27 Ottobre 2026, martedì
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Stati Uniti-Iran, torna il confronto diretto: missili sulla Giordania, tensione alle stelle nel Golfo

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Il conflitto entra in una nuova fase. Dopo settimane di relativa pausa sul piano militare, Stati Uniti e Iran sono tornati a colpirsi direttamente, riaccendendo una spirale di tensione che nelle ultime ore ha allargato il proprio raggio d’azione dal teatro giordano al cuore del Golfo.

Nella notte tra domenica e lunedì 31 agosto, Teheran ha lanciato missili verso Aqaba e verso la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, una delle principali installazioni militari della regione che ospita anche forze statunitensi. A confermare l’attacco è stato un funzionario americano citato da Fox News: secondo la stessa fonte, la quasi totalità dei missili sarebbe stata intercettata prima di raggiungere gli obiettivi.

L’attacco iraniano arriva poche ore dopo un’operazione americana contro due lanciamissili iraniani sull’isola di Larak, nel Golfo Persico. Un’azione che Washington considera tutt’altro che un atto di aggressione, ma una risposta a una minaccia ritenuta imminente alla navigazione internazionale nello Stretto di Hormuz.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha infatti spiegato che il raid era diretto contro unità posamine dei Pasdaran, considerate un potenziale pericolo per il traffico marittimo in uno dei corridoi energetici più sensibili del pianeta.

La replica iraniana non si è fatta attendere. E proprio il traffico navale sembra essere tornato al centro della contesa. A poche ore dagli attacchi, la Marina dei Pasdaran ha diffuso un comunicato nel quale sostiene che una superpetroliera avrebbe preso fuoco dopo aver urtato due mine marine, dopo aver violato le norme, secondo la versione fornita da Teheran.

Una ricostruzione che aggiunge un ulteriore elemento di allarme in uno scenario già estremamente fragile. Perché ogni incidente nello Stretto di Hormuz rischia di trasformarsi rapidamente da episodio militare locale in una crisi internazionale, considerata l’importanza strategica della rotta per il trasporto globale di petrolio e gas.

Ma la tensione non si è fermata alla Giordania. I Pasdaran hanno rivendicato anche un attacco contro gli Emirati Arabi Uniti, un’affermazione che Abu Dhabi ha immediatamente respinto. Il ministro della Difesa emiratino ha infatti negato che l’azione attribuita all’Iran abbia avuto luogo.

Il quadro che emerge è dunque quello di un conflitto che, dopo sette mesi, torna a espandersi geograficamente e ad alzare il livello dello scontro diretto. Giordania ed Emirati diventano così nuovi punti di pressione di una crisi che coinvolge sempre più apertamente gli alleati regionali di Washington.

La dinamica è particolarmente delicata perché introduce un fattore di rischio ulteriore: la possibilità che le rappresaglie superino i confini dei due principali contendenti. Le basi americane presenti nella regione, le rotte commerciali del Golfo e gli interessi energetici internazionali costituiscono infatti altrettanti potenziali bersagli o detonatori di una nuova escalation.

Dopo settimane nelle quali la guerra sembrava aver trovato una forma di equilibrio precario, gli ultimi attacchi suggeriscono invece che quella pausa potrebbe essere stata soltanto un interludio. Washington e Teheran tornano a misurarsi sul terreno militare, mentre ogni nuova azione rischia di produrre una risposta ancora più ampia.

E con lo Stretto di Hormuz nuovamente al centro della partita, la posta in gioco non riguarda più soltanto il confronto tra Stati Uniti e Iran: la stabilità dell’intero Golfo e la sicurezza delle principali rotte energetiche mondiali tornano a essere direttamente coinvolte.

Agguato sui Lattari, ucciso il boss Raffaele Afeltra

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Un’esecuzione consumata tra le montagne dei Lattari e un nome che riporta in primo piano le dinamiche della camorra nell’area stabiese. Raffaele Afeltra, 69 anni, storico esponente della fazione Afeltra-Di Martino di Pimonte, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco.

Il suo corpo è stato rinvenuto all’interno della sua automobile, nei pressi di un terreno di sua proprietà. A fare scattare l’allarme sono stati i carabinieri della Compagnia di Castellammare di Stabia e del Nucleo investigativo di Torre Annunziata, intervenuti sul posto per i primi accertamenti.

La scena lascia ipotizzare un agguato. Secondo una prima ricostruzione, Afeltra sarebbe stato avvicinato da alcune persone che avrebbero aperto il fuoco con un fucile calibro 12, esplodendo diversi colpi. Non gli avrebbero lasciato possibilità di fuga.

Le indagini sono ora concentrate sulla ricostruzione degli ultimi momenti di vita del 69enne e, soprattutto, sull’individuazione di chi abbia organizzato e portato a termine l’omicidio. I rilievi effettuati sul posto dovranno contribuire a definire con maggiore precisione la dinamica della sparatoria.

Il passato criminale e il ritorno alla libertà

Afeltra, conosciuto negli ambienti criminali con il soprannome di “O’ Burraccione”, aveva alle spalle una lunga storia giudiziaria. Nel 2019 si era consegnato alle autorità dopo un periodo di latitanza, iniziato in seguito a una condanna definitiva per estorsione aggravata dal metodo camorristico.

Dopo avere scontato la pena, era tornato libero. Da circa tre anni si trovava nuovamente a piede libero, prima di essere raggiunto dai sicari nel territorio dei monti Lattari.

È proprio sul suo passato che gli investigatori stanno ora scavando per individuare un possibile movente. L’ipotesi di una vicenda maturata negli ambienti criminali resta al centro degli accertamenti, ma sarà necessario ricostruire con precisione rapporti, contrasti e frequentazioni della vittima prima di attribuire una matrice all’omicidio.

L’uccisione di Afeltra riporta così l’attenzione su un territorio nel quale gli equilibri della criminalità organizzata sono da tempo oggetto di particolare attenzione investigativa. Un omicidio che presenta i tratti di un agguato mirato e che potrebbe aprire un nuovo capitolo nelle indagini sulle tensioni tra i gruppi criminali dell’area.

«Toglitelo, fai schifo»: insulti sessisti a Roberta Vallacchi, il Pd: «Una cultura maschilista ancora radicata»

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Un video nato per parlare di diritti, partecipazione e rappresentanza femminile è diventato il bersaglio di una raffica di commenti sessisti e misogini. È quanto accaduto sui social a Roberta Vallacchi, consigliera regionale del Pd e madre del sindaco di Lodi Andrea Furegato.

Vallacchi aveva pubblicato un filmato per presentare il dibattito dedicato agli 80 anni dal voto alle donne, appuntamento che venerdì 28 agosto ha inaugurato la Festa dell’Unità di Lodi. Un contenuto pensato per aprire una riflessione sulla conquista dei diritti politici delle donne e sul loro ruolo nella società contemporanea.

Sotto quel video, però, il confronto politico ha rapidamente lasciato spazio agli attacchi personali. «Siete morti e fate ancora le feste?» e «Festa degli sfigati» sono alcuni dei commenti apparsi online. Ma a colpire è soprattutto la violenza di alcune frasi rivolte direttamente alla consigliera.

Tra gli insulti, anche quello indirizzato al foulard che Vallacchi indossa sulla testa. Un dettaglio legato a una vicenda personale e delicata: la consigliera è infatti in cura per un tumore al seno e ha iniziato a perdere i capelli a causa delle terapie. «Toglitelo, fai schifo», è stato scritto sotto il video.

Parole che hanno suscitato la ferma reazione del Partito democratico lombardo, intervenuto con una nota di solidarietà. Per i dem, quello che è accaduto non può essere liquidato come una semplice degenerazione del dibattito sui social.

«Un contenuto che avrebbe dovuto aprire uno spazio di confronto e riflessione è stato trasformato da alcuni utenti in un pretesto per una sequenza di insulti personali, sessisti e misogini», denuncia il Pd, esprimendo «la più ferma condanna» per gli attacchi.

Il punto, secondo i democratici, va oltre le singole offese. «Roberta non è sola», sottolineano. E aggiungono: «La libertà di espressione non coincide con la libertà di insultare. Il confronto politico non ha nulla a che vedere con la sopraffazione».

Il paradosso: gli insulti sotto un video sui diritti delle donne

È proprio la coincidenza tra il tema del video e la natura degli attacchi a rendere l’episodio particolarmente significativo. Mentre Vallacchi parlava della conquista del diritto di voto e della rappresentanza femminile, nei commenti veniva messa in discussione, attraverso offese e aggressioni verbali, la legittimità stessa di una donna a occupare uno spazio pubblico.

Per il Pd lombardo, è un paradosso che racconta un problema culturale più ampio. «Questi commenti, per quanto miseri e violenti, raccontano qualcosa di molto più grande di chi li ha scritti», sostiene il partito.

Secondo i dem, infatti, gli episodi mostrano quanto sia ancora presente «una cultura maschilista tossica e prepotente», incapace di accettare pienamente le donne come protagoniste della vita pubblica: persone legittimate a esprimere opinioni, ricoprire incarichi politici, parlare di diritti e partecipare al dibattito collettivo.

E c’è un elemento che, nella vicenda, assume un peso ulteriore: l’attacco non si è limitato alle idee espresse dalla consigliera, ma ha colpito anche il suo aspetto fisico e, soprattutto, un segno visibile della malattia e delle cure che sta affrontando.

Il foulard, diventato oggetto dell’insulto, racconta infatti una condizione personale che Vallacchi ha scelto di non nascondere. È proprio su quel simbolo di una battaglia privata che alcuni utenti hanno deciso di concentrare la propria aggressività.

Per il Partito democratico, tutto questo dimostra quanto il problema non riguardi soltanto il linguaggio utilizzato sui social, ma una mentalità ancora capace di trasformare la presenza pubblica di una donna in un bersaglio.

«È significativo», conclude la nota del Pd, «che tutto questo sia accaduto proprio sotto un contenuto dedicato al diritto delle donne al voto e alla rappresentanza politica».

Maduro dal carcere di New York: «Siamo saldi, il Venezuela rinascerà»

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Nicolas Maduro torna a mostrarsi pubblicamente, almeno attraverso i social. L’ex presidente del Venezuela ha affidato al proprio profilo X alcune fotografie scattate nel mese di giugno a New York, dove si trova detenuto dal 3 gennaio.

Nelle immagini Maduro appare con una tuta grigia, sorride davanti all’obiettivo e alza la mano nel segno della vittoria. Un messaggio visivo volutamente rassicurante, accompagnato da parole che puntano tutto su affetto, fede e speranza.

«Un piccolo regalo di amore e speranza», scrive Maduro rivolgendosi ai «nipotini e alle nipotine», a «tutte le bambine e i bambini» e, più in generale, a «tutta la gente nobile che mi ama».

«Siamo saldi»

Il tono del messaggio è quello della resistenza. Maduro assicura ai suoi sostenitori di essere ancora forte, nonostante la detenzione.

«Voglio che sappiate che siamo saldi, con il cuore colmo del vostro amore», scrive, descrivendo un affetto che, secondo l’ex presidente, continua a raggiungerlo trasformandosi «in preghiera, in azione costante, in solidarietà e in vero sostegno».

Poi i ringraziamenti: «Grazie infinite per ogni parola, per ogni gesto, per ogni benedizione».

Maduro invita quindi i suoi sostenitori a vivere quelle fotografie come un momento di vicinanza, nonostante la distanza e la situazione giudiziaria. «Godetevi questo piccolo regalo con gioia e speranza», aggiunge.

Nel messaggio trova spazio anche la moglie, Cilia Flores. «Cilia e io vi abbracciamo per sempre», scrive Maduro, assicurando di mantenere «l’anima rivolta a voi» e «la fede in Dio intatta».

La fede come messaggio politico e personale

A chiudere il post è una citazione biblica tratta dalla Lettera di San Paolo ai Romani: «Ma in tutto questo otteniamo una vittoria schiacciante, grazie a Colui che ci ha amati» (Rm 8,37).

È il passaggio scelto da Maduro per ribadire il tono dell’intero messaggio: resistere, mantenere la calma e confidare nel futuro. «Continueremo a essere forti, sereni e fiduciosi: Dio è con noi. Dio provvederà».

E infine una frase che guarda oltre le mura del carcere e assume il valore di una promessa politica: «Il Venezuela rinascerà».

Islanda, il “no” all’Europa vince sul filo di lana: negoziati congelati fino al 2028

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Il verdetto è arrivato dopo una campagna combattuta e un Paese diviso quasi a metà: l’Islanda non vuole, almeno per ora, riaprire la porta dei negoziati per l’adesione all’Unione europea. Al referendum, il 52,8% degli elettori ha scelto il “no”, mentre il “sì” si è fermato al 47,2%. Una differenza tutt’altro che abissale, ma sufficiente a chiudere la partita.

A pesare sul risultato è stata anche un’affluenza particolarmente elevata: 225.031 islandesi, pari all’82,5% degli aventi diritto, si sono recati alle urne. Un dato che conferisce alla consultazione un peso politico ancora maggiore.

La televisione pubblica RÚV ha sintetizzato così il risultato: la nazione ha respinto la ripresa delle trattative di adesione all’Ue. E il tema, almeno sul piano politico, è destinato a rimanere fuori dall’agenda fino alla conclusione dell’attuale legislatura, nel 2028.

Per Bruxelles è un risultato che pesa. L’Unione avrebbe accolto con favore il ritorno dell’Islanda al tavolo negoziale, anche mostrando disponibilità a cercare formule capaci di tenere conto delle peculiarità economiche e geografiche del Paese.

La premier Kristrún Frostadóttir ha invece sottolineato soprattutto il dato della partecipazione. «È fondamentale che la posizione di tutti venga rispettata», ha detto, riconoscendo implicitamente quanto il Paese sia spaccato sulla questione europea.

Un partner europeo senza essere membro

Il rapporto tra Islanda e Unione europea è, del resto, tutt’altro che semplice. L’isola non fa parte dell’Ue, ma è profondamente integrata nel sistema europeo attraverso lo Spazio economico europeo e l’area Schengen. Reykjavik recepisce inoltre una parte consistente della legislazione comunitaria, pur senza avere voce nel processo decisionale europeo.

La storia del possibile ingresso nell’Unione affonda le radici nella grande crisi finanziaria. Nel 2008, il collasso delle tre principali banche commerciali islandesi provocò uno shock senza precedenti per l’economia nazionale. L’anno successivo, nel 2009, il Paese avviò il percorso verso l’adesione all’Ue.

Il progetto, però, si inceppò rapidamente. Nel 2013, con l’arrivo al potere di un governo euroscettico, i negoziati furono sospesi. Da allora la questione europea è rimasta sullo sfondo, pronta però a riemergere ogni volta che l’equilibrio tra sovranità nazionale e integrazione internazionale è tornato al centro del dibattito.

La pesca, la linea rossa dell’Islanda

Il cuore della contesa è soprattutto uno: il mare.

Per l’Islanda, la pesca non è semplicemente un settore economico. È una componente strategica dell’identità nazionale e della sovranità del Paese. Non sorprende quindi che circa il 90% delle imprese ittiche si sia schierato contro la riapertura dei negoziati, temendo che un ingresso nell’Ue possa tradursi in una perdita di controllo sulle acque territoriali e nell’introduzione di vincoli sulle quote di pesca.

Il timore degli euroscettici è che la politica comune della pesca finisca per limitare la libertà di Reykjavik di gestire una delle risorse più importanti dell’economia nazionale.

Da Bruxelles era arrivato un messaggio conciliante. La commissaria europea all’Allargamento Marta Kos aveva riconosciuto le specificità islandesi nel settore della pesca e dell’agricoltura, sottolineando la necessità di esaminarle con attenzione e lasciando aperta la strada a possibili «soluzioni creative».

Ma le rassicurazioni europee non sono bastate.

Reykjavik dice sì, il resto dell’isola dice no

Il risultato assume contorni ancora più interessanti osservando la geografia del voto. Nella capitale, tradizionalmente più vicina alle posizioni europeiste, il “sì” ha prevalso.

Nella circoscrizione Reykjavik Sud, i favorevoli alla riapertura dei negoziati hanno raggiunto il 54,49%, contro il 45,51% dei contrari. Ancora più netto il risultato a Reykjavik Nord, dove il “sì” ha ottenuto il 57,51%.

Ma la capitale non è riuscita a trascinare il resto del Paese. Nelle circoscrizioni del Sud-Ovest, del Sud, del Nord-Ovest e del Nord-Est il “no” ha prevalso con maggiore decisione. Proprio nel Nord-Est si è registrato uno dei risultati più significativi: il 59% ha respinto la riapertura dei negoziati.

È la fotografia di un’Islanda politicamente divisa: più europeista nei grandi centri urbani, più prudente e gelosa della propria autonomia nelle altre aree del Paese.

L’Artico entra nella campagna elettorale

Sul referendum ha aleggiato anche una questione molto più ampia dei rapporti con Bruxelles: il futuro dell’Artico.

Le ambizioni statunitensi sulla regione, le pressioni sulla vicina Groenlandia e la politica commerciale aggressiva dell’amministrazione di Donald Trump hanno contribuito ad accelerare il dibattito interno islandese. Frostadóttir aveva inizialmente previsto la consultazione per il 2027, ma ha scelto di anticiparla.

La partita artica, dunque, ha finito per intrecciarsi con quella europea. E mentre Reykjavik sceglie di non avanzare verso l’Ue, Bruxelles continua a guardare con attenzione all’estremo Nord.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sarà in Groenlandia il 6 e 7 settembre, in una visita programmata da tempo ma destinata inevitabilmente ad assumere un significato politico particolare dopo il voto islandese.

Un “no” che non chiude definitivamente la porta

Il referendum non rappresenta, tecnicamente, una scelta definitiva sull’adesione all’Unione europea. Il quesito riguardava infatti la riapertura dei negoziati. Se in futuro le trattative dovessero ripartire e arrivare a un accordo, gli islandesi sarebbero nuovamente chiamati alle urne per decidere se entrare effettivamente nell’Ue.

La porta, quindi, non è stata murata. È stata chiusa, per il momento.

Ed è proprio la ristrettezza del risultato a rendere meno semplice interpretare il voto come una bocciatura senza appello dell’Europa. Quel 47,2% favorevole alla ripresa del dialogo rappresenta una quota consistente dell’elettorato e suggerisce che il tema continuerà a dividere il Paese.

La stessa Frostadóttir lo ha riconosciuto: «È chiaro che il 53% della popolazione non desidera compiere un passo più ampio in questo momento. Tuttavia, il 47% si è mostrato interessato». Per la premier, nei prossimi mesi sarà quindi necessario «rispettare tutti i punti di vista».

L’esultanza degli euroscettici

Il risultato islandese è stato accolto con soddisfazione anche dalle forze politiche europee più critiche nei confronti dell’integrazione comunitaria.

La Lega ha celebrato il voto sui social con un messaggio dai toni netti: «In Islanda il popolo ha scelto: questa si chiama Democrazia». E ha rilanciato la domanda politica: se l’Unione europea rappresenta un progetto così efficace, perché viene respinta dagli elettori?

Sulla stessa linea Marine Le Pen, secondo la quale il referendum islandese dimostra che l’adesione all’Ue non può essere considerata «l’orizzonte naturale» di ogni democrazia europea. Per la leader del Rassemblement National, il voto ribadisce il diritto dei popoli a decidere autonomamente sul proprio futuro e dimostra che «un’altra Europa è possibile».

L’Europa resta fuori dalla porta. Per ora

Il risultato islandese non è dunque soltanto una bocciatura della riapertura dei negoziati. È il segnale di un Paese che, pur essendo profondamente intrecciato con l’Europa, continua a considerare sovranità, pesca e controllo delle proprie risorse come linee rosse difficili da oltrepassare.

Bruxelles prende atto della decisione e ribadisce che l’Islanda rimane uno «stretto partner» dell’Unione.

Ma la fotografia uscita dalle urne è chiara: l’Islanda vuole continuare a stare accanto all’Europa, senza per ora entrarci.

Il margine è stretto, il dibattito resta aperto. Ma fino al 2028, almeno, la questione europea non tornerà al centro della politica islandese.

Lite in famiglia, il padre lo colpisce con un coltello: muore a 49 anni nel Lecchese

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Una lite tra padre e figlio è sfociata nel sangue e si è conclusa con una morte. È accaduto a Colico, nel Lecchese, dove un uomo di 49 anni è deceduto dopo essere stato colpito con un coltello da cucina dal padre di 83 anni.

La tragedia si è consumata nella tarda serata di sabato 29 agosto, nell’abitazione in cui i due vivevano insieme. Secondo una prima ricostruzione effettuata dai carabinieri del Comando provinciale di Lecco, tra padre e figlio sarebbe scoppiato un violento litigio. Nel corso della discussione, l’anziano avrebbe impugnato un coltello da cucina e aggredito il figlio.

Le condizioni del 49enne sono apparse immediatamente molto gravi. I soccorritori sono intervenuti per prestare le prime cure all’uomo, poi trasferito in elisoccorso all’ospedale San Gerardo di Monza nel tentativo di salvargli la vita.

Ogni sforzo, però, si è rivelato inutile. Le ferite riportate nell’aggressione si sono dimostrate fatali e l’uomo è morto in ospedale.

Il padre, 83 anni, è stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di omicidio. Sono ora gli investigatori a dover ricostruire con precisione la dinamica della lite e dell’aggressione, chiarendo cosa abbia fatto precipitare la situazione fino al tragico epilogo.

La notizia dell’omicidio è stata resa pubblica soltanto nel pomeriggio di domenica 30 agosto, quando i carabinieri del Comando provinciale di Lecco hanno diffuso le prime informazioni sull’accaduto.

Restano da accertare tutti gli aspetti della vicenda e le circostanze che hanno preceduto l’aggressione. Al centro degli accertamenti c’è soprattutto la sequenza degli eventi che, in pochi istanti, avrebbe trasformato una discussione all’interno delle mura domestiche in una tragedia familiare.

Traghetto si ribalta al largo di Cipro, almeno sette morti: 237 i superstiti. Ancora 23 dispersi

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È ancora sospeso tra speranza e bilancio delle vittime il dramma del traghetto passeggeri della Filo Shipping, ribaltatosi al largo della costa settentrionale di Cipro poco dopo la partenza dal porto di Kyrenia, o Girne, nell’autoproclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord, entità riconosciuta esclusivamente dalla Turchia.

Il bilancio provvisorio comunicato dalle autorità turco-cipriote parla di almeno sette morti. Sono invece 237 le persone tratte in salvo, mentre le squadre impegnate nelle ricerche continuano a cercare 23 dispersi.

A confermare il numero delle vittime è stato il primo ministro di Cipro del Nord, Unal Ustel, intervenuto sull’incidente attraverso l’agenzia Anadolu. Il ministro dei Trasporti, Erhan Arikli, ha successivamente riferito che 161 superstiti sono stati trasportati negli ospedali, mentre altri 76 sono stati ricongiunti alle loro famiglie.

Nel frattempo, lo scenario dell’incidente è ulteriormente cambiato. Il traghetto, inizialmente rimasto parzialmente capovolto sulla superficie del mare, è successivamente affondato completamente, raggiungendo una profondità di 514 metri. A confermarlo è stato lo stesso Arikli all’emittente turca TRT.

L’allarme, poi il ribaltamento

La nave era diretta verso il porto turco di Taşucu. La traversata, secondo quanto riferito da Ustel, avrebbe dovuto essere effettuata il giorno precedente, ma la partenza era stata rinviata a causa delle condizioni meteorologiche.

La situazione sarebbe precipitata una volta raggiunto il mare aperto. Secondo la ricostruzione fornita dal primo ministro, il traghetto sarebbe stato investito da una prima onda. Mentre il comandante tentava di recuperare il controllo dell’imbarcazione, una seconda onda avrebbe provocato l’ingresso di acqua a bordo.

Il ministero dell’Interno turco ha indicato che il traghetto avrebbe iniziato a imbarcare acqua quando si trovava a circa quattro miglia dal porto di partenza, entrando rapidamente in una situazione di grave pericolo.

L’imbarcazione si è poi capovolta a circa due chilometri dalla costa.

Le testimonianze dei superstiti

Accanto alla ricostruzione ufficiale stanno emergendo i racconti dei passeggeri sopravvissuti, alcuni dei quali affidati ai social network e alle televisioni locali.

«Abbiamo supplicato il comandante di tornare indietro» non appena la nave ha iniziato a imbarcare acqua, hanno raccontato alcuni superstiti, sostenendo che le loro richieste non sarebbero state ascoltate.

Un passeggero, un uomo sulla cinquantina la cui identità non è stata resa pubblica, ha raccontato di aver sentito un’esplosione nella parte anteriore del traghetto. L’uomo avrebbe trascorso circa un’ora e mezza in acqua prima di essere recuperato.

Nella sua testimonianza ha inoltre rivolto accuse al comandante, sostenendo che il capitano si sarebbe gettato in mare per primo, senza un piano organizzato per affrontare l’emergenza.

Si tratta, tuttavia, di una testimonianza individuale che dovrà essere verificata nell’ambito dell’inchiesta avviata dalle autorità. Nelle ore immediatamente successive al naufragio sono circolate diverse ricostruzioni sulla dinamica dell’incidente, ma nessuna di queste è stata finora definitivamente accertata.

Una corsa contro il tempo

La macchina dei soccorsi è stata mobilitata su larga scala. Nella zona sono intervenute quattro unità della Guardia costiera turco-cipriota e cinque della Guardia costiera turca, affiancate da due elicotteri e dalla nave passeggeri Akgunler 3.

A queste forze si sono aggiunte sei unità della Marina militare turca, inviate per rafforzare le operazioni di ricerca e salvataggio.

Il mare mosso ha reso particolarmente difficili le operazioni. Le condizioni meteorologiche, pur in presenza di un cielo soleggiato, hanno rappresentato un ulteriore ostacolo per i soccorritori impegnati nella ricerca delle persone ancora disperse.

Le immagini diffuse dalle televisioni turche restituiscono la drammaticità dei primi momenti: il traghetto capovolto, la grande chiglia arancione esposta sull’acqua e i passeggeri aggrappati alla struttura, molti dei quali con indosso i giubbotti di salvataggio.

Anche diverse imbarcazioni private si sono dirette verso la zona dell’incidente per contribuire ai soccorsi. Ustel ha sottolineato come, insieme alla Guardia costiera, anche numerosi cittadini abbiano raggiunto il luogo del naufragio con le proprie barche.

I superstiti recuperati dal mare vengono trasferiti a Girne, dove sono state predisposte ambulanze e strutture sanitarie per assisterli.

Erdogan: «Speriamo di ricevere notizie positive»

Sul naufragio è intervenuto anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha espresso il cordoglio per le vittime e ha assicurato che Ankara sta coordinando le operazioni di ricerca e soccorso con le autorità di Cipro del Nord.

«Speriamo di ricevere notizie positive», ha dichiarato Erdogan ad Ankara durante un intervento alla cerimonia di consegna dei diplomi dell’Accademia Militare Turca.

La priorità resta ora individuare le persone che mancano ancora all’appello. Ma, con il passare delle ore e dopo l’affondamento completo della nave, la possibilità di un bilancio più pesante rimane una delle principali preoccupazioni dei soccorritori.

L’inchiesta dovrà stabilire cosa è successo

Parallelamente alle operazioni in mare è stata aperta un’inchiesta per chiarire le cause del naufragio.

Tra le ipotesi al vaglio figurano un problema tecnico o strutturale, un’avaria oppure altri fattori legati alle condizioni del mare e alla gestione dell’emergenza. Per ora, però, non esiste una ricostruzione ufficiale definitiva.

Saranno fondamentali le testimonianze dei superstiti, i dati relativi alla navigazione, le condizioni dell’imbarcazione e gli eventuali accertamenti tecnici per ricostruire quei pochi minuti nei quali una traversata verso la costa turca si è trasformata in una drammatica emergenza.

Il dato certo, per il momento, è quello di una nave che ha perso rapidamente la propria stabilità, si è capovolta a poca distanza dalla costa e, dopo aver lasciato in mare centinaia di persone, è scomparsa definitivamente sotto la superficie. Sette morti sono già state accertate, 237 persone sono state salvate e 23 risultano ancora disperse. La ricerca continua.

Oroscopo della settimana

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♈ Ariete: Settimana energica, ma attenzione agli impulsi. In amore cerca di essere più paziente, mentre sul lavoro nuove opportunità richiedono decisioni rapide.
♉ Toro: Stabilità e concretezza ti guidano. Buon momento per rafforzare legami affettivi e sistemare questioni economiche.
♊ Gemelli: Comunicazione brillante e voglia di fare. Ottime occasioni per incontri e nuove collaborazioni. In amore torna il sorriso.
♋ Cancro: Emozioni profonde e bisogno di sicurezza. Dedica tempo alla famiglia e alle persone care. Sul lavoro, procedi con calma.
♌ Leone: Carisma ancora in evidenza! Settimana favorevole per metterti in gioco. In amore, passione e complicità.
♍ Vergine: Precisione e organizzazione portano risultati concreti. Attenzione a non essere troppo esigente in amore.
♎ Bilancia: Armonia e diplomazia ti aiutano a risolvere tensioni. Incontri interessanti e nuove connessioni.
♏ Scorpione: Intensità emotiva e grande determinazione. Settimana importante per chiarimenti e decisioni sul lavoro.
♐ Sagittario: Voglia di libertà e nuove esperienze. Ottimo momento per cambiare routine e seguire l’istinto.
♑ Capricorno: Concretezza e ambizione portano risultati. In amore serve più apertura e meno rigidità.
♒ Acquario: Creatività e originalità in crescita. Idee nuove da sviluppare, ma evita scelte troppo affrettate.
♓ Pesci: Sensibilità e intuizione guidano le tue giornate. In amore, dolcezza e romanticismo in primo piano.

L’avanguardia senza futuro vive di passato

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A cura di Gilberto Borzini

Dietro l’esigenza di appropriazione esclusiva della cultura degli anni ’70 da parte della sinistra politica si cela l’assenza di una identità culturale attuale.

Si leggeva giusto qualche giorno fa, delle Guardie Rosse appostate ai tornelli degli spettacoli di cultura cantautorale, e oggi non posso non rilevare come se quei cantori e quelle canzoni assurgono ad oggi, mezzo secolo più tardi, il medesimo e identico significato e valore che in origine affermavano, allora ben poco è stato risolto rispetto alle contraddizioni, le disfunzioni e i disagi allora indicati, criticati e cantati.

In mezzo secolo ben poco è cambiato nella relazione tra sfruttatori e sfruttati.

In mezzo secolo ben poco è cambiato nelle intime relazioni personali, nelle rabbie d’amore e gelosie.

In mezzo secolo ben poco è cambiato nelle dinamiche della politica, nelle sperequazioni economiche, nella classificazione sociale, e riascoltando i Gaber i Guccini e i De Andrè ci si accorge che tutto è cambiato per non cambiare nulla nel più laconico gattopardismo possibile.

Diviene allora inquietante porre domande a chi su quella cultura vuole apporre la propria firma, esige la primazia negando all’avversario la capacità mentale di comprendere e apprezzare canzonette, se pur d’autore.

Aggrapparsi alle canzoni di mezzo secolo fa per farne propria bandiera identitaria significa non disporre di alcuna identità oggi spendibile, sempre che non si vogliano spacciare per ambiti culturali gli Ecce Bombo e le Fate Ignoranti, paralleli esempi d’autoflagellazione realizzati a mezzo secolo di distanza temporale e un minuto di differenza sociale, ferma restando la personale preferenza per il primo, altro non fosse che per l’ironia morettiana.

Il fatto è che le avanguardie odiano le masse e quando la sinistra si pretende avanguardia stenta a condividere il pensiero con le masse, anzi si impermalosisce quando scopre che le masse comprendono e capiscono senza bisogno di interpreti o esegeti.

Per l’avanguardia, culturale o politica, il paradosso si definisce nel fatto che il successo è una sconfitta quando l’affermazione e la diffusione del proprio pensiero smette di essere avanguardia e diviene popolare, e inversamente ogni sconfitta e rifiuto diviene affermazione della implicita bontà del proprio messaggio.

Popolarità e applauso rendono sofferente l’avanguardia ben più che l’incomprensione e il dissenso.

Così l’avanguardia da sempre impone la divisione del pubblico in due categorie distinte e separate: quelli che possono capirla e quelli che non possono, e in questa distinzione disegnano la necessità di mantenere le distanze e di affermare la propria prevalenza culturale, ma se il progetto di staccare le masse dalla cultura fallisce e la cultura diviene popolare il paradosso a cui ho accennato è solo il preludio della catastrofe.

Una catastrofe definita dall’assenza di un repertorio culturale in prospettiva, certo non favorito da un mondo postmoderno che di ogni opera fa evento culturale, che ha abolito le scuole per elevare le gallerie al rango di satrapi dell’arte, che affida all’incomprensione il maggior prezzo sì che il malaccorto investitore paghi a carissimo prezzo il proprio arrivismo sociale, che esclude il soggetto rappresentato dalle categorie di senso per affermare nella quantità del venduto il successo dell’artista, che produce il pezzo unico per subitaneamente farlo a pezzi, che confonde la stupidità di una banana incomprensibilmente incerottata col ritorno di un’avanguardia culturale che non c’è.

E in questa ridondante assenza di cultura e d’arte, in questo persistente ripercorrere il dejà vù melodico e partitico, in questa persistente cover d’arte e di politica in cui nulla di innovativo si osserva all’orizzonte, l’avanguardia che si vuole tale può solamente farsi archeologa delle precedenti avanguardie affermando ad ogni passo il paradosso di se stessa.

San Giovanni al Natisone, donna uccisa in casa: una coltellata alla gola. Fermato il compagno

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Le urla, poi l’allarme e la corsa dei soccorsi. È cominciato così, nel pomeriggio di sabato 29 agosto, l’intervento che ha portato alla scoperta di una donna senza vita nella sua abitazione a San Giovanni al Natisone, in provincia di Udine. La vittima, secondo le prime informazioni raccolte dagli investigatori, sarebbe stata colpita con un’arma da taglio durante una violenta lite con il compagno.

A dare l’allarme sono stati alcuni vicini, insospettiti e preoccupati dalle grida provenienti dall’appartamento. La telefonata al Nue 112 ha fatto scattare l’intervento dei carabinieri e del personale sanitario.

La ferita alla gola e i soccorsi

Quando i soccorritori sono entrati nell’abitazione, hanno trovato la donna a terra, gravemente ferita alla gola. La lesione, descritta come una profonda ferita da taglio, non le ha lasciato scampo.

È stato fatto arrivare anche l’elisoccorso, ma ogni tentativo di intervento si è rivelato inutile. Il personale sanitario non ha potuto fare altro che constatare il decesso.

Nel frattempo, i carabinieri hanno messo in sicurezza l’area e avviato i rilievi all’interno dell’abitazione. Gli accertamenti dovranno contribuire a ricostruire con precisione quanto accaduto, stabilendo la sequenza degli eventi e verificando anche la presenza e la provenienza dell’arma utilizzata.

Il compagno fermato dai carabinieri

Il compagno della vittima si trovava ancora nell’abitazione quando sono arrivati i militari dell’Arma ed è stato fermato. La sua posizione è ora al vaglio degli investigatori, che stanno cercando di fare piena luce sull’accaduto.

La coppia, secondo le informazioni emerse finora, è di nazionalità cinese. L’uomo è titolare di un’attività di tappezzeria conosciuta in paese. In passato si sarebbe allontanato dall’Italia, facendo ritorno in Cina, per poi rientrare e stabilirsi nuovamente nell’abitazione di famiglia insieme alla compagna.

Un elemento che potrebbe assumere particolare rilievo nell’inchiesta riguarda alcuni precedenti episodi di violenza che, secondo quanto riferito da residenti della zona, sarebbero già stati segnalati all’interno del nucleo familiare. Saranno gli accertamenti degli investigatori a chiarire la natura e l’eventuale rilevanza di queste circostanze rispetto al delitto.

Lo sgomento del paese

La notizia ha scosso profondamente San Giovanni al Natisone, una comunità di circa seimila abitanti dove un episodio di tale gravità ha provocato incredulità e sgomento.

Il sindaco Carlo Pali ha parlato di una comunità «sbigottita e sorpresa» davanti a una tragedia difficile da comprendere. Il primo cittadino ha sottolineato anche quanto sia doloroso constatare che la violenza all’interno delle relazioni continui a rappresentare un’emergenza, nonostante le campagne di sensibilizzazione e l’attenzione crescente sul fenomeno.

«Non riesco mai a comprendere come si possa arrivare a tanto», ha commentato il sindaco, sottolineando come episodi simili possano irrompere anche in realtà considerate tranquille e lontane dalle grandi dimensioni urbane.

Ora saranno gli accertamenti dei carabinieri a ricomporre il quadro. La scena del delitto, le testimonianze dei vicini e gli eventuali elementi raccolti nell’abitazione saranno fondamentali per stabilire cosa sia accaduto nelle fasi che hanno preceduto la morte della donna e per chiarire le responsabilità.