22 Ottobre 2026, giovedì
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Bill Gates: “L’IA cambierà il lavoro per sempre. Il 40% dei posti va riservato agli esseri umani”

Il fondatore di Microsoft avverte: l’intelligenza artificiale può diventare il più grande strumento di uguaglianza della storia, ma anche una gigantesca macchina di disuguaglianza. E mentre Gates chiede nuove regole, anche OpenAI e Anthropic invitano i governi ad accelerare sulle politiche di sicurezza.

L’intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia. Per Bill Gates è una trasformazione destinata a riscrivere le regole del lavoro, dell’economia e, in prospettiva, degli equilibri sociali. Una rivoluzione che potrebbe produrre enormi benefici, ma anche lasciare dietro di sé una frattura difficile da ricomporre.

“L’intelligenza artificiale sarà o il più grande strumento di uguaglianza mai inventato o la peggiore fonte di ingiustizia”, sostiene il fondatore di Microsoft, che in una serie di interviste e in un saggio pubblicato sul proprio sito ha scelto di mettere l’accento soprattutto sul lato più problematico della rivoluzione in corso.

Il punto, secondo Gates, non è se l’IA sostituirà alcuni lavoratori: questo processo è già iniziato. La vera domanda riguarda la dimensione e la durata del cambiamento. E proprio qui, a suo giudizio, si trova il rischio maggiore. La transizione potrebbe infatti non assomigliare alle normali fasi di trasformazione attraversate dal mercato del lavoro, ma inaugurare uno dei “periodi più turbolenti della storia” umana.

Non sarà una crisi come le altre

Gates invita a non guardare all’intelligenza artificiale soltanto attraverso la lente delle precedenti crisi economiche. Durante la Grande Depressione, ricorda, la disoccupazione negli Stati Uniti arrivò al 25% nel 1933. L’IA, osserva, potrebbe anche non raggiungere livelli simili, ma avrebbe una caratteristica inedita: il suo impatto non sarebbe necessariamente legato a un singolo ciclo economico.

La differenza è sostanziale. Una recessione prima o poi termina; una tecnologia capace di automatizzare progressivamente compiti cognitivi e professioni potrebbe invece continuare a modificare il mercato del lavoro anche quando l’economia torna a crescere.

Per questo Gates propone una misura volutamente radicale: riservare agli esseri umani il 40% dei posti di lavoro, creando cioè ambiti nei quali l’impiego dell’intelligenza artificiale non possa diventare l’unico criterio di efficienza.

L’espressione scelta dall’ex numero uno di Microsoft è tutt’altro che casuale. Gates parla di posti “riservati agli umani” e li paragona alle riserve naturali: aree che potrebbero essere trasformate in edifici o strade, ma che la società decide consapevolmente di preservare perché la loro perdita sarebbe considerata troppo grande.

È una metafora che sposta il dibattito. Non si tratta più soltanto di chiedersi quali lavori l’IA sia in grado di svolgere meglio o più velocemente. La domanda diventa anche quali lavori una società voglia deliberatamente continuare ad affidare alle persone, indipendentemente dalla convenienza economica dell’automazione.

Il monito non arriva soltanto da Gates

L’avvertimento assume un peso ancora maggiore perché non arriva da una voce isolata. Anche le grandi aziende che stanno costruendo i sistemi di intelligenza artificiale più avanzati hanno sottolineato la necessità di affrontare con nuove politiche i rischi associati alla tecnologia.

Il confronto, dunque, non riguarda più soltanto ricercatori e aziende della Silicon Valley. È entrato direttamente nell’agenda dei governi. La rapidità con cui l’IA evolve rischia infatti di superare quella con cui le istituzioni riescono a definire regole, tutele e strumenti di controllo.

Per Gates, la risposta non può essere affidata a un singolo Paese. Serve invece un confronto internazionale, che coinvolga anche le grandi potenze tecnologiche ed economiche. Tra queste c’è inevitabilmente la Cina.

Il fondatore di Microsoft ha spiegato a Reuters di voler affrontare il tema anche con il presidente cinese Xi Jinping. Il messaggio è chiaro: se l’intelligenza artificiale rappresenta una trasformazione globale, anche le regole per governarla non possono essere soltanto nazionali.

La sfida è decidere cosa non automatizzare

La proposta del 40% non va letta soltanto come una previsione numerica sul futuro dell’occupazione. È soprattutto una provocazione politica e culturale: in un mondo nel quale quasi tutto ciò che è automatizzabile potrebbe essere automatizzato, quali attività vogliamo proteggere perché hanno un valore che va oltre la produttività?

È questo il nodo più profondo sollevato da Gates. L’IA può rendere più efficienti imprese e servizi, aumentare la produttività e democratizzare l’accesso a competenze un tempo riservate a pochi. Ma gli stessi strumenti possono concentrare ricchezza e potere, rendere obsolete intere categorie professionali e ampliare il divario tra chi controlla la tecnologia e chi ne subisce le conseguenze.

Il futuro, quindi, non dipenderà soltanto da quanto sarà intelligente l’intelligenza artificiale. Dipenderà anche da quanto saranno intelligenti le decisioni umane chiamate a governarla.

Per Gates, la partita è appena iniziata. E il vero errore sarebbe considerarla una semplice questione tecnologica.

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