27 Ottobre 2026, martedì
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Di Battista, il messaggio da Cuba: «Ce la metterò tutta per tornare»

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«Ce la metterò tutta per tornare». Poche parole, ma sufficienti a rompere il silenzio e a restituire un segnale di speranza. Alessandro Di Battista è tornato a farsi sentire sui social rispondendo a uno dei numerosi messaggi di affetto e incoraggiamento arrivati dopo il grave malore che lo ha colpito a Cuba.

L’ex deputato del Movimento 5 Stelle, oggi giornalista e scrittore, si trova ricoverato dopo essere arrivato in ospedale in condizioni inizialmente definite gravi. Secondo le informazioni riportate nelle ultime ore, il quadro clinico avrebbe tuttavia mostrato alcuni segnali di miglioramento. Dopo il primo ricovero a Santa Clara e il successivo trasferimento all’Avana, Di Battista sarebbe rimasto lucido, arrivando anche a rispondere alle domande dei medici.

Un’evoluzione incoraggiante, dunque, ma che non significa ancora che l’emergenza possa considerarsi superata.

Il malore durante il soggiorno a Cuba

Di Battista si trovava sull’isola per lavorare a un reportage quando, nella serata di venerdì 28 agosto, ha accusato un forte mal di testa seguito da un malore.

Le sue condizioni hanno reso necessario il ricovero in un ospedale di Santa Clara, dove i medici hanno provveduto a stabilizzarlo. Successivamente è stato disposto il trasferimento in una struttura sanitaria dell’Avana, considerata più adeguata per proseguire le cure.

Proprio nella capitale cubana, secondo quanto riferito dall’Ansa, l’ex parlamentare sarebbe arrivato vigile e in grado di interagire con il personale sanitario. Un elemento che, pur nel quadro di una situazione ancora delicata, lascia intravedere una graduale ripresa.

Intanto, il sostegno nei suoi confronti continua a correre soprattutto sui social, dove il suo breve messaggio — «Ce la metterò tutta per tornare» — è stato accolto come un primo, importante segnale sulle sue condizioni.

L’Italia pronta al rientro, ma il volo resta in stand-by

Il Governo italiano si è mosso per garantire a Di Battista la possibilità di rientrare nel Paese non appena le sue condizioni lo permetteranno.

Fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere che l’ambasciatrice italiana a Cuba, Simona De Martino, si è recata presso la struttura sanitaria di Santa Clara per raccogliere informazioni sulle condizioni del giornalista e assicurare il coordinamento con le autorità cubane e con i medici che lo stanno seguendo.

La Farnesina e Palazzo Chigi, secondo quanto riferito dalle stesse fonti, stanno monitorando la situazione con la massima attenzione. È stato inoltre messo a disposizione un aereo sanitario per consentire il trasferimento in Italia.

Il rientro, però, non può essere effettuato semplicemente sulla base della disponibilità del mezzo. La priorità resta la sicurezza del paziente: prima di affrontare un viaggio aereo, dovrà essere verificato che il quadro clinico renda possibile il trasporto senza esporlo a ulteriori rischi.

Per ora il trasferimento non è possibile

Ed è proprio questo il punto che, al momento, rallenta il ritorno in Italia.

Secondo quanto appreso dal Corriere della Sera, le condizioni di salute di Di Battista non sarebbero ancora compatibili con un trasferimento aereo. L’aereo sanitario resta quindi pronto, ma il suo impiego potrà essere deciso soltanto quando i medici riterranno il viaggio sufficientemente sicuro.

Una prudenza necessaria, considerando che il malore è stato inizialmente particolarmente serio e che il paziente è ancora sottoposto alle cure dei sanitari cubani.

Nel frattempo, la compagna di Di Battista sarebbe in viaggio verso Cuba per raggiungerlo e stargli accanto in questa fase delicata.

La prospettiva del rientro in Italia, dunque, rimane aperta ma non è ancora imminente. Tutto dipenderà dall’evoluzione del quadro clinico e dalla valutazione dei medici. Il messaggio lanciato dallo stesso Di Battista, tuttavia, racconta di una volontà precisa: quella di continuare a lottare e tornare presto a casa.

Tibet e Nepal sotto assedio: nuova frana nell’area devastata dall’alluvione. Le vittime sono 750

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Non si ferma la corsa contro il tempo tra le montagne al confine tra Nepal e Tibet. A giorni dall’alluvione che ha devastato il distretto di Rasuwa, la situazione resta drammatica: il bilancio delle vittime è salito a 750, mentre sono ancora oltre 3mila le persone disperse. Un’emergenza che si aggrava ora dopo ora, complicata da un territorio già duramente colpito e reso ancora più pericoloso da nuove frane e dal rischio di ulteriori inondazioni.

La catastrofe si è verificata mercoledì 26 agosto, trasformando intere aree in zone isolate e rendendo estremamente difficili le operazioni di soccorso. I dispersi potrebbero essere molti di più di quanto inizialmente stimato e, secondo la Cnn, tra loro ci sarebbero anche circa 90 cittadini statunitensi.

Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno annunciato un primo intervento economico per sostenere le popolazioni colpite: il Dipartimento di Stato ha stanziato 3,6 milioni di dollari destinati agli aiuti nelle aree devastate dalla calamità.

Nuova frana, soccorritori costretti a mettersi al riparo

Quando già il bilancio della tragedia è pesantissimo, la montagna torna a muoversi. Una nuova frana ha interessato l’area colpita dall’alluvione, costringendo i soccorritori impegnati nelle ricerche a spostarsi temporaneamente in una zona considerata più sicura.

È uno degli ostacoli più temuti in un’operazione nella quale ogni minuto può fare la differenza. Il terreno instabile, le vie di comunicazione danneggiate e il rischio di nuove colate rendono estremamente complesso raggiungere le persone ancora isolate o intrappolate.

In Nepal, inoltre, le autorità hanno innalzato il livello di attenzione per il fiume Bhotekoshi, il cui livello delle acque continua a crescere. Ai residenti è stato chiesto di mantenere alta la vigilanza e di prepararsi al rischio di nuove inondazioni.

Tre giorni sotto le macerie: salvata una bambina di 6 anni

In mezzo a un bilancio che continua a crescere, arriva però una storia capace di restituire, almeno per un momento, un filo di speranza. Una bambina di sei anni è stata estratta viva dalle macerie dopo essere rimasta intrappolata per tre giorni.

Un salvataggio che assume un valore ancora più forte mentre centinaia di squadre continuano a setacciare le zone devastate alla ricerca dei dispersi. La piccola è riuscita a sopravvivere per circa 72 ore in condizioni estreme, prima di essere finalmente raggiunta e portata in salvo.

L’emergenza invisibile: acqua contaminata e rischio epidemie

Mentre le squadre di soccorso continuano a scavare tra le macerie, un’altra emergenza rischia di esplodere lontano dai riflettori: quella sanitaria.

Le persone rimaste isolate hanno bisogno con urgenza di acqua potabile. A lanciare l’allarme è Sudarshan Neupane, direttore di WaterAid Nepal, che alla Cnn ha spiegato come i danni alle tubature e la possibile contaminazione delle fonti rappresentino una minaccia immediata per la popolazione.

L’acqua contaminata, infatti, può trasformarsi rapidamente in un veicolo per la diffusione di malattie proprio quando le infrastrutture sanitarie sono più fragili e difficili da raggiungere.

Ma non è l’unico pericolo. Il deterioramento delle condizioni igieniche, insieme alla presenza di corpi non recuperati e animali, potrebbe aumentare il rischio di focolai epidemici.

La priorità è salvare chi è ancora intrappolato

Secondo Neupane, le necessità più urgenti sono ormai chiarissime: raggiungere le persone ancora bloccate, garantire acqua pulita e beni di prima necessità alle famiglie colpite e ripristinare quanto prima elettricità e rete idrica.

La tragedia, dunque, non si esaurisce nel numero delle vittime. Dopo l’acqua e le frane arriva la sfida della sopravvivenza: evitare che la distruzione delle infrastrutture e la contaminazione delle risorse trasformino l’emergenza naturale in una seconda, silenziosa catastrofe.

E mentre il bilancio continua ad aggiornarsi e la montagna resta instabile, in Nepal e nell’area tibetana la ricerca non si ferma. Oltre 3mila persone sono ancora disperse e, per molte famiglie, l’attesa di notizie resta sospesa tra il dolore e la speranza.

Sparatoria al rave party di Aarau, un morto e cinque feriti gravi: caccia all’uomo nel canton Argovia

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È bastato un rumore, inizialmente scambiato per qualcosa di innocuo, a trasformare una notte di musica e festa in una scena di paura. È accaduto ad Aarau, nel canton Argovia, in Svizzera, dove un rave party organizzato nell’area dell’ippodromo di Schachen è stato teatro di una sparatoria.

Secondo quanto comunicato dalla polizia cantonale, una persona è morta e altre cinque sono rimaste gravemente ferite. L’allarme è scattato nella notte, quando diversi colpi di arma da fuoco sono stati esplosi contro la folla presente all’evento.

Le prime informazioni erano ancora frammentarie quando le autorità hanno lanciato un appello alla popolazione, invitando a tenersi lontani dalla zona interessata dall’intervento delle forze dell’ordine. In un primo momento la polizia aveva parlato genericamente di «diverse vittime», prima di precisare il bilancio.

«Pensavamo fossero fuochi d’artificio»

A raccontare quei momenti sono anche alcuni dei partecipanti al rave. Una testimonianza raccolta da Blick restituisce la confusione dei primi istanti, quando nessuno sembrava rendersi conto di quanto stesse accadendo.

«Alle 2.30 la musica si è interrotta improvvisamente e, dopo uno o due minuti, ho sentito degli spari. Pensavo fossero fuochi d’artificio», ha raccontato un testimone.

Secondo il suo racconto, poco dopo un uomo, insieme a una donna, gli avrebbe chiesto di mettersi al riparo dietro un frigorifero. Un gesto che, in quel momento, non sarebbe stato immediatamente compreso come una misura di emergenza.

Poi la situazione è precipitata. Il testimone ha riferito di aver sentito un proiettile colpire e rimbalzare sul tetto. Uscito dalla tenda, avrebbe visto la donna ferita. I tentativi di soccorrerla e rianimarla, sempre secondo la testimonianza, non sarebbero serviti a salvarle la vita.

Il racconto dovrà naturalmente essere valutato dagli investigatori insieme agli altri elementi raccolti sulla scena.

Un uomo armato e la fuga nel bosco

Le testimonianze di diversi partecipanti convergono sulla presenza di un uomo armato di quello che è stato descritto come un fucile d’assalto. Stando alle prime ricostruzioni riferite dai presenti, l’uomo si sarebbe successivamente fermato nei pressi delle automobili parcheggiate prima di allontanarsi in direzione del bosco.

Si tratta di una dinamica ancora al vaglio delle autorità. Al momento, infatti, non sono stati chiariti né l’identità del presunto responsabile né il movente dell’attacco.

La polizia cantonale di Argovia ha avviato una vasta operazione per individuare l’autore della sparatoria e ricostruire con precisione la sequenza degli eventi.

Area isolata, appello a foto e video

L’intervento delle forze dell’ordine ha comportato un importante dispiegamento di personale. L’area attorno all’ippodromo, alla piscina e al campo sportivo dove si stava svolgendo il rave è stata isolata.

Gli investigatori stanno cercando di raccogliere ogni elemento utile a ricostruire quanto accaduto, comprese le immagini realizzate dai partecipanti. La polizia ha quindi invitato chiunque abbia assistito alla scena o abbia effettuato foto e video nella zona a metterli a disposizione delle autorità.

Restano ancora molte domande aperte: perché l’uomo avrebbe sparato, se abbia agito da solo, quale sia stata esattamente la dinamica dell’aggressione e come sia riuscito a dileguarsi.

Per ora, l’unica certezza è il drammatico bilancio di una notte che avrebbe dovuto essere dedicata alla musica e che si è invece conclusa con un morto, cinque feriti gravi e una caccia all’uomo ancora in corso nel canton Argovia.

Napoli, accoltellato mentre cerca di fermare una lite: 68enne ferito all’addome

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Ha cercato di intervenire per mettere fine a una lite, ma è rimasto ferito con una coltellata all’addome. È quanto sarebbe accaduto nelle scorse ore a Napoli, nei pressi dei giardini Molosiglio, dove un uomo di 68 anni, di origine ucraina, sarebbe stato coinvolto suo malgrado in un episodio ancora tutto da chiarire.

A far scattare gli accertamenti dei carabinieri è stata la segnalazione della presenza di un uomo ferito all’ospedale Pellegrino. I militari della compagnia Napoli Centro sono intervenuti nella struttura sanitaria per raccogliere i primi elementi utili a ricostruire quanto accaduto.

Il 68enne presentava una profonda ferita da taglio all’addome. Secondo una prima ricostruzione, ancora al vaglio degli investigatori, l’uomo sarebbe stato colpito mentre cercava di sedare una lite scoppiata nella zona dei giardini Molosiglio. Non è ancora chiaro chi abbia sferrato il fendente né cosa abbia provocato la discussione.

Le condizioni dell’uomo hanno richiesto un intervento chirurgico. Dopo essere stato operato, il 68enne è stato ricoverato in ospedale in prognosi riservata. Non sarebbe, tuttavia, in pericolo di vita.

Sono ora i carabinieri a dover mettere insieme i tasselli dell’episodio: dalla ricostruzione dei momenti precedenti all’aggressione all’identificazione delle persone eventualmente coinvolte nella lite. Gli investigatori stanno lavorando per accertare con precisione dove sia avvenuta l’aggressione, chi fosse presente e soprattutto se il ferimento sia effettivamente avvenuto nel tentativo dell’uomo di interrompere il litigio.

Un episodio che, al momento, presenta ancora diversi punti interrogativi e sui quali saranno decisivi gli ulteriori accertamenti investigativi.

Uomo ucciso a colpi di pistola, il corpo trovato in un parcheggio a Castellanza

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Un uomo di 40 anni è stato trovato senza vita, nella notte, in un parcheggio di Castellanza, in provincia di Varese. Il corpo presentava diverse ferite provocate da colpi d’arma da fuoco. Un omicidio sul quale gli investigatori stanno cercando ora di fare piena luce.

L’allarme è scattato poco prima di mezzanotte. Sul posto sono arrivati i soccorritori con un’ambulanza e un’auto medica, ma ogni tentativo di intervento si è rivelato inutile: per il quarantenne non c’era più nulla da fare.

A rendere ancora più complesso il quadro investigativo è un interrogativo centrale: non è infatti ancora chiaro se l’uomo sia stato ucciso proprio nel parcheggio oppure se il suo corpo sia stato trasportato lì in un secondo momento. L’area si trova di fronte a una clinica privata.

Nel parcheggio sono intervenuti i carabinieri, impegnati nei rilievi e nella raccolta degli elementi utili a ricostruire quanto accaduto. Gli investigatori stanno cercando di stabilire innanzitutto dove e quando siano stati esplosi i colpi e quale sia stata la sequenza degli eventi che ha portato alla morte dell’uomo.

Le indagini proseguono nel massimo riserbo. Al momento l’ipotesi al vaglio degli investigatori è quella di un omicidio.

Alessandro Di Battista ricoverato a Cuba: malore dopo un forte mal di testa, apprensione per le sue condizioni

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Alessandro Di Battista è ricoverato in ospedale a Cuba. L’ex deputato del Movimento 5 Stelle, 48 anni, avrebbe accusato un forte mal di testa prima di essere colpito da un malore che ha reso necessario il ricovero. Le notizie sulle sue condizioni restano al momento frammentarie, ma le prime indiscrezioni riferiscono di un arrivo in ospedale in condizioni definite gravi.

Di Battista si trova a Cuba per motivi professionali, impegnato nella realizzazione di un reportage. La notizia del ricovero ha rapidamente suscitato apprensione nel mondo politico e tra le numerose persone che negli anni hanno seguito la sua attività pubblica, prima nelle istituzioni e poi attraverso il giornalismo, i reportage e i suoi canali social.

Il messaggio del Movimento 5 Stelle

A esprimere pubblicamente la propria preoccupazione è stato il Movimento 5 Stelle. In una nota, la comunità pentastellata ha fatto sapere di aver appreso «con grande apprensione» la notizia del ricovero, manifestando la speranza di ricevere presto aggiornamenti positivi.

Il Movimento ha inoltre espresso vicinanza ai familiari dell’ex deputato, definendo questo un momento di «profonda preoccupazione». Parole che fotografano l’incertezza delle ore successive al malore, mentre si attendono informazioni più precise sul quadro clinico.

L’ultimo post prima del ricovero

Particolarmente significativo, alla luce di quanto accaduto, è l’ultimo messaggio pubblicato da Di Battista sui social. Nella serata di venerdì 28 agosto, intorno alle 22, l’ex parlamentare aveva commentato la situazione internazionale con un post dedicato al conflitto in Medio Oriente.

«Lo Stato terrorista di Israele continua a bombardare contemporaneamente Palestina, Libano e Siria», aveva scritto.

Poche ore dopo, la notizia del ricovero ha cambiato radicalmente il tono della serata, facendo scattare la preoccupazione tra amici, colleghi e sostenitori.

La solidarietà dal mondo politico

Tra i primi messaggi pubblici di vicinanza c’è quello di Chiara Appendino. La deputata del Movimento 5 Stelle ha affidato ai propri canali social un messaggio breve e diretto: «Forza Alessandro, non mollare».

Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso la propria vicinanza, dichiarando: «Prego per lui».

Sono parole che, al di là delle appartenenze politiche, testimoniano l’apprensione suscitata dalla notizia e l’attesa per eventuali aggiornamenti sulle condizioni di salute dell’ex parlamentare.

Dalla politica ai reportage

Di Battista, nato il 4 agosto 1978, è stato una delle figure più riconoscibili del Movimento 5 Stelle nella stagione dell’ascesa pentastellata. Deputato dal 2013 al 2018, ha scelto successivamente di non ricandidarsi, allontanandosi dalla politica istituzionale senza però interrompere la propria attività pubblica.

Negli anni ha continuato a occuparsi soprattutto di politica internazionale, realizzando reportage e documentari e mantenendo un rapporto particolarmente intenso con il proprio pubblico attraverso i social network.

Proprio a Cuba si trovava per un nuovo lavoro giornalistico quando è stato colpito dal malore.

Al momento, dunque, resta l’attesa per notizie ufficiali e più dettagliate sul suo stato di salute. Le informazioni diffuse finora descrivono una situazione seria, ma non consentono di delineare con certezza il quadro clinico. Per questo, in assenza di comunicazioni mediche ufficiali, è necessario attendere ulteriori aggiornamenti prima di trarre conclusioni sulle sue condizioni.

Overdose, l’Italia non abbassa la guardia: il picco dei decessi è tra i quarantenni

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L’Italia continua a fare i conti con una delle conseguenze più drammatiche del consumo di sostanze: la morte per overdose. I numeri, rispetto a dieci anni fa, raccontano una tendenza complessivamente più contenuta, ma l’ultimo dato disponibile segnala un’inversione che non può essere ignorata.

Secondo la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze, con dati aggiornati al 2025, le vittime di overdose sono state 249, il 7,8% in più rispetto all’anno precedente. Un bilancio che riporta al centro dell’attenzione la necessità di politiche strutturali di prevenzione, informazione e riduzione del danno.

Ma c’è un altro elemento che fotografa il cambiamento dello scenario. Per la prima volta la cocaina, insieme al crack, supera l’eroina come sostanza principalmente associata ai decessi, risultando presente nel 33% delle morti. Un sorpasso che racconta l’evoluzione del mercato e dei consumi e che impone di aggiornare anche gli strumenti con cui si affronta il fenomeno delle dipendenze.

Il rischio cresce con l’età

L’overdose non è un fenomeno confinato alle fasce più giovani della popolazione. I tassi di mortalità più elevati si registrano tra le persone con più di 25 anni, mentre il dato raggiunge il suo massimo tra i quarantenni.

È una fotografia che invita a superare alcuni stereotipi ancora radicati nell’immaginario collettivo: la dipendenza non appartiene soltanto alla dimensione della marginalità giovanile, ma può accompagnare persone adulte e consolidarsi nel tempo, con conseguenze potenzialmente letali.

Anche la geografia dei decessi restituisce differenze significative. La quota maggiore si concentra nel Nord Italia, con il 41,56% delle morti. Seguono il Centro, con il 33,77%, e il Sud, comprese le isole, con il 24,68%.

Numeri che non sono soltanto una classifica territoriale, ma possono rappresentare un indicatore delle differenti condizioni di accesso ai servizi, delle caratteristiche dei consumi e della presenza sul territorio di reti di assistenza e intervento.

La riduzione del danno torna al centro del dibattito

A richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sui dati, alla vigilia della Giornata internazionale di sensibilizzazione sulle overdose, è l’Associazione Luca Coscioni, che rinnova al governo la richiesta di rafforzare le politiche di riduzione del danno.

Il punto di partenza è concreto: quando l’obiettivo immediato non è ancora quello di interrompere il consumo, occorre comunque mettere in campo strumenti capaci di ridurre il rischio di morte e di conseguenze irreversibili.

Tra le criticità segnalate dall’associazione figura anche la difficoltà, in alcune aree del Paese, di reperire il Naloxone, il farmaco utilizzato per contrastare gli effetti di un’overdose da narcotici e oppioidi. La tempestività dell’intervento può essere decisiva e la disponibilità dello strumento rappresenta quindi uno degli elementi centrali di una strategia efficace.

Dalla prevenzione alla ricerca: nuove strade per le dipendenze

Il contrasto alle overdose, tuttavia, non può esaurirsi nell’emergenza. Accanto alla prevenzione e agli interventi salvavita, il dibattito si sta allargando alla ricerca di nuovi approcci terapeutici per le dipendenze.

Tra le prospettive citate figurano gli studi sull’impiego dell’LSD e la sperimentazione dell’ibogaina, sostanza derivata da una pianta, nell’ambito del trattamento delle dipendenze da oppioidi. Si tratta di frontiere di ricerca che richiedono naturalmente solide verifiche scientifiche, valutazioni sulla sicurezza e un rigoroso percorso di sperimentazione prima di qualsiasi applicazione clinica generalizzata.

Resta poi un fronte tanto semplice quanto decisivo: informare. Conoscere i rischi legati alle sostanze, sapere come riconoscere un’overdose e sapere come intervenire può fare la differenza tra un’emergenza gestibile e una tragedia.

Tra gli obiettivi indicati dall’associazione c’è inoltre la prevenzione della trasmissione di infezioni attraverso lo scambio di siringhe usate, altro capitolo fondamentale delle politiche di riduzione del danno.

249 morti sono ancora troppe

Il dato complessivo è dunque una fotografia che non consente letture rassicuranti. Il numero dei decessi è inferiore rispetto a dieci anni fa, ma 249 persone morte per overdose in un solo anno rappresentano comunque un bilancio che interroga il sistema sanitario e le politiche pubbliche.

Il sorpasso della cocaina sull’eroina, il picco dei decessi tra i quarantenni e le differenze territoriali suggeriscono che il fenomeno sia cambiato e che, di conseguenza, debbano cambiare anche le risposte.

Prevenire, informare, rendere disponibili gli strumenti salvavita, facilitare l’accesso ai servizi e sostenere la ricerca: la sfida non è soltanto ridurre una statistica, ma impedire che un’overdose si trasformi in una morte evitabile.

Nepal e Tibet, l’alluvione non dà tregua: oltre 600 morti e quasi 3mila dispersi

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È una corsa contro il tempo tra le montagne di Nepal e Tibet, dove le acque hanno lasciato dietro di sé un paesaggio di distruzione. A tre giorni dalla devastante alluvione che ha colpito il distretto nepalese di Rasuwa, il bilancio continua a salire: secondo quanto riferito dall’Associated Press, le vittime sono almeno 626, mentre i dispersi sfiorano quota 3mila. I feriti sono circa 2.300.

Le operazioni di ricerca e soccorso proseguono senza sosta lungo circa 80 chilometri di vallate trasformate dalla furia dell’acqua in un susseguirsi di fango, detriti e infrastrutture spazzate via. Le squadre nepalesi continuano a cercare eventuali sopravvissuti, mentre ogni ora che passa rende più difficile la speranza di ritrovare le persone ancora disperse.

La corsa contro il tempo nel tunnel

Uno dei fronti più drammatici resta quello dell’Upper Trishuli Hydropower Project, nel distretto di Rasuwa. L’esercito nepalese è impegnato nel tentativo di raggiungere circa 100 persone rimaste bloccate all’interno di un tunnel, dopo che la piena del fiume Bhotekoshi ha travolto l’area.

Nel frattempo, circa 350 lavoratori e residenti sono già stati messi in salvo. Ma la situazione resta estremamente complessa: il terreno è instabile, le vie di accesso sono state devastate e le squadre devono avanzare tra enormi quantità di detriti.

Ancora nessuna notizia dei tre italiani

Tra le persone di cui non si hanno ancora notizie ci sono anche tre italiani. Si tratta del ligure Marco Ratto e di una coppia italo-svizzera, per i quali proseguono le ricerche.

È invece riuscita a salvarsi Valentina Piccinini, insieme al compagno Stefano Lotumano. La donna ha raccontato i momenti drammatici dell’alluvione, descrivendo l’arrivo improvviso della piena: «Un boato immenso e una nube marrone verso noi. Senza l’aiuto dei nepalesi non sarei qui».

Sono salvi anche i bresciani Giovanni Fassini e Marco Lombardi, protagonisti di una lunga odissea durante l’emergenza. Per loro il rientro in Italia è previsto nelle prossime ore.

Kathmandu apre agli aiuti stranieri

Di fronte alla dimensione della tragedia, il governo nepalese ha intanto rivisto la propria posizione sull’assistenza internazionale. Dopo aver inizialmente escluso l’ingresso di squadre straniere nelle operazioni di ricerca e soccorso, Kathmandu ha deciso di consentire l’accesso, seppur in maniera limitata, ad alcuni esperti internazionali.

A riferirlo è il Kathmandu Post, citando un alto funzionario governativo. La decisione sarebbe arrivata anche in seguito alle forti pressioni della comunità internazionale, soprattutto considerando la presenza di cittadini stranieri tra i dispersi.

«Abbiamo ricevuto fortissime pressioni dalla comunità internazionale per consentire almeno l’ingresso di squadre di ricerca e soccorso e di alcuni esperti», ha spiegato il funzionario. L’autorizzazione riguarderà un numero limitato di specialisti e determinate aree.

Il contributo internazionale potrebbe rivelarsi importante non soltanto nella ricerca dei dispersi, ma anche nelle complesse operazioni di recupero e identificazione delle vittime.

Ricostruire costerà miliardi

Mentre nelle aree colpite si continua a scavare alla ricerca dei dispersi, il Nepal deve già fare i conti con la fase successiva all’emergenza: quella della ricostruzione.

Il conto potrebbe essere enorme. Secondo una prima stima del ministro delle Finanze Swarnim Wagle, il Paese potrebbe avere bisogno di 4-5 miliardi di dollari per ripristinare infrastrutture e territori devastati dalle alluvioni di questa settimana.

Si tratta, ha precisato Wagle, di una valutazione ancora preliminare. Il bilancio dei danni è infatti tuttora in corso e potrebbe aumentare man mano che le squadre riescono a raggiungere le aree più isolate.

Per ora, però, la priorità resta una sola: trovare i dispersi e salvare chi è ancora vivo. Tra fiumi fuori controllo, tunnel allagati e vallate irriconoscibili, il Nepal continua a combattere contro il tempo.

Morti di Effe, vivi per l’economia

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A cura di Gilberto Borzini

Qua e là nei social più diffusi, piuttosto periodicamente, saltano fuori ironici e sarcastici commenti femminili rivolti al vasto gruppo di “morti di effe” che popola, a legger loro, non solo il web ma la società tutta.

Ebbene, spezzo una lancia in loro favore, in favore dei patetici adoratori del nulla, definendoli eroici consumatori di beni voluttuari che sostengono a spada tratta, si noti l’ironia, l’economia nazionale e planetaria.

Detta così, banale, se non fosse per l’attrazione dell’eros non vi sarebbe società e senza società nulla sarebbe l’economia, e a poco se non nulla vale scandalizzarsi se il web si popola di adescatrici e maliziose femmine che seducono, ammaliano, attirano, conquistano e poi cedono, affittano, prestano, locano o addirittura vendono le proprie grazie o l’intimo usato o un repertorio d’immagini delle loro più recondite capacità, di amplessi multipli o di solitarie scorribande del piacere. La questione non è neppure se sia nato prima il pollo o la gallina, il cliente o la meretrice, che da che mondo e mondo domanda e offerta viaggiano speditamente sottobraccio, di pari passo, senza perdere un colpo.

La questione, piuttosto, è fiscale.

Nei locali dove il sesso si consuma girano solo contanti e i titolari registrano esclusivamente i pagamenti effettuati con denaro digitale. Ben raramente i clienti esigono fattura e il nero è il principe del principio di piacere.

Temo altresì che anche nei portali organizzati e specificamente definiti valga la regola del sorvolo fiscale, così come nel vasto mondo della fotografia amatoriale che muove ogni settimana migliaia di persone tutte comprese in relazioni cash cash.

Cresce il numero di escort, di sex workers, di fetish ladies e di mistress in un proliferare dell’offerta che smuoverebbe persino una letargica domanda con un piede nella fossa rosari pietosamente conto di quanto meglio sarebbe schiattare in un eroico amplesso sorridente piuttosto che nel conforto dei macchinari ospedalieri.

Cresce (anche) perché lavoro vero se ne trova poco, perché la scuola non ha adeguatamente preparato le giovani pulzelle che al mercimonio si dedicano, perché il complesso delle cose suggerisce che si guadagni molto di più marchettando (anche on line) o sculettando piuttosto che schiacciando per otto ore le meccaniche d’ufficio, con poi quel rischio sempre presente che sia il capo a domandare gratuitamente ciò che il mercato paga profumatamente.

Cresce l’offerta perché sono tutte belle, dalle unghie perfette, dai corpi felini, dalle ciglia curate, dalle chiappe rifatte e tutto quel ben di dio di investimento fatto sul migliorare l’estetica non sarà mica stato speso per favorire il singolo desiderio di un geometra matrimonialista: l’investimento va recuperato in breve tempo e la scorciatoia è una e nota, e il così fan tutte regola quel che resta del pudore.

Eccoli allora i morti di Effe, miserabili accattoni dell’eros, migrati attraverso il deserto affettivo e il tempestoso mare delle relazioni complicate, smaniosi di compiere ciò che natura esige senza i quali né escort né mistress, né modelle e fotomodelle, né sex workers, né cubiste, né conduttrici e intrattenitrici televisive disporrebbe di una rendita sufficiente a tirare a campare.

Perché i morti di Effe sostengono l’economia, lavorano (loro sì, e spesso tanto) per pagare le prestazioni offerte e senza il loro desiderio, senza la necessità, senza la brama, l’urgenza e la frenesia, l’economia sarebbe azzerata, limitata a scambi tecnici di bulloni e cacciaviti, di farina e di uova. Perché sono i morti di Effe che sostengono le economie dell’abbigliamento e dell’estetica, delle palestre e dei locali della movida, delle discoteche e dei motel.

Diciamolo chiaramente: senza morti di Effe saremmo tutti morti di fame.

Caruso, le radici della voce diventano futuro

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Ci sono storie che nascono lontano dai grandi palcoscenici e che, proprio come una voce ben proiettata, finiscono per arrivare molto più lontano di quanto si potesse immaginare. È la storia del Festival Internazionale “Enrico Caruso” di Piedimonte Matese, nato da un’intuizione e cresciuto, in appena cinque anni, fino a trasformarsi in un appuntamento capace di parlare al mondo della lirica.

Ora quella storia compie un salto di qualità. La quinta edizione del Festival ospita infatti la prima edizione del Concorso Internazionale “Enrico Caruso – Le radici della voce”, competizione lirica rivolta a giovani cantanti provenienti da tutto il mondo, con iscrizione gratuita e un montepremi complessivo di 14 mila euro.

Una scelta che non è soltanto artistica, ma anche identitaria. Perché Piedimonte Matese non è semplicemente il luogo che celebra il nome di Caruso: è uno dei luoghi originari della sua vicenda umana. Il grande tenore nacque a Napoli, ma fu concepito proprio a Piedimonte Matese, dove vivevano i suoi genitori prima del trasferimento nel capoluogo partenopeo. È da questo legame, insieme anagrafico, storico e affettivo, che la città ha costruito negli anni la propria vocazione carusiana.

L’avventura del Festival affonda le radici in una felice intuizione di Guido Civitillo, condivisa con i fratelli Italo, Salvatore e Gaetano, cresciuti musicalmente anche attraverso l’ascolto dei dischi del Maestro. Con la collaborazione della Camera di Commercio di Caserta e del Comune di Piedimonte Matese, quella prima serata celebrativa, organizzata nel centenario della morte di Caruso, ha progressivamente dato vita a un progetto culturale più ampio.

Oggi il progetto guarda decisamente oltre la memoria. Guarda ai giovani, alla formazione, al confronto internazionale e, soprattutto, al futuro del canto lirico.

Dai quattro continenti alla sfida finale

Sono stati oltre ottanta i concorrenti arrivati a Piedimonte Matese per questa prima edizione del Premio, sotto la direzione artistica di Franco Moretti. Le selezioni hanno coinvolto una commissione di assoluto rilievo internazionale, composta da Nicola Colabianchi, Sovrintendente e Direttore Artistico della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia; Federico Pupo, Direttore Artistico della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova; Simon Krečič, Direttore Artistico e Musicale dell’Opera del Teatro Nazionale Sloveno di Maribor; Fulvio Artiano, Direttore del Conservatorio di Musica “Giuseppe Martucci” di Salerno, e dallo stesso Moretti.

Dopo la fase eliminatoria, il gruppo dei partecipanti si è ristretto a 41 ammessi, in rappresentanza di dieci Paesi e tre continenti. Ora la competizione entra nel vivo con i dodici finalisti chiamati a contendersi la vittoria.

Sono Achille Del Giudice, tenore; Antimo Dell’Omo, baritono; Stela Dicusara, soprano; Mira Dozio Pinchuk, soprano; Laura Fortino, soprano; Mario Greco, tenore; Junsung Jeon, baritono; Eunchan “Theo” Lee, tenore; Ruixin Li, baritono; Fooroz Razavi, soprano; Haruna Tominaga, soprano; Rosa “Rossella” Vingiani, soprano, e Davide Zaccherini.

I finalisti saranno accompagnati dalle pianiste Elisa Montipò e Claudia Mariano, in una serata che rappresenterà non soltanto l’ultimo atto della selezione, ma anche il primo vero confronto con un pubblico e con professionisti di grande esperienza internazionale.

Il 30 agosto il grande Gala

Il momento culminante sarà domenica 30 agosto, alle ore 21, in Piazza del Carmine, con il Gran Galà dei Vincitori.

A dirigere la serata sarà Jacopo Sipari di Pescasseroli, sul podio dell’Orchestra dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese, formazione alla quale il direttore è particolarmente legato e di cui è direttore musicale.

Accanto ai vincitori salirà sul palco uno degli interpreti più attesi della serata: il tenore napoletano Vincenzo Costanzo, chiamato a essere una sorta di padrino artistico dei giovani protagonisti del concorso.

«Chi sceglie la strada del canto e della musica è un supereroe, oggi come oggi», ha sottolineato Costanzo, dichiarandosi «felice e onorato» di poter accompagnare idealmente questi giovani artisti nella loro prima grande sfida internazionale. Un concorso che, ha evidenziato il tenore, unisce un importante montepremi alla possibilità concreta di essere ascoltati da figure di primo piano del mondo della lirica e del teatro internazionale.

Al pianoforte, per il repertorio di canzoni napoletane, sarà ancora Elisa Montipò. Nel corso del Gala verrà inoltre assegnato il Premio Speciale “Enrico Caruso”, che sarà consegnato personalmente da Enrico Caruso Jr., pronipote del leggendario tenore.

Un programma nel segno dei grandi tenori

Il programma musicale della serata costruisce un ideale ponte tra la tradizione del melodramma italiano e la voce contemporanea di Vincenzo Costanzo.

Tra i momenti più significativi figura l’Intermezzo dalla “Fedora” di Umberto Giordano, opera che inaugurerà la stagione de La Fenice e che porta con sé un legame particolarmente suggestivo con Caruso. La prima rappresentazione, nel 1898 al Teatro Lirico di Milano, fu infatti diretta dallo stesso compositore e vide un giovane Enrico Caruso nel ruolo del protagonista maschile.

Il celebre tema dell’arioso di Loris, “Amor ti vieta”, viene ripreso e ampliato nell’intermezzo orchestrale, trasformando quel nucleo melodico appassionato in una pagina di ampio respiro sinfonico. Sarà quindi Costanzo a riportare al centro della serata proprio “Amor ti vieta”, una delle pagine più celebri e intense del repertorio tenorile.

Dal verismo di Giordano si passerà a Ruggero Leoncavallo, con l’Intermezzo da “I Pagliacci”, pagina che, collocata tra il primo e il secondo atto, assume una precisa funzione drammaturgica: è un ponte emotivo che prepara il pubblico all’esplosione tragica della seconda parte dell’opera.

E sarà ancora Costanzo a vestire idealmente i panni di Canio in “Vesti la giubba”, una delle arie-simbolo del teatro musicale italiano. Un omaggio che assume un significato particolare proprio nella città legata alla memoria di Caruso, la cui storica incisione del 1902 di questa pagina viene ricordata come il primo disco al mondo a superare il milione di copie vendute.

La vocalità di Costanzo, scura e corposa nel registro medio-grave, ma capace di slanci luminosi e sicuri verso l’acuto, si presta in modo naturale alla drammaticità del personaggio: dalla confessione del recitativo all’esplosione del dolore, fino alla disperazione dell’uomo costretto a recitare mentre la propria vita sta andando in frantumi.

Puccini, tra abbandono, morte e redenzione

Il Gala entrerà quindi nell’universo sonoro di Giacomo Puccini, con l’Intermezzo di “Suor Angelica”, pagina in cui l’orchestra diventa protagonista di una tavolozza timbrica fatta di trasparenze, ombre, bagliori e tensioni interiori.

Seguirà “La Tregenda” da “Le Villi”, seconda parte dell’intermezzo della prima opera di Puccini, una pagina sinfonica attraversata da inquietudine e stupore, nella quale l’invenzione musicale sembra progressivamente trascinare ogni elemento esterno dentro un vortice emotivo.

Costanzo tornerà quindi al personaggio di Roberto con “Torna ai felici dì”, aria del secondo atto di “Le Villi” dominata dal rimorso, dalla colpa e dalla nostalgia per un amore perduto.

Il viaggio proseguirà con “E lucevan le stelle”, l’addio alla vita di Mario Cavaradossi in “Tosca”. Una pagina in cui il ricordo dell’amore e l’imminenza della morte si fondono in una confessione intima, sospesa sul celebre fraseggio nostalgico del clarinetto.

Il momento più atteso: “Nessun dorma!”

Ma sarà probabilmente “Nessun dorma!” il momento destinato a concentrare maggiormente l’attesa del pubblico.

Costanzo interpreterà Calaf, personaggio appena affrontato al Summer Opera Festival di Varna, portando a Piedimonte Matese una delle pagine più celebri e impegnative del repertorio pucciniano.

Qui la partitura esplode in una dimensione sonora imponente, tra impasti orchestrali metallici e improvvise aperture luminose. È il terreno ideale per una vocalità capace di unire potenza, slancio e ardimento, fino alla celebre ascesa conclusiva che trasforma la sicurezza del principe in una promessa destinata a travolgere la gelida Turandot e, insieme, l’intero pubblico.

Un concorso che parte dalla memoria per guardare al futuro

«Sono sicuro che questo concorso avrà lunga durata», ha dichiarato Jacopo Sipari di Pescasseroli, ringraziando Costanzo e Moretti per l’invito a dirigere la serata finale e sottolineando il proprio legame con l’Orchestra dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese. «Ci sono tutte le premesse per costruire un solido futuro e promuovere la tradizione interculturale e le radici che hanno già reso grande la terra di Napoli».

È forse proprio questa la cifra più interessante dell’iniziativa: non limitarsi a celebrare un mito, ma utilizzare quel mito come punto di partenza.

Caruso appartiene alla storia del canto, ma la sua vicenda continua a interrogare il presente. La sua voce, consegnata alla memoria attraverso le prime incisioni discografiche, oggi diventa simbolicamente un invito rivolto a una nuova generazione di interpreti.

A Piedimonte Matese, dunque, le “radici della voce” non sono soltanto quelle di un grande tenore del passato. Sono quelle di una tradizione che prova a rinnovarsi, mettendo in dialogo giovani artisti provenienti da Paesi e culture diverse, grandi istituzioni musicali e una terra che ha scelto di trasformare la memoria in progettualità.

E così, mentre il concorso incorona i suoi primi vincitori e il Gala riporta in piazza le grandi pagine del melodramma italiano, la voce di Caruso torna idealmente a risuonare nel luogo da cui, prima ancora di diventare leggenda, ebbe origine la sua storia.