17 Ottobre 2026, sabato
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Tajani contro gli “extraprofitti”: «Parolaccia da Unione Sovietica». Ma il bersaglio è davvero solo la tassa?

Dal Meeting di Rimini il vicepremier e leader di Forza Italia boccia senza appello qualsiasi ipotesi di tassazione degli extraprofitti e rilancia il mantra azzurro del “meno tasse”. Il governo studia invece un contributo concordato con le imprese dell’energia. E intanto, tra politica e malelingue, qualcuno torna a fare domande scomode.

A cura di Daniele Cappa

Antonio Tajani non usa mezze misure. Dal Meeting di Rimini, il ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia mette nero su bianco la propria contrarietà a qualsiasi ipotesi di tassazione degli extraprofitti. Una posizione netta, accompagnata da un’espressione destinata a far discutere: quella parola, “extraprofitto”, per Tajani «mi sa molto di Unione Sovietica».

Non è soltanto una questione terminologica. Dietro la stroncatura del vicepremier c’è una precisa idea di politica economica: il governo, sostiene Tajani, deve intervenire sul caro energia senza ricorrere alla leva di nuove tasse. L’obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre strutturalmente i costi per famiglie e imprese, cercando eventualmente un contributo da parte delle aziende del settore attraverso un confronto concordato.

La distinzione, per il leader di Forza Italia, è fondamentale. Un conto è chiedere alle imprese di partecipare alla soluzione di una fase economica difficile; un altro è imporre loro una nuova forma di prelievo fiscale. «In un momento di difficoltà tutti devono contribuire alla soluzione dei problemi», è il ragionamento di Tajani, ma «un conto è contribuire con un accordo, un conto è abbattere la mannaia delle tasse».

Il mantra di Forza Italia: meno tasse

La linea politica è dunque quella tradizionale del centrodestra liberale targato Forza Italia: meno pressione fiscale, maggiore competitività e cautela davanti a interventi che possano trasformarsi in un freno agli investimenti.

Tajani lo scandisce quasi come uno slogan: «Meno tasse, meno tasse, meno tasse». E nel mirino finisce proprio il concetto di extraprofitto, che il ministro considera ambiguo tanto sul piano economico quanto su quello giuridico.

La domanda che pone è semplice, ma politicamente pesante: chi stabilisce dove termina un profitto considerato normale e dove comincia quello definito “extra”? Secondo Tajani, affidare questa distinzione a un’autorità amministrativa rischierebbe di trasformare una valutazione economica in una decisione discrezionale.

Da qui l’affondo: «Non voglio sentire la parola extraprofitto». Una «parolaccia», la definisce il vicepremier, sostenendo inoltre che le esperienze di tassazione dei cosiddetti extraprofitti avrebbero prodotto effetti negativi sulla crescita.

Il governo cerca una via diversa

La posizione di Tajani si inserisce in un dibattito più ampio che il governo dovrà necessariamente affrontare: come alleggerire il peso della bolletta energetica senza trasformare l’intervento in una nuova tassa sulle imprese.

La soluzione evocata è quella di un contributo concordato con il comparto industriale, sulla falsariga di quanto già sperimentato in altri settori, come quello bancario e assicurativo.

Una formula che, almeno nelle intenzioni, prova a tenere insieme due esigenze apparentemente contrapposte: reperire risorse in una fase di difficoltà e, allo stesso tempo, evitare di trasmettere ai mercati l’idea di un sistema fiscale imprevedibile.

È proprio su questo crinale che si gioca la partita politica. Perché chiedere un sacrificio temporaneo alle imprese può essere presentato come una scelta di responsabilità collettiva; trasformarlo in un’imposta strutturale sugli utili considerati “eccessivi” significa invece aprire un confronto molto più delicato sulla natura stessa del profitto e sul ruolo dello Stato nell’economia.

E poi arrivano le malelingue

Naturalmente, quando un esponente politico prende una posizione tanto categorica su una misura che potrebbe incidere su interessi economici rilevanti, le malelingue non tardano ad affacciarsi.

Qualcuno potrebbe sussurrare, con una punta di perfidia: non è che Tajani sia così contrario agli extraprofitti anche perché una stretta di questo tipo potrebbe creare qualche sgarbo alla famiglia Berlusconi, considerati gli interessi riconducibili al suo universo finanziario e realtà come Mediolanum, potenzialmente coinvolte a seconda della platea e delle modalità di un eventuale intervento?

È una domanda maliziosa, sia chiaro, e non una conclusione. Ma è proprio il genere di interrogativo che la politica conosce bene. Del resto, un vecchio adagio attribuito a Giulio Andreotti recita che «a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca». Una frase che, nel caso specifico, va maneggiata con cautela: non dimostra alcun conflitto di interessi né stabilisce un nesso tra la posizione di Tajani e gli interessi della famiglia Berlusconi.

Resta però il fatto che, quando si parla di tasse, grandi gruppi economici e politica, le coincidenze vengono inevitabilmente passate al setaccio.

La vera partita è politica

Al di là delle battute sull’Urss e delle polemiche semantiche, la questione è tutt’altro che terminologica. Il governo deve decidere come finanziare interventi capaci di contenere il costo dell’energia senza penalizzare gli investimenti e senza alimentare una nuova contrapposizione tra imprese e fisco.

Tajani ha scelto di mettere un paletto molto visibile: nessuna “mannaia” fiscale sugli extraprofitti. Il messaggio rivolto agli alleati, ma anche alle imprese, è inequivocabile.

Ora bisognerà capire se la soluzione del contributo concordato sarà sufficiente a raccogliere le risorse necessarie e, soprattutto, se riuscirà a evitare che la vecchia parola proibita torni dalla finestra dopo essere stata cacciata dalla porta.

Perché chiamarlo “contributo” anziché “extraprofitto” può cambiare il tono della politica. Ma non necessariamente cambia la sostanza della discussione: chi paga, quanto paga e perché.

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