati Uniti non rinunciano alle proprie critiche nei confronti dell’Onu, ma sembrano intenzionati almeno in parte a rimettere ordine nei propri impegni finanziari. Una mossa che potrebbe avere conseguenze non soltanto sui bilanci dell’organizzazione, ma anche sull’equilibrio dei rapporti tra Washington e il sistema multilaterale.

Ucraina, la notte dei raid: due morti a Kiev. Droni di Kiev colpiscono il colosso Ozon in Russia

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La guerra torna a infiammarsi su entrambi i fronti, con una notte segnata da una raffica di attacchi aerei e droni che ha colpito obiettivi in Ucraina e sul territorio russo. Mentre Mosca ha intensificato i bombardamenti contro diverse aree ucraine, Kiev ha portato un raid di particolare rilievo nel cuore dell’apparato logistico russo, prendendo di mira un grande centro di distribuzione di Ozon, uno dei principali colossi dell’e-commerce del Paese.

L’attacco ucraino ha interessato un sito nella regione di Samara, dove un incendio si è sviluppato all’interno della struttura. Secondo quanto riferito dall’agenzia Tass, l’azienda ha disposto in pochi minuti l’evacuazione di oltre 500 dipendenti. Il bilancio, tuttavia, non si sarebbe fermato ai danni materiali: sono state segnalate vittime e diversi feriti, come confermato dal governatore regionale Vyacheslav Fedorishchev.

Il raid assume un significato particolare perché, secondo le prime informazioni, rappresenta un’azione mirata contro un’infrastruttura di Ozon, gigante della logistica e del commercio online russo, secondo per dimensioni a Wildberries. Un obiettivo che va oltre il semplice valore simbolico: colpire i grandi hub logistici significa infatti puntare a una componente essenziale della macchina economica e distributiva russa.

La risposta russa: Kiev sotto attacco

Contemporaneamente, nella notte, l’Ucraina è stata nuovamente investita da una serie di attacchi russi. La capitale Kiev è stata tra le aree maggiormente colpite. Dopo la diffusione dell’allarme missilistico, l’amministrazione militare della città ha comunicato la presenza di un incendio in un magazzino e ha riferito di almeno una persona uccisa e diversi feriti.

Un secondo bilancio drammatico è arrivato da Zaporizhzhia, dove un drone russo ha colpito un’area della città provocando la morte di un uomo e il ferimento di altre quattro persone. A riferirlo è stato Ivan Fedorov, capo dell’amministrazione militare regionale.

Il bilancio complessivo delle vittime ucraine della notte è dunque salito ad almeno due morti, mentre numerose persone sono rimaste ferite. Numeri che si aggiungono a una giornata già particolarmente sanguinosa.

Venerdì il bilancio più pesante

Nelle ore precedenti, infatti, una serie di bombardamenti russi aveva provocato almeno 20 vittime in Ucraina. Tra gli episodi più gravi, l’attacco con un drone contro un centro commerciale affollato di Kryvyi Rig, città natale del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, dove hanno perso la vita 16 persone.

La sequenza degli attacchi conferma così una dinamica ormai consolidata del conflitto: da una parte Mosca continua a colpire infrastrutture e centri abitati ucraini con missili e droni; dall’altra Kiev cerca sempre più spesso di portare la guerra oltre i propri confini, prendendo di mira strutture strategiche all’interno della Russia.

Il fronte, insomma, si allarga ancora una volta. E la notte appena trascorsa restituisce l’immagine di una guerra nella quale la distanza tra obiettivi militari, infrastrutture economiche e aree civili appare sempre più sottile.

Dazi Usa al Canada, salta l’intesa: Ottawa risponde con tariffe equivalenti

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La tregua commerciale tra Stati Uniti e Canada è durata poco. I negoziati dell’ultima ora non hanno prodotto l’accordo sperato e i nuovi dazi del 50% decisi dall’amministrazione di Donald Trump sono entrati in vigore, aprendo un nuovo fronte nella guerra commerciale tra i due Paesi nordamericani.

Nel mirino finiscono diverse categorie di prodotti canadesi destinati al mercato statunitense, tra cui cemento e mazze da hockey, per un valore complessivo delle importazioni interessate stimato in circa 20 miliardi di dollari. Una misura che Ottawa aveva cercato fino all’ultimo di scongiurare, senza però accettare le condizioni poste da Washington.

A Washington, il ministro canadese del Commercio Dominic LeBlanc ha prolungato fino a tarda sera i colloqui nel tentativo di trovare una formula capace di disinnescare le nuove tariffe. L’intesa, tuttavia, non è arrivata. Dopo settimane di trattative, il confronto si è così trasformato in un braccio di ferro destinato ad avere conseguenze ben oltre il valore immediato delle merci colpite.

La risposta di Ottawa: «Dazi equivalenti»

Il Canada ha scelto di non subire passivamente la stretta americana. Il primo ministro Mark Carney ha annunciato che Ottawa introdurrà tariffe equivalenti sui prodotti statunitensi, con l’obiettivo dichiarato di difendere imprese e lavoratori canadesi.

La linea del governo è netta: a ogni misura americana corrisponderà una risposta canadese di pari entità. Una strategia che rischia di alimentare ulteriormente la spirale protezionistica e di trasformare una disputa commerciale in uno scontro politico ed economico di più ampia portata.

Secondo Carney, a far saltare il tavolo sarebbero state soprattutto le modifiche apportate dagli Stati Uniti all’ultimo momento ai termini dell’accordo in discussione. Il premier canadese le ha definite ingiuste e antieconomiche, sostenendo che abbiano compromesso anche la fiducia necessaria per qualsiasi futuro accordo.

Per Ottawa, dunque, il problema non riguarda soltanto la misura dei dazi, ma la prevedibilità stessa del rapporto con Washington.

Dalla proroga alla rottura

Il percorso verso l’entrata in vigore delle tariffe era già stato segnato da continui rinvii e tensioni. Trump aveva annunciato i nuovi dazi a luglio, fissandone inizialmente l’applicazione per mercoledì. All’ultimo momento, però, la Casa Bianca aveva concesso una proroga di tre giorni, sostenendo che un’intesa fosse ormai vicina.

La finestra diplomatica non è bastata.

Il mancato accordo mette ora fine, almeno temporaneamente, a una trattativa che avrebbe dovuto evitare l’escalation. E conferma quanto siano diventati fragili i rapporti tra i due storici partner commerciali, legati da una delle relazioni economiche più integrate al mondo.

«L’America è cambiata»

È soprattutto sul piano politico che le parole di Carney assumono un peso particolare. Il premier canadese ha sostenuto che la guerra commerciale avviata da Trump abbia modificato strutturalmente il rapporto tra i due Paesi.

«L’America è cambiata», è il messaggio di fondo lanciato da Ottawa. E, secondo Carney, il Canada non può più dare per scontato il ritorno al precedente equilibrio.

È una presa d’atto che va oltre la disputa sui dazi. Per decenni Stati Uniti e Canada hanno costruito una relazione fondata su commercio, investimenti, catene produttive integrate e una stretta collaborazione politica. L’offensiva tariffaria di Washington introduce invece un elemento di incertezza destinato a pesare sulle scelte delle imprese e sulla strategia economica di Ottawa.

Il rischio, ora, è quello di una spirale di ritorsioni: Washington alza le tariffe, Ottawa risponde, e il nuovo equilibrio viene cercato attraverso ulteriori misure punitive anziché attraverso il negoziato.

La partita, insomma, non riguarda più soltanto cemento, attrezzature sportive o altri beni soggetti ai nuovi dazi. È diventata una prova di forza sulla natura stessa della relazione tra Stati Uniti e Canada. E il messaggio arrivato da Ottawa è inequivocabile: il vecchio rapporto con Washington, dopo la nuova stagione protezionistica americana, non può più essere dato per scontato.

Il gesto con la mano che ha fermato l’incubo: 14enne chiede aiuto alla Polizia e salva la situazione

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Un gesto quasi impercettibile, ma abbastanza chiaro per chi sapeva riconoscerlo. Pollice ripiegato sul palmo, poi le dita che si chiudono lentamente a coprirlo: il “Signal for Help”, il segnale internazionale utilizzato da chi si trova in una situazione di pericolo e non può chiedere aiuto a voce.

È così che una ragazzina di 14 anni, giovedì 20 agosto, è riuscita a far scattare l’intervento della Polizia di Stato e a interrompere una situazione che, secondo quanto denunciato dalla giovane, sarebbe potuta sfociare in una violenza sessuale.

È accaduto intorno alle 17 in via di Rocca Cencia, all’incrocio con via Casilina, a Roma. Una pattuglia del distretto Casilino ha notato una vettura bianca e, sul sedile del passeggero, la minorenne. Gli agenti hanno visto quel movimento della mano e hanno immediatamente compreso che non si trattava di un gesto casuale.

La volante ha fermato l’auto. La ragazza era in lacrime, profondamente scossa. Alla guida, secondo quanto riferito agli investigatori, c’era l’attuale compagno della madre, un cittadino romeno di 47 anni, che poco prima aveva parcheggiato nei pressi di un negozio di telefonia ed era entrato nell’esercizio commerciale.

Gli agenti hanno agito senza perdere tempo: mentre uno di loro controllava il negozio per evitare che l’uomo potesse allontanarsi, un secondo poliziotto è rimasto accanto alla ragazza, cercando di rassicurarla e di costruire con lei un rapporto di fiducia.

Solo allora, tra pianto e singhiozzi, la quattordicenne ha iniziato a raccontare.

Dalle attenzioni alle accuse di violenza

La giovane ha ricostruito agli agenti quanto sarebbe accaduto durante il viaggio da Zagarolo a Roma. Secondo la sua testimonianza, l’uomo avrebbe cominciato con attenzioni che lei avrebbe percepito come insolite e con promesse di regali, per poi tentare un’aggressione sessuale.

La situazione si sarebbe interrotta quando l’auto si è fermata davanti al negozio. È stato in quel momento che la ragazza avrebbe visto passare la pattuglia e, senza parlare, ha scelto di affidarsi a quel gesto imparato per chiedere aiuto.

Un messaggio silenzioso che gli agenti hanno saputo leggere.

Il 47enne è stato bloccato all’uscita dell’attività commerciale. Durante il controllo, secondo quanto riferito dalla Polizia, l’uomo avrebbe mantenuto un atteggiamento aggressivo, arrivando anche a rivolgersi alla ragazza per rimproverarla.

Gli accertamenti avrebbero inoltre evidenziato un marcato stato di alterazione alcolica. Nell’automobile sono state trovate diverse bottiglie di bevande alcoliche e la minorenne avrebbe riferito agli investigatori che l’uomo aveva iniziato a bere già dalla mattina.

Il telefono cellulare dell’indagato è stato sequestrato e l’uomo è stato sottoposto a perquisizione.

La denuncia della madre e gli altri episodi

La vicenda ha assunto contorni ancora più delicati quando, al distretto di Polizia, è arrivata la madre della quattordicenne.

La donna ha presentato denuncia nei confronti del compagno, riferendo agli investigatori di essere stata a sua volta più volte vittima di violenze da parte dello stesso uomo.

Nel frattempo, per la minorenne sono state attivate tutte le procedure di tutela. La ragazza è stata affidata inizialmente al personale sanitario del 118 e successivamente ascoltata in audizione protetta, alla presenza di una psicologa infantile di turno presso la Procura della Repubblica di Roma.

Della vicenda sono stati informati anche i magistrati della Procura per i minorenni, considerata l’età della presunta vittima.

Al termine degli accertamenti, il pubblico ministero di turno per i reati di violenza della Procura di Roma ha disposto il trasferimento dell’uomo nel carcere di Regina Coeli. Il giudice per le indagini preliminari ha successivamente convalidato l’arresto.

Restano ora al vaglio degli investigatori tutti gli elementi raccolti, mentre proseguono gli accertamenti per ricostruire con precisione quanto accaduto durante quel viaggio. Per la ragazza, però, il momento decisivo è stato un altro: quello in cui un semplice movimento della mano, compreso da una pattuglia di passaggio, è diventato una richiesta d’aiuto capace di rompere il silenzio.

Esplosione in una palazzina di quattro piani a Perugia: crolla parte del tetto, due feriti

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Una forte esplosione ha squarciato nella mattinata di sabato una palazzina di quattro piani a Perugia. La deflagrazione, avvenuta intorno alle 9 in via Giambattista Vico, ha provocato il parziale crollo del tetto e danneggiato l’edificio. Il primo bilancio parla di due persone ferite.

L’allarme è scattato immediatamente e sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, impegnati nelle operazioni di messa in sicurezza e nella valutazione dei danni riportati dalla struttura. Le verifiche sono in corso per stabilire se vi siano ulteriori criticità e per ricostruire con precisione la dinamica dell’accaduto.

L’esplosione e il crollo del tetto

La violenza della deflagrazione ha interessato la palazzina provocando il cedimento di una parte della copertura. Le immagini mostrano il tetto parzialmente collassato, mentre le squadre di soccorso hanno raggiunto rapidamente l’area per verificare le condizioni dell’edificio e delle persone eventualmente coinvolte.

Al momento il bilancio confermato è di due feriti. Non sono ancora disponibili ulteriori elementi sulle loro condizioni.

Cause ancora da chiarire

Restano invece tutte da definire le cause dell’esplosione. Tra le prime ipotesi prese in considerazione c’è quella di una fuga di gas, ma si tratta al momento di una possibilità che dovrà essere verificata dagli accertamenti tecnici.

Gli investigatori e i vigili del fuoco dovranno ora ricostruire l’origine della deflagrazione e individuare l’eventuale punto di innesco. Particolare attenzione è rivolta anche alle condizioni delle strutture portanti, per stabilire l’entità dei danni e valutare eventuali rischi per la sicurezza.

La priorità resta dunque la messa in sicurezza della palazzina, mentre proseguono gli accertamenti per fare piena luce su quanto accaduto.

Carburanti, la corsa non si ferma: il gasolio vola a 2,20 euro in autostrada

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La pausa estiva non frena la corsa dei carburanti. Anzi, proprio nel primo weekend del controesodo dopo Ferragosto, quando milioni di automobilisti tornano verso casa, i prezzi alla pompa registrano un nuovo rialzo. A pesare sul bilancio dei viaggiatori è soprattutto il gasolio, che in autostrada arriva a 2,200 euro al litro in modalità self service.

A fotografare l’andamento è il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), con i dati relativi alla rete nazionale. Sulla viabilità ordinaria, la benzina self service si attesta oggi a 2,008 euro al litro, contro i 2,005 euro della rilevazione precedente. Un incremento apparentemente contenuto, ma che porta comunque il prezzo medio oltre la soglia psicologica dei due euro.

Ancora più marcato il differenziale sulla rete autostradale: per la verde il prezzo medio sale a 2,085 euro al litro, rispetto ai 2,080 euro di ieri. Una differenza che, su un pieno, può tradursi in un esborso sensibilmente più elevato per chi affronta lunghi tragitti proprio nei giorni di maggiore mobilità.

Il diesel resta il sorvegliato speciale

È però il gasolio a segnare l’aumento più significativo. Sulla rete stradale nazionale il prezzo medio in modalità self raggiunge 2,128 euro al litro, dai 2,122 euro della rilevazione precedente. In autostrada il valore sale ulteriormente, fino a 2,200 euro al litro, contro i 2,186 euro registrati ieri.

In altre parole, per chi viaggia in autostrada, il diesel costa oggi mediamente oltre dieci centesimi in più al litro rispetto alla benzina venduta sulla stessa rete. Una forbice che diventa tutt’altro che trascurabile quando si parla di un pieno da decine di litri.

Il quadro arriva in un momento particolarmente delicato per gli automobilisti. Il calendario mette infatti sotto i riflettori anche il 25 agosto, data di scadenza della proroga del taglio delle accise sul gasolio. Una scadenza che potrebbe aggiungere ulteriore attenzione all’evoluzione dei prezzi nelle prossime settimane.

Il controesodo presenta il conto

Il rialzo assume un peso particolare perché coincide con uno dei periodi dell’anno in cui la domanda di carburante è tradizionalmente più intensa. Dopo il picco delle partenze estive, il controesodo concentra sulle strade e sulle autostrade un elevato numero di spostamenti, proprio mentre il costo del rifornimento torna a spingersi verso livelli elevati.

Per gli automobilisti, dunque, la raccomandazione più concreta resta quella di confrontare i prezzi prima di fare rifornimento e, quando possibile, evitare le stazioni autostradali, dove il costo medio è più alto rispetto alla rete ordinaria.

La fotografia del Mimit racconta così un mercato che continua a muoversi verso l’alto: oltre 2 euro al litro per la benzina sulla rete stradale, oltre 2,12 euro per il diesel e 2,20 euro per il gasolio in autostrada. E con la scadenza del provvedimento sulle accise ormai alle porte, per gli automobilisti l’attenzione sul prezzo alla pompa resta alta.