Dolly Parton se n’è andata nel luogo che più di ogni altro aveva contribuito a trasformare nella capitale mondiale del country: Nashville, in Tennessee. La cantante, autrice, attrice e filantropa americana è morta martedì 25 agosto, all’età di 80 anni. A dare l’annuncio è stato il nipote Bryan Seaver, attraverso un video diffuso sui canali social dell’artista. La famiglia ha comunicato che Parton è morta serenamente e che sarà celebrata con una cerimonia privata riservata ai familiari. La causa della morte non è stata resa nota.
Con Dolly Parton scompare molto più di una star della musica country. Se ne va una delle figure più riconoscibili e trasversali della cultura americana, capace di attraversare generazioni e generi senza smarrire mai la propria identità. Il suo mondo fatto di strass, parrucche bionde, humour irresistibile e melodie apparentemente semplici nascondeva una straordinaria capacità di raccontare il dolore, il lavoro, l’ambizione, l’amore e la voglia di riscatto.
Una bambina, una canzone e un destino già scritto
Nata nel 1946 e cresciuta in condizioni di povertà nel Tennessee rurale, Parton era una dei dodici figli della famiglia. La musica entrò prestissimo nella sua vita: aveva appena cinque o sei anni quando scrisse la sua prima canzone, dando forma a quella che sarebbe diventata una delle più prolifiche carriere autorali della storia della musica americana. Nel corso della sua vita avrebbe scritto migliaia di brani.
Il passaggio dalla povertà delle Great Smoky Mountains alla ribalta internazionale fu tutt’altro che casuale. Parton costruì la propria carriera con una combinazione rara di talento, disciplina e intuito imprenditoriale. Prima autrice richiesta, poi interprete, quindi attrice, produttrice e imprenditrice: ogni capitolo della sua vita sembrava aggiungere una nuova dimensione a un personaggio che non si è mai lasciato rinchiudere in una sola definizione.
Jolene, 9 to 5, I Will Always Love You: la musica che ha superato il country
La sua firma è rimasta impressa in alcune delle canzoni più celebri del Novecento. Jolene, Coat of Many Colors, 9 to 5 e soprattutto I Will Always Love You hanno trasformato Dolly Parton in un’icona mondiale.
Quest’ultima canzone, scritta nel 1974 come commiato dal collega Porter Wagoner, avrebbe avuto una seconda vita straordinaria grazie alla versione di Whitney Houston, inserita nella colonna sonora del film The Bodyguard. Un esempio perfetto della capacità di Parton di scrivere canzoni capaci di sopravvivere alla propria epoca e di cambiare interprete senza perdere la forza originaria.
I numeri raccontano solo in parte la sua grandezza: oltre 100 milioni di dischi venduti e 11 Grammy Awards, compreso il Grammy alla carriera. Nel 1999 è entrata nella Country Music Hall of Fame e nel 2022 nella Rock & Roll Hall of Fame, riconoscimenti che fotografano bene quanto il suo impatto abbia ormai superato i confini del country.
Una donna capace di reinventarsi senza rinnegarsi
Parton è stata anche una pioniera nel trasformare la propria immagine in uno strumento di libertà. Il look esagerato, le paillettes, i capelli monumentali e l’autoironia non erano semplicemente un marchio estetico: erano parte di una precisa costruzione artistica. Dietro il personaggio scintillante c’era una donna capace di parlare a pubblici diversissimi, dai fan del country alle platee pop, dal cinema alla televisione.
Il successo di 9 to 5, commedia del 1980 dedicata al mondo del lavoro femminile, ne fece anche un volto cinematografico. La canzone che scrisse e interpretò per il film divenne a sua volta un successo e le procurò un Grammy.
Ma la sua eredità non si esaurisce nello spettacolo. Parton ha investito enormi energie nella filantropia, soprattutto attraverso la Imagination Library, il progetto dedicato alla diffusione della lettura e alla distribuzione gratuita di libri ai bambini. Nel corso degli anni l’iniziativa ha raggiunto centinaia di milioni di libri distribuiti.
Gli ultimi anni, tra fragilità e nuovi progetti
Negli ultimi tempi la salute aveva imposto a Parton un rallentamento. Aveva cancellato e rinviato appuntamenti pubblici, compresa una prevista residenza a Las Vegas, e aveva parlato apertamente delle difficoltà fisiche affrontate negli ultimi anni. Aveva inoltre raccontato di aver trascurato la propria salute mentre assisteva il marito Carl Dean, morto nel 2025 dopo quasi sessant’anni di matrimonio.
Eppure, anche quando il corpo imponeva prudenza, la sua agenda continuava a essere quella di un’artista che non aveva alcuna intenzione di fermarsi. Tra i progetti in cantiere c’erano un museo e un hotel a Nashville e un musical dedicato alla sua vita, Dolly: A True Original Musical.
Il museo che avrebbe raccontato la sua leggenda
Quasi come un ultimo capitolo già scritto, proprio in questi giorni era stata annunciata la grande esposizione dedicata alla sua vita e alla sua carriera, il Life of Many Colors Museum, destinata a Nashville e collegata al nuovo SongTeller Hotel. Il progetto avrebbe permesso ai visitatori di attraversare decenni di musica, costumi, fotografie, ricordi e oggetti personali.
Un museo, in fondo, è il luogo in cui una vita diventa memoria collettiva. E quella di Dolly Parton lo era già da tempo.
Perché la sua vera eredità non sta soltanto negli 11 Grammy, nei milioni di dischi venduti o nelle canzoni entrate nella storia. Sta nella capacità di aver trasformato una storia di povertà in una storia di successo senza mai nascondere le proprie radici. Di aver fatto del country una lingua universale. E di aver dimostrato che dietro una montagna di capelli biondi, un abito di paillettes e una battuta fulminante poteva esserci una delle autrici più sensibili e tenaci della musica americana.
Dolly Parton aveva costruito una carriera sulla capacità di far sorridere e commuovere nello spazio di una stessa canzone. Ora quella voce si è spenta. Le sue canzoni, invece, continueranno a cantare.
