A cura di Gilberto Borzini
L’ottocento fu notoriamente secolo di grandi ideali, territorio incontrastato del romanticismo che nella “passione”, nel poetico “Sturm Und Drang”, definiva la propria ragion d’essere.
Il secolo vide esplodere le concrete espressioni del Capitalismo industriale, la smania di conquiste territoriali per l’accesso privilegiato alle risorse minerarie, l’esplodere del Colonialismo più duro, lo sviluppo tumultuoso e cancerogeno delle metropoli, i fenomeni di urbanizzazione di massa, la nascita del proletariato oggetto d’attenzione da parte di Marx e dei primi socialisti moderni.
L’economia cambiava aspetto, le campagne perdevano attrazione, le miniere usavano uomini come cavalli e bambini come muli.
Con la prima rivoluzione industriale il mondo moderno cambiò aspetto e forma, ristrutturò la strategia politica e militare assumendo il Capitale il controllo degli obiettivi politici e delle relative strategie.
Predominante, e mai abbastanza raccontata, fu la questione del Canale di Suez che permetteva alle merci orientali una riduzione dei tempi di approdo all’Europa di almeno 45 giorni rispetto alla circumnavigazione africana.
Con il Canale di Suez per l’industria inglese, che controllava il promontorio sudafricano, tappa obbligatoria pe rla circumnavigazione del continente nero, divenne prioritario il controllo del Mediterraneo e del Mar Rosso da Djibouti a Port Said mantenendo buoni rapporti con le tribù sarabe e saudite. A Londra facevano riferimento Malta, mezza Cipro e Gibilterra. L’accordo con il reame italico concluse l’operazione assicurando a Londra il controllo delle vie del mare.
Danni Collaterali
L’Italia di quel tempo assunse l’aspetto dell’Unione Europea quando si decise l’allargamento ad Est, acquisendo le rovine dell’Impero Sovietico: i Savoia offrivano agli staterelli vinti una nuova “integrazione” in cambio di una moneta unica, di un unico governo, di un unico esercito, di un’economia priva di dazi interni, ovvero prospera e vantaggiosa.
L’Italia erano molte realtà: il nord abbracciava l’idea dell’industria non diversamente da come nei decenni recenti Polonia, Romania e Slovenia hanno accolto le produzioni e le delocalizzazioni tedesche.
L’Italia era campagne desolate e migrazione costante verso il sogno americano.
Il Meridione, rapidamente spogliato delle sue produzioni immediatamente trasferite al nord per essere più vicine ai mercati di sbocco (così si affermava) divenne terra di bracciantato. Il valore dell’olio d’oliva, fino ad allora usato per illuminare case e città, venne spazzato via dall’introduzione del gas e della corrente elettrica. La Puglia perse così la maggior parte della propria economia. Le querce secolari di Sardegna divennero traversine per le ferrovie del regno. Le residenze principesche di Napoli e Palermo vennero abbandonate, ridimensionate, mentre i fattori agrari di un tempo sposavano le figlie di dinastie immiserite, gli uni vantando il titolo acquisito, le altre sopravvivendo all’improvvisa miseria.
Il nuovo Stato unitario non era affatto pronto ad essere tale, né la casa regnante aveva nelle proprie mire il trovarsi a capo di un siffatto e complicatissimo Stato. Reagì come fanno gli incolti, applicando al Regno intero regole e norme fin lì definite per un Piemonte che parlava francese. Nell’incomprensione delle mille lingue e ancor più dialetti usò la mano pesante e la forma coloniale dell’occupazione generando, come ogni forma coloniale che si rispetti, miseria e disamore.
Briganti & Malacarne
Chi non fuggiva verso le americhe, chi era obbligato a rimanere e non disponeva delle risorse necessarie neppure per raggiungere le nuove industrie del settentrione, divenne brigante e il fenomeno fu il medesimo nel meridione italiano come nelle montagne spagnole, nelle asperità dei Balcani o nelle “resistenze” locali al colonialismo.
Fu il “modello sistemico” agito dal Capitale nell’organizzare l’azione di conquista e controllo dei territori a definire la reazione armata, il brigantaggio, la concreta manifestazione identitaria di realtà territoriali che si manifestava con l’aggressività e una forma di governo definita da proprie norme, proprie regole e proprie convenzioni.
Se il brigantaggio romagnolo, presente nel percorso che da Imola conduce verso Roma, fu fenomeno di durata limitata, ben diverso fu quello Abruzzese, più prolungato nel tempo, e via via sempre più aspro e violento e permanente scendendo verso sud.
All’espansione del tessuto economico, da nord verso sud, corrispose in parallelo la presenza o la riduzione del brigantaggio.
A maggiore povertà rispose una più aggregante forma di ControStato, che si andò definendo territorialmente e specificatamente nelle note organizzazioni di Camorra, Sacra Corona Unita, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra, ognuna con regole interne diverse, ognuna con appartenenze non scritte, ognuna determinata nell’essere governo locale anti statale.
Poi venne la Questione Meridionale, la Cassa del Mezzogiorno, i contributi a pioggia, le speculazioni, le elezioni agli scranni parlamentari di rappresentanti dei singoli territori, la burocrazia ad impronta meridionale, la presenza sostenuta di meridionali nelle forze dell’ordine, la ramificazione di modelli culturali indentitari nei gangli delle amministrazioni pubbliche.
Fino al punto che gli interessi diversi incontrarono i finanziamenti europei, le grandi opere di infrastrutturazione, l’edilizia dirompente delle aree industrializzate e quelle organizzazioni, un tempo divise e divisive, si trovarono, grazie anche ai fenomeni della globalizzazione economica, ad avviare forme strategiche di collaborazione e mutui investimenti, divenendo, con ogni probabilità, uno dei motori di investimento prioritari della nazione.
Determinate un tempo da un’ostile applicazione del Capitalismo colonialista, le forme della ribellione hanno fatto proprie le regole del Capitale fino a raggiungere (apparentemente) importanti traguardi nell’economia.
