6 Ottobre 2026, martedì
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Il giallo di Rebibbia: Lavitola, l’aggressione che il carcere nega

L’imprenditore, detenuto in alta sicurezza e indagato come presunto mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, sarebbe stato schiaffeggiato da alcuni detenuti. Ma dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria arriva una smentita netta: «Non risultano relazioni di servizio». I suoi legali chiedono alla Procura di verificare che cosa sia realmente accaduto.

C’è una zona d’ombra attorno alla presunta aggressione subita da Valter Lavitola nel carcere romano di Rebibbia. Una vicenda che, nel giro di poche ore, è passata dalla segnalazione di un pestaggio alla smentita dell’amministrazione penitenziaria. E che ora pone una domanda essenziale: quell’aggressione c’è stata davvero?

La prima ricostruzione era arrivata dai legali dell’imprenditore, Sergio e Arturo Cola. Secondo quanto riferito, Lavitola sarebbe stato aggredito all’interno dell’istituto penitenziario. Una notizia poi rilanciata dal Messaggero, che, citando fonti della polizia penitenziaria, aveva parlato di un episodio avvenuto nel pomeriggio di martedì 1° settembre: alcuni schiaffi, l’immediato intervento sanitario e nessuna conseguenza fisica di particolare gravità.

Ma a cambiare radicalmente il quadro è stata la posizione attribuita a fonti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. La smentita è categorica: non risultano relazioni di servizio relative a un’aggressione e, dunque, «non c’è stata alcuna aggressione».

La richiesta dei difensori: verificare gli atti

Di fronte a ricostruzioni così divergenti, gli avvocati di Lavitola hanno scelto di non alimentare la polemica, ma di chiedere un accertamento formale.

Dopo aver parlato con il loro assistito, i legali riferiscono infatti che Lavitola «sta bene» e che non presenta segni riconducibili a percosse. Da qui la decisione di rivolgersi alla Procura della Repubblica per ottenere informazioni sull’eventuale esistenza di una nota redatta dalla polizia penitenziaria di Rebibbia e, soprattutto, sul suo contenuto.

Il passaggio è tutt’altro che secondario. Se una relazione di servizio esistesse, potrebbe infatti consentire di ricostruire con precisione tempi, modalità e protagonisti dell’episodio. Se invece non vi fosse alcuna traccia formale dell’accaduto, la stessa esistenza dell’aggressione finirebbe inevitabilmente sotto esame.

Un detenuto in alta sicurezza

A rendere la vicenda ancora più delicata è il contesto nel quale si trova Lavitola. L’imprenditore è detenuto in un reparto di alta sicurezza di Rebibbia, struttura nella quale sono reclusi anche soggetti accusati o condannati per reati di criminalità organizzata.

È proprio questo elemento a preoccupare la difesa. I legali sostengono che la collocazione carceraria esponga il loro assistito a possibili rischi per l’incolumità personale e che, proprio per questo, ogni eventuale episodio di violenza debba essere verificato con particolare rigore.

La difesa, insomma, chiede che a parlare siano gli atti e i pubblici ufficiali presenti nell’istituto, non le ricostruzioni indirette.

Lo stesso carcere dei presunti attentatori di Ranucci

Il caso assume un peso ulteriore perché Rebibbia è anche il carcere nel quale si trovano i tre uomini indicati dagli investigatori come presunti esecutori dell’attentato contro il giornalista Sigfrido Ranucci: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello e Saverio Mutone.

I tre, arrestati il 30 giugno, sono ritenuti legati alla microcriminalità avellinese e, secondo l’impianto investigativo, sarebbero stati coinvolti nell’organizzazione dell’attentato. L’ordigno sarebbe stato collocato davanti all’abitazione di Ranucci dopo essere stato commissionato, secondo gli investigatori, da Clesio Gomez Tavares, indicato come braccio destro dell’ex editore.

Un intreccio investigativo che rende inevitabilmente sensibile anche ciò che accade dietro le mura del carcere. Secondo quanto riferito dal Messaggero, inoltre, dopo la perquisizione del faccendiere sarebbero emersi, attraverso intercettazioni effettuate in cella, propositi di vendetta attribuiti ai tre detenuti.

È in questo scenario che si inserisce la presunta aggressione a Lavitola. Ma proprio il contesto, per quanto delicato, non può sostituire le prove.

La vera questione è nei verbali

Per ora restano dunque due versioni difficilmente conciliabili: da una parte il racconto iniziale di un’aggressione con schiaffi e un successivo intervento sanitario; dall’altra la posizione del Dap, secondo cui non esisterebbero relazioni di servizio e quindi non si sarebbe verificato alcun pestaggio.

Lavitola, intanto, secondo i suoi avvocati, sta bene e non presenta segni di percosse.

La vicenda, più che una certezza, consegna quindi una domanda. La risposta non arriverà dalle indiscrezioni, ma dagli eventuali documenti prodotti all’interno del carcere: registri, relazioni, annotazioni di servizio e accertamenti sanitari. È lì che si potrà capire se a Rebibbia, il primo settembre, ci sia stato davvero un episodio di violenza oppure se l’allarme sia nato da una ricostruzione priva di riscontri.

In una storia già segnata da accuse gravissime, il confine tra fatto, ipotesi e indiscrezione diventa decisivo. E, almeno per ora, quel confine resta da chiarire.

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