La guerra commerciale tra Stati Uniti e Canada entra in una nuova fase e rischia di trasformare quella che sembrava una disputa negoziale in uno scontro destinato a lasciare conseguenze profonde su entrambe le economie. A partire dall’8 settembre, Ottawa introdurrà infatti nuovi dazi su oltre 700 prodotti americani, per un valore complessivo di circa 20 miliardi di dollari, pari a circa il 7% delle importazioni canadesi dagli Stati Uniti.
Le nuove tariffe, comprese tra il 15% e il 50%, rappresentano la risposta canadese alle misure adottate da Washington dopo l’interruzione dei negoziati commerciali tra i due Paesi. Una ritorsione mirata, dunque, ma anche un messaggio politico molto chiaro: il Canada non intende subire passivamente le decisioni della Casa Bianca e vuole difendere il proprio apparato produttivo.
Dalle motociclette ai prodotti alimentari: ecco cosa finirà nel mirino
La lista dei prodotti interessati dai nuovi dazi è ampia e tocca settori molto diversi. Tra gli articoli colpiti figurano motociclette, lavatrici e asciugatrici, motoseghe, oltre a diversi prodotti alimentari, tra cui formaggio fuso, vongole e polpo congelato.
Particolarmente significativo è il capitolo relativo ai metalli. Ottawa ha deciso di raddoppiare al 50% i dazi su acciaio e alluminio provenienti dagli Stati Uniti, portandoli allo stesso livello delle tariffe applicate da Washington alle medesime materie prime canadesi.
È proprio questo il punto più delicato dello scontro: acciaio e alluminio rappresentano infatti comparti strategici per entrambe le economie e il loro coinvolgimento rischia di produrre effetti a catena sulle filiere industriali, aumentando i costi per imprese e consumatori.
Ottawa: “Non era quello che volevamo”
Il governo canadese presenta la decisione come una misura necessaria per proteggere l’industria manifatturiera nazionale dopo il fallimento del confronto con Washington.
Il ministro del Commercio canadese Dominic LeBlanc ha tuttavia cercato di lasciare aperto uno spiraglio diplomatico. La scelta dei dazi, ha spiegato, non rappresentava l’obiettivo iniziale di Ottawa: la priorità sarebbe stata raggiungere un’intesa vantaggiosa per entrambe le parti.
Il Canada, però, non sembra più disposto ad attendere indefinitamente un accordo. La posizione di Ottawa è quindi quella di una controffensiva accompagnata da una porta ancora socchiusa al negoziato: pressione economica, ma senza rinunciare del tutto alla possibilità di ricomporre la frattura.
Trump non arretra
Dall’altra parte del confine, Donald Trump continua invece a difendere la linea dura nei confronti del vicino canadese. Il presidente statunitense accusa Ottawa di aver penalizzato per anni le imprese americane e, in particolare, il settore agricolo, arrivando a sostenere che il Canada abbia applicato dazi fino al 400% e oltre su alcuni prodotti.
Una contrapposizione che rende sempre più difficile individuare un terreno comune. Washington considera le proprie misure uno strumento per correggere quelli che ritiene squilibri commerciali storici; Ottawa le interpreta invece come una minaccia diretta alla propria industria e risponde colpo su colpo.
Un conflitto che va oltre i dazi
La vera incognita, ora, è capire quanto a lungo potrà durare questa escalation. Stati Uniti e Canada sono profondamente integrati sul piano economico e produttivo: colpire le importazioni significa inevitabilmente intervenire su catene di approvvigionamento, costi industriali e prezzi finali.
Il rischio, quindi, non è soltanto quello di una nuova stagione di tariffe incrociate. Se lo scontro dovesse proseguire, potrebbero aumentare le pressioni sulle imprese dei due Paesi e complicarsi ulteriormente i rapporti commerciali all’interno di un’area economica tradizionalmente caratterizzata da una forte interdipendenza.
L’8 settembre diventa così una data simbolica: il Canada passa dalla protesta alla ritorsione concreta. E mentre Ottawa continua a sostenere di voler trovare un accordo, Washington non sembra intenzionata a fare marcia indietro. La partita commerciale nordamericana, insomma, è tutt’altro che chiusa.
