27 Ottobre 2026, martedì
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Barilla scommette sull’America del mac & cheese: acquisita Goodles, la startup che ha reinventato un classico Usa

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Barilla punta dritto al cuore delle abitudini alimentari americane e lo fa con una mossa che va oltre la pasta tradizionale. Il gruppo di Parma ha infatti acquisito Goodles, azienda californiana diventata in pochi anni uno dei nomi più dinamici nel settore dei maccheroni al formaggio confezionati, una categoria che negli Stati Uniti rappresenta un autentico fenomeno di consumo. I dettagli economici dell’operazione non sono stati resi noti, ma l’obiettivo strategico appare chiaro: consolidare la presenza nel più importante mercato estero del gruppo intercettando nuove tendenze alimentari e segmenti ad alto potenziale di crescita.

L’operazione, anticipata dal Wall Street Journal e successivamente confermata dalla stessa Barilla, non comporterà cambiamenti nell’assetto organizzativo di Goodles. La società continuerà a operare dalla sede di Santa Cruz, in California, mantenendo i suoi 73 dipendenti e l’attuale squadra dirigente. Alla guida resterà la cofondatrice e amministratrice delegata Jen Zeszut, figura considerata centrale nello sviluppo del brand.

La scelta riflette una strategia sempre più diffusa nelle acquisizioni del settore alimentare: integrare realtà innovative senza snaturarne identità, linguaggio e capacità creativa. Un approccio che Barilla ritiene essenziale per preservare il valore costruito da Goodles nel mercato americano. «Seguivamo questa azienda da tempo», ha spiegato il presidente Guido Barilla, evidenziando la combinazione di innovazione, qualità e rapidità di crescita che ha reso il marchio particolarmente interessante agli occhi del gruppo emiliano.

Fondata nel 2020 con il nome di Gooder Foods, Goodles è nata con un’idea semplice ma efficace: reinterpretare il tradizionale mac & cheese, uno dei comfort food più iconici degli Stati Uniti, rendendolo più ricco dal punto di vista nutrizionale senza comprometterne gusto e praticità. In un mercato maturo e dominato da grandi operatori, il brand è riuscito a ritagliarsi uno spazio rilevante grazie a un posizionamento premium e a una comunicazione fortemente orientata ai consumatori più attenti alla qualità degli ingredienti.

I numeri raccontano la velocità della sua ascesa. Nel 2024 l’azienda ha raggiunto il primo utile della sua storia, mentre secondo i dati riportati dal Wall Street Journal e da PitchBook, nel 2023 era stata valutata circa 88 milioni di dollari in occasione di un round di finanziamento. Nello stesso periodo Goodles avrebbe conquistato il 7,8% della spesa statunitense nel comparto dei maccheroni al formaggio a lunga conservazione, una quota in forte crescita rispetto allo 0,8% registrato appena tre anni prima.

Per Barilla, l’acquisizione rappresenta molto più dell’ingresso in un nuovo segmento. Significa presidiare direttamente una categoria che negli Stati Uniti vale tra 2,1 e 2,3 miliardi di dollari all’anno e che continua a beneficiare di consumi consolidati e di una domanda crescente per prodotti percepiti come più salutari e di qualità superiore. In altre parole, il gruppo italiano sceglie di investire non soltanto in un marchio, ma in un cambiamento delle preferenze alimentari dei consumatori americani.

Dal canto suo, Goodles ottiene un alleato industriale con una dimensione globale e una lunga tradizione nel settore della pasta. Una partnership che, secondo la ceo Jen Zeszut, consentirà all’azienda di accelerare lo sviluppo mantenendo la libertà di innovare e la cura per il prodotto che ne hanno determinato il successo.

Resta invece avvolto dal riserbo il valore effettivo dell’operazione. La valutazione di 88 milioni di dollari emersa nel 2023 non coincide necessariamente con il prezzo riconosciuto da Barilla per l’acquisizione. Il closing è inoltre subordinato alle consuete autorizzazioni regolatorie.

In attesa del via libera definitivo, una certezza emerge già con chiarezza: Barilla non guarda agli Stati Uniti soltanto come a un mercato per esportare pasta italiana, ma come a un laboratorio in cui intercettare nuovi consumi e costruire le prossime direttrici di crescita. E il mac & cheese, simbolo della cultura alimentare americana, potrebbe diventare il nuovo terreno di sfida per il gruppo parmense.

Automotive, la sfida della riconversione: “L’impresa italiana può essere piccola, ma non può più essere sola”

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A cura di Salvatore Guerriero, Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI INTERNATIONAL

Il Rapporto del CNEL sulla riconversione e diversificazione industriale della filiera automotive arriva in un momento nel quale il sistema produttivo italiano è chiamato ad affrontare una delle trasformazioni più profonde degli ultimi decenni. È un documento importante perché fotografa con attenzione le difficoltà del settore e prova a individuare alcune delle possibili prospettive per accompagnare le imprese dentro un cambiamento che non è più rinviabile.

Come organizzazione dei datori di lavoro e come Confederazione delle Imprese nel Mondo, accogliamo con interesse le evidenze contenute nel Rapporto. Allo stesso tempo, non possiamo non osservare che molte delle questioni oggi messe nero su bianco dal CNEL sono problemi che il mondo produttivo, e in particolare la piccola e media impresa, porta da anni all’attenzione delle istituzioni. La dimensione ridotta delle imprese, la difficoltà di accesso al credito, la necessità di investire in innovazione e formazione, il peso della burocrazia, l’esigenza di internazionalizzarsi e la necessità di costruire aggregazioni e reti capaci di dare maggiore forza alle singole aziende sono temi sui quali abbiamo insistito più volte nel corso degli anni. Il Rapporto, da questo punto di vista, conferma una realtà che gli imprenditori conoscono bene perché la vivono quotidianamente.

La questione della dimensione non può più essere considerata soltanto un problema statistico. In un’economia sempre più internazionale, tecnologica e interconnessa, essere piccoli può diventare un limite quando significa essere soli. Una piccola impresa può avere competenze straordinarie, prodotti competitivi e una grande capacità di adattamento, ma può incontrare difficoltà enormi quando deve affrontare contemporaneamente nuovi mercati, certificazioni, ricerca, investimenti, formazione e rapporti con grandi operatori.

Il CNEL evidenzia proprio questa criticità e richiama la necessità di percorsi di aggregazione, crescita dimensionale e rafforzamento manageriale. È un’indicazione che condividiamo pienamente. L’impresa italiana non deve necessariamente diventare grande per competere, ma deve poter diventare più forte attraverso le reti, le aggregazioni, i consorzi, le partnership e un sistema associativo capace di costruire relazioni concrete. È questa, a nostro avviso, una delle grandi sfide della rappresentanza imprenditoriale nei prossimi anni. Non basta più rappresentare l’impresa. Bisogna metterla nelle condizioni di non essere sola. Questo vale ancora di più quando guardiamo al automotive. Il settore sta attraversando un cambiamento epocale e sarebbe un errore pensare di affrontarlo immaginando semplicemente la sostituzione di una filiera con un’altra. Il Rapporto CNEL invita infatti alla prudenza e chiarisce che la diversificazione non può riguardare indistintamente tutta la filiera e non può rappresentare una soluzione generale alla crisi del automotive.

La strada, dunque, non è quella della sostituzione, ma della diversificazione. Le competenze accumulate nel corso degli anni dalla nostra industria devono poter trovare nuovi mercati e nuove applicazioni. Meccanica avanzata, elettronica, automazione, aerospazio, difesa, energia, ferroviario e altri comparti tecnologici possono rappresentare opportunità importanti per alcune imprese, ma attraverso processi graduali, investimenti e qualificazione. Non possiamo pensare che un settore possa semplicemente trasferire le proprie imprese in un altro comparto come se nulla fosse. Le filiere della difesa e dell’aerospazio, per esempio, hanno requisiti specifici, standard elevati, procedure di certificazione e tempi di accesso che possono rappresentare ostacoli significativi soprattutto per le PMI. Ed è qui che emerge nuovamente il tema della finanza. Chiedere a una piccola impresa di diversificare significa chiederle di investire in tecnologia, impianti, ricerca, formazione e certificazioni proprio mentre spesso affronta margini ridotti, costi elevati e una crescente difficoltà nell’autofinanziamento. Il Rapporto riconosce che il vincolo finanziario è uno dei principali fattori di selezione nei processi di trasformazione e rischia di penalizzare proprio le aziende più piccole.

Per questo non possiamo limitarci a parlare di incentivi. Occorre costruire condizioni concrete perché gli strumenti finanziari, le garanzie, la formazione, la ricerca e le politiche industriali arrivino realmente all’impresa. Allo stesso modo, la semplificazione burocratica deve diventare una priorità. In molti casi l’impresa non ha bisogno di nuove procedure, ma di meno ostacoli per poter utilizzare quelle opportunità che già esistono. La trasformazione industriale richiede inoltre un nuovo rapporto tra imprese, università, ricerca, grandi operatori e istituzioni. Il Rapporto CNEL individua nelle reti territoriali e nelle piattaforme di collaborazione uno degli strumenti capaci di ridurre i costi di accesso alle nuove filiere. È una direzione che riteniamo fondamentale.

L’Italia possiede competenze industriali che non possiamo disperdere. Possiede imprenditori capaci, lavoratori qualificati, territori con tradizioni produttive importanti e una rete di piccole e medie imprese che continua a rappresentare una delle sue principali risorse. Il problema è riuscire a mettere queste energie nelle condizioni di lavorare insieme, crescere e competere su scala internazionale. È proprio questa la prospettiva dalla quale abbiamo guardato per anni alle difficoltà della piccola impresa. L’internazionalizzazione non può essere soltanto uno slogan. La crescita non può essere affidata esclusivamente alla capacità individuale dell’imprenditore. Il credito deve accompagnare lo sviluppo e non soltanto valutare il passato. La burocrazia deve sostenere e non rallentare. La formazione deve anticipare i cambiamenti e non inseguirli.

Il Rapporto CNEL ci offre oggi una fotografia autorevole di molte di queste criticità. La responsabilità del sistema Paese è trasformare quella fotografia in una strategia. Perché il futuro dell’impresa italiana non può essere costruito lasciando sola l’impresa. Dobbiamo consentirle di crescere, aggregarsi, innovare, internazionalizzarsi e diversificare. Dobbiamo difendere le filiere esistenti e, nello stesso tempo, accompagnarle verso nuove opportunità. La vera sfida non è sostituire un modello industriale con un altro. È fare in modo che le competenze, le persone e le imprese che hanno costruito la nostra economia possano continuare a produrre valore anche dentro il nuovo scenario internazionale. Su questo terreno la rappresentanza imprenditoriale deve assumersi una responsabilità precisa. Non soltanto denunciare ciò che non funziona, ma costruire relazioni, creare opportunità e contribuire a dare alle imprese gli strumenti per affrontare il futuro.

Perché una cosa deve essere ormai chiara. L’impresa italiana può essere piccola, ma non può più permettersi di essere sola.

È morto Fabio Mussi, una vita nella sinistra italiana

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È finita nella notte, all’ospedale Sant’Eugenio di Roma, la lunga parabola politica di Fabio Mussi. Aveva 78 anni. Una vita attraversata dalla storia della sinistra italiana, dagli anni del Partito comunista alle trasformazioni che, nel giro di pochi decenni, avrebbero ridisegnato identità, partiti e alleanze. A dare la notizia della sua scomparsa è stata Alleanza Verdi e Sinistra, ricordando una figura che ha occupato per oltre mezzo secolo uno spazio importante nella politica progressista italiana.

Nato a Piombino, in provincia di Livorno, il 22 gennaio 1948, Mussi entrò giovanissimo nel Comitato centrale del Pci. Era una stagione nella quale la politica era ancora, per una generazione intera, militanza, formazione culturale e appartenenza. Con la fine del Pci seppe attraversare le successive metamorfosi della sinistra senza rinunciare al proprio profilo politico e culturale.

Parlamentare dal 1992 al 2008, prima nelle file del Pds e poi dei Ds, Mussi ricoprì incarichi di primo piano. Nel 1996 fu capogruppo dei deputati del Pds-Ulivo; nel 2001 divenne vicepresidente della Camera dei deputati. Una carriera parlamentare costruita in anni decisivi, segnati dalla ricerca di un nuovo equilibrio tra la tradizione della sinistra e la stagione del centrosinistra dell’Ulivo.

Al suo percorso istituzionale si affiancò quello giornalistico e culturale. Fu vicedirettore di Rinascita e successivamente condirettore de l’Unità, due testate profondamente legate alla storia politica e culturale della sinistra italiana. Un ruolo che contribuì a definire anche il suo profilo di dirigente attento al dibattito delle idee, oltre che alle dinamiche parlamentari.

La frattura più significativa arrivò con la nascita del Partito democratico. Mussi scelse di non aderire al Pd, prendendo una strada diversa da quella intrapresa da una parte consistente della tradizione postcomunista e riformista. Da quella scelta nacque una nuova fase del suo impegno politico: contribuì prima alla nascita di Sinistra Ecologia Libertà e, successivamente, di Sinistra Italiana, fino a diventare dirigente dell’area che oggi confluisce in Alleanza Verdi e Sinistra.

Nel governo guidato da Romano Prodi ricoprì l’incarico di ministro dell’Università e della ricerca, portando anche nell’esecutivo la sua esperienza maturata tra politica, istituzioni e cultura.

Con la sua scomparsa se ne va dunque un protagonista di una stagione politica lunga e complessa, capace di attraversare il passaggio dal Pci alla sinistra del nuovo millennio e di confrontarsi, spesso anche criticamente, con le trasformazioni del centrosinistra italiano.

«Nelle prossime ore saranno resi noti dalla famiglia i particolari per potergli dare un ultimo saluto», ha fatto sapere Avs nella nota con cui ha annunciato la morte.

Verbania, il lungolago intitolato a Sergio Ramelli: la memoria torna a dividere la politica

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A Verbania la toponomastica diventa ancora una volta terreno di battaglia politica. La giunta comunale ha deciso, all’inizio di agosto, di intitolare il lungolago a Sergio Ramelli, il diciottenne militante del Fronte della Gioventù aggredito a Milano nel marzo 1975 e morto alcune settimane dopo le ferite riportate nell’assalto. Per il Comune si tratta di un gesto di memoria; per l’opposizione di centrosinistra e per l’Anpi, invece, di una scelta destinata a riaprire una ferita politica che il Paese continua a portarsi dietro.

La decisione ha provocato una reazione immediata. I consiglieri comunali del centrosinistra hanno contestato l’iniziativa, mentre tre ex sindaci dell’area hanno chiesto all’amministrazione di tornare sui propri passi. Nel mirino c’è soprattutto il contesto nel quale l’intitolazione si inserisce: secondo i critici, quella di Ramelli sarebbe diventata negli ultimi anni una campagna nazionale sostenuta dalla destra radicale e da organizzazioni dell’area dell’estrema destra.

Anche l’Anpi ha preso posizione, annunciando la disponibilità a mobilitarsi pubblicamente contro l’intitolazione. Una contrapposizione che, al di là della singola decisione amministrativa, riporta al centro una domanda più ampia: quali figure possono entrare nello spazio della memoria pubblica e con quali motivazioni?

Ramelli fu ucciso in un periodo tra i più violenti degli anni di piombo. La sua morte maturò dentro una spirale di aggressioni politiche che attraversava Milano e altre città italiane. Il giovane militante missino divenne negli anni successivi una figura simbolica per la destra italiana, mentre la sua vicenda è stata progressivamente sottratta alla dimensione esclusivamente militante e inserita nel più generale racconto delle vittime della violenza politica.

È proprio questo passaggio a rendere particolarmente delicata una decisione di carattere istituzionale. Una strada, una piazza o un lungolago non sono soltanto indicazioni geografiche: rappresentano una scelta della comunità e dell’istituzione che la governa. Per questo ogni intitolazione porta con sé una valutazione sul modo in cui una città decide di costruire e trasmettere la propria memoria.

Ma c’è anche un altro elemento che non può essere eluso. La Repubblica italiana nasce dalla Costituzione e da un sistema democratico fondato sull’antifascismo e sul ripudio di ogni forma di violenza politica e sopraffazione. Questo principio non può essere piegato alle convenienze della polemica del momento, né può diventare il pretesto per cancellare dalla memoria collettiva le vittime della violenza politica appartenenti a una determinata parte.

La questione, dunque, non dovrebbe essere stabilire quali morti meritino di essere ricordati in base alla loro appartenenza politica. La sfida delle istituzioni è semmai quella di ricordare le vittime senza trasformare la memoria in una nuova arma identitaria.

Nel caso di Verbania, la polemica è appena cominciata. Da una parte c’è chi considera l’intitolazione a Ramelli un doveroso riconoscimento a un ragazzo ucciso per le proprie idee; dall’altra chi teme che una scelta istituzionale di questo tipo finisca per legittimare una precisa narrazione politica della storia italiana.

Il rischio, in entrambi i casi, è che la memoria venga ridotta a una bandiera di parte. E proprio qui si misura la responsabilità della politica: non nel decidere chi debba avere ragione sulla storia, ma nel trovare il modo di ricordarla senza alimentare le stesse contrapposizioni che l’hanno insanguinata.

Verbania, con il suo lungolago, si trova così al centro di una disputa che va ben oltre i confini della città. Una disputa sulla memoria, sul significato dello spazio pubblico e, soprattutto, sulla capacità delle istituzioni repubblicane di tenere insieme verità storica, pluralismo e rispetto per tutte le vittime degli anni di piombo.

Cremlino contro Merz: «Fa il duro con Mosca, ma in modo goffo»

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Il gelo tra Berlino e Mosca si fa ancora più spesso, ma il Cremlino, almeno per il momento, non sembra intenzionato a trasformarlo in una rottura diplomatica. A mettere nel mirino il cancelliere tedesco Friedrich Merz è Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, che accusa il leader di Berlino di cercare dividendi politici interni attraverso una postura sempre più dura nei confronti della Russia.

Secondo Peskov, tuttavia, la strategia di Merz avrebbe un limite evidente: il modo in cui viene perseguita. «Con passi che a lui sembrano quasi duri, cerca di guadagnare qualche punto sul piano interno», ha dichiarato il portavoce del Cremlino all’emittente Vesti, in dichiarazioni riportate dalla Tass. Il giudizio di Mosca è tranchant: il cancelliere tedesco agirebbe in maniera «estremamente goffa».

A sostegno della propria accusa, Peskov ha richiamato la vicenda degli episodi di sabotaggio che hanno coinvolto interessi tedeschi negli ultimi anni e i sospetti rivolti a cittadini ucraini. «Finora tutti quelli che negli ultimi anni hanno fatto esplodere qualcosa di tedesco erano ucraini, che gli stessi tedeschi hanno arrestato», ha sostenuto.

Il Cremlino contesta in particolare quella che considera un’incoerenza della politica tedesca. Peskov ha citato la presenza dei consolati ucraini in Germania, ponendo una domanda destinata a Berlino: «Hanno forse chiuso anche un solo consolato generale dell’Ucraina sul loro territorio, mentre è in corso un processo? Non lo hanno fatto».

Mosca: nessun declassamento dei rapporti con Berlino

Nonostante l’inasprimento della retorica e delle misure contro la Russia, Mosca precisa di non voler, almeno per ora, compiere il passo ulteriore di ridurre formalmente il livello delle relazioni diplomatiche con la Germania.

«Non avvieremo un declassamento delle relazioni diplomatiche con Berlino», ha affermato Peskov. Una precisazione significativa, perché segnala che il Cremlino distingue tra l’escalation politica in corso e una possibile rottura dei canali diplomatici.

Il confronto si inserisce in un quadro già fortemente deteriorato. Nei giorni precedenti Putin aveva definito un «grave errore» i nuovi provvedimenti adottati dalla Germania contro Mosca in relazione all’incidente del drone all’aeroporto di Lipsia. Secondo il presidente russo, le decisioni tedesche non risponderebbero agli interessi della popolazione della Germania, ma sarebbero condizionate anche dalla situazione politica interna e dalle difficoltà dello stesso Merz.

La lettura del Cremlino, dunque, è netta: la politica estera tedesca sarebbe diventata anche uno strumento di consenso interno. Un’accusa che Berlino respinge implicitamente attraverso una linea che, negli ultimi mesi, ha progressivamente accentuato il contrasto con Mosca.

La risposta russa si sposta anche sul terreno della cultura

Ma la partita tra Germania e Russia non si gioca soltanto sul terreno diplomatico e politico. Il nuovo fronte è quello della cultura.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha annunciato la chiusura di tutte le sedi dell’Istituto Goethe presenti in Russia, presentando la decisione come una risposta diretta alla chiusura del Centro culturale russo di Berlino.

«Stanno intraprendendo deliberatamente un passo che, lo devono capire, significa la fine della loro presenza culturale nella Federazione Russa», ha dichiarato Lavrov, secondo quanto riferito da Interfax.

La contromossa di Mosca porta così il confronto oltre le sanzioni e la diplomazia. La chiusura delle istituzioni culturali tedesche in Russia e di quelle russe in Germania rischia infatti di impoverire ulteriormente uno dei pochi spazi rimasti aperti al dialogo tra le due società.

È il segnale di una relazione che continua a scivolare verso la contrapposizione, ma senza arrivare — almeno per ora — al punto di non ritorno diplomatico. Da una parte Berlino alza il tono e rafforza la pressione su Mosca; dall’altra il Cremlino risponde con accuse, misure di ritorsione e una crescente contestazione della leadership tedesca.

Il paradosso è che, mentre sul piano politico le distanze sembrano diventare sempre più profonde, Mosca precisa di non voler formalmente abbassare il livello dei rapporti diplomatici. Una linea sottile tra escalation e contenimento, sulla quale Germania e Russia sembrano oggi muoversi con margini di manovra sempre più ridotti.

I  “Neanderthal” del fine vita non si fanno attendere

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I Neanderthal, si sa, erano attesi con una certa impazienza. E alla fine non hanno deluso: appena il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge sul suicidio assistito, ecco arrivare puntuali i primi ruggiti. Anzi, per essere più precisi, i primi richiami alla deriva. A dare fiato alle tonsille, questa volta, è il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, che sulla nuova normativa non usa esattamente il linguaggio della moderazione diplomatica.

Il giudizio è netto: amarezza, preoccupazione e il timore di una “deriva difficilmente controllabile”. Una formula che, nel dibattito italiano sul fine vita, vale quasi come un allarme antincendio.

Moraglia contesta innanzitutto il modello culturale e sanitario che, a suo giudizio, la legge finirebbe per affermare. Ma è soprattutto sulla tutela delle persone più fragili che il patriarca concentra le sue preoccupazioni: anziani, malati, persone sole, individui che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo senza poter contare su un adeguato sostegno umano e affettivo.

Il problema, nella lettura di Moraglia, non sarebbe dunque soltanto stabilire quando il suicidio assistito possa essere consentito, ma soprattutto decidere chi stabilisce che cosa sia una sofferenza davvero insopportabile.

Ed è qui che entra in scena il grande spauracchio del “soggettivismo interpretativo”. Secondo il patriarca, le motivazioni psicologiche lascerebbero margini di interpretazione troppo ampi e le situazioni nelle quali sarebbe possibile ricorrere al suicidio assistito potrebbero progressivamente moltiplicarsi.

Insomma, il timore è quello del famoso piano inclinato: oggi una fattispecie, domani un’altra, dopodomani chissà. E, soprattutto, chi mette il paletto?

Moraglia osserva inoltre che per alcuni sostenitori la legge veneta rappresenterebbe soltanto l’inizio di un processo suscettibile di ulteriori ampliamenti. Da qui la domanda, tutt’altro che secondaria: quali criteri verranno effettivamente utilizzati per stabilire, caso per caso, quando una sofferenza possa essere considerata “insopportabile”?

Una questione seria, naturalmente. Talmente seria che, nel frattempo, il fronte del “no” ha già trovato il modo di compattarsi.

Fratelli d’Italia: tutti d’accordo, il no è garantito

Da Fratelli d’Italia arriva infatti un coro sorprendentemente… corale. Tutti contrari, o quasi. E nessuno sembra avere intenzione di lasciare scoperto il fianco.

Il senatore Raffaele Speranzon, coordinatore veneto di FdI, spiega che il fine vita è una materia che non dovrebbe essere disciplinata diversamente da Regione a Regione. Gli emendamenti approvati, riconosce, hanno migliorato il testo, ma la posizione del partito resta quella iniziale: questa legge, secondo FdI, non doveva essere presentata né votata.

Sulla stessa linea il senatore Matteo Gelmetti, secondo cui una materia tanto delicata non può essere affrontata attraverso una sorta di mosaico normativo regionale, con regole diverse a seconda del luogo in cui ci si trova.

E così, mentre il Veneto prova a dare una disciplina a una materia che da anni divide politica, magistratura, medicina e opinione pubblica, il dibattito sembra riproporre uno schema già visto: da una parte chi considera necessario regolamentare una realtà che esiste e che pone questioni concrete alle persone e alle famiglie; dall’altra chi teme che proprio la regolamentazione possa spalancare una porta destinata a diventare sempre più difficile da richiudere.

Nel mezzo, come spesso accade, ci sono le persone in carne e ossa. Quelle fragili, quelle malate, quelle che soffrono e quelle che devono decidere. Un dettaglio, evidentemente, che rischia di perdersi facilmente nella guerra degli slogan.

Perché sul fine vita il problema non è soltanto chi dice sì e chi dice no. È capire se una società moderna sia in grado di affrontare la questione senza trasformarla in una sfida tribale, dove ogni apertura viene dipinta come l’anticamera dell’apocalisse e ogni cautela come il riflesso di un passato che non vuole saperne di andare in pensione.

Per ora, comunque, il fronte dei contrari ha parlato. E, bisogna riconoscerlo, con una certa puntualità: la legge è appena arrivata e i “no” erano già lì, pronti all’uso.

I Neanderthal, dunque, non hanno fatto aspettare troppo. Hanno semplicemente dato fiato alle tonsille.

Resta da capire se il futuro del fine vita italiano sarà davvero una deriva incontrollabile oppure se, più banalmente, il Paese riuscirà finalmente a discutere di una delle questioni più difficili del nostro tempo senza trasformare ogni nuovo passo in una guerra tra tifoserie.

Trump vuole intestarsi anche Hormuz: «Lo chiamiamo Stretto di Trump?»

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Donald Trump non rinuncia alla sua grammatica politica fatta di slogan, provocazioni e messaggi destinati a dominare la scena. Questa volta il terreno scelto è uno dei luoghi più strategici e delicati del pianeta: lo Stretto di Hormuz. Il presidente degli Stati Uniti ha lanciato sui social una domanda che, dietro l’ironia, fotografa il peso geopolitico assunto dal passaggio marittimo nel confronto con l’Iran: «Dovremmo cambiare il nome dello Stretto di Hormuz in “Stretto di Trump”?»

La battuta è arrivata su Truth Social, accompagnata da un ulteriore gioco di parole: secondo Trump, il nuovo nome sarebbe «più caldo che mai», richiamando sia la sua presidenza sia l’area geografica. Una provocazione, certo, ma inserita in un contesto nel quale Hormuz è diventato uno dei principali punti di pressione della crisi mediorientale.

Lo stretto, incastonato tra Iran e Oman e collegato al Golfo Persico con il Golfo di Oman, rappresenta infatti una delle arterie fondamentali del commercio energetico mondiale. Ogni minaccia alla sua sicurezza ha conseguenze che vanno ben oltre il confronto diretto tra Washington e Teheran: dai prezzi dell’energia ai trasporti marittimi, fino alla stabilità dei mercati internazionali.

Il fronte militare si allarga

La sortita di Trump arriva mentre il confronto tra Stati Uniti e Iran continua a salire di intensità. Washington ha annunciato di aver colpito obiettivi militari iraniani nell’area dello Stretto di Hormuz. Secondo quanto riferito dalle autorità americane, le operazioni hanno interessato infrastrutture e sistemi considerati strategici, tra cui difese aeree, radar, assetti navali e strutture legate alle comunicazioni.

Teheran ha risposto attraverso i Pasdaran, sostenendo di aver preso di mira installazioni militari statunitensi a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Missili e droni sono stati utilizzati contro obiettivi americani, riportando il confronto su un terreno regionale nel quale le basi e le infrastrutture militari degli Stati Uniti rappresentano da tempo uno dei principali bersagli della Repubblica islamica e delle forze ad essa alleate.

La dinamica è quella di un confronto che rischia di uscire rapidamente dai confini iraniani. Ogni attacco può infatti aprire un nuovo fronte e coinvolgere Paesi che, pur non essendo direttamente parti del conflitto, ospitano basi o infrastrutture militari statunitensi.

La partita economica

Alla dimensione militare si aggiunge quella economica. Nel corso della conferenza stampa conclusiva del G20 Finanze, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha sottolineato la possibilità di mantenere aperto il dialogo con Mosca e Pechino sulle misure statunitensi contro l’economia iraniana.

L’obiettivo dichiarato da Washington è esercitare una pressione crescente su Teheran attraverso le sanzioni e l’isolamento economico. Una strategia che, tuttavia, deve fare i conti con il rapporto sempre più stretto tra Iran, Russia e Cina e con gli interessi divergenti delle grandi potenze sulla gestione della crisi.

Proprio la Russia è finita al centro di nuove accuse. Secondo quanto riferito dal Financial Times, Mosca avrebbe fornito un aiuto riservato a Teheran nello sviluppo di missili da crociera supersonici avanzati, sistemi potenzialmente in grado di rappresentare una minaccia significativa per le portaerei americane e per altre unità navali schierate in Medio Oriente.

Se confermata, una simile collaborazione segnerebbe un ulteriore salto di qualità nella competizione militare e tecnologica tra il blocco occidentale e l’asse di cooperazione che comprende Russia, Iran e Cina.

La provocazione che racconta una strategia

In questo scenario, la proposta di Trump sul nome dello stretto può essere letta come una semplice battuta propagandistica. Ma il messaggio politico è più preciso: rivendicare pubblicamente il controllo di uno snodo strategico e trasformarlo in un simbolo della forza americana.

Hormuz non è un dettaglio sulla carta geografica. È un punto di passaggio essenziale per le rotte petrolifere e un crocevia nel quale interessi energetici, sicurezza militare e rivalità tra potenze si sovrappongono. Evocare il proprio nome significa dunque, per Trump, associare la propria leadership a un luogo decisivo della crisi.

Resta naturalmente solo una provocazione: i nomi geografici internazionali non possono essere modificati unilateralmente con un post sui social. Ma nell’epoca della comunicazione politica permanente, il valore di una frase non si misura soltanto dalla sua capacità di diventare realtà. Si misura anche dalla sua capacità di imporre un’immagine, dettare l’agenda e spostare per qualche ora il centro del dibattito.

E Trump, almeno su questo terreno, continua a giocare la sua partita come sempre: trasformando anche uno stretto internazionale in un palcoscenico personale.

Vigevano, 24enne trovato morto in casa: dieci giorni fa l’aggressione omofoba nel Naviglio

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Dieci giorni separano due episodi che ora finiscono inevitabilmente sotto la lente degli investigatori, ma sui quali, al momento, non esiste alcun nesso accertato. Un ragazzo di 24 anni, originario di El Salvador, è stato trovato morto nella sua abitazione di Vigevano, in provincia di Pavia. La sua morte arriva a pochi giorni da un’aggressione omofoba di cui era stato vittima il 21 agosto.

A dare l’allarme è stato un giovane che vive nello stesso stabile. Quando i soccorritori e gli agenti sono arrivati nell’appartamento, per il 24enne non c’era più nulla da fare. Sul posto sono intervenuti gli uomini della Polizia di Stato e gli specialisti della Scientifica, impegnati nei rilievi necessari a ricostruire le ultime ore di vita del ragazzo e a stabilire con certezza le cause del decesso.

La prima ipotesi presa in considerazione sarebbe quella di una morte per cause naturali. Un’ipotesi che, tuttavia, non chiude il quadro investigativo: gli accertamenti sono in corso e gli investigatori non escludono, al momento, altre possibilità.

A rendere la vicenda particolarmente delicata è quanto accaduto appena dieci giorni prima. Il 21 agosto il giovane era stato avvicinato da due uomini, di 28 e 33 anni, mentre si trovava nei pressi del Naviglio Sforzesco. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, i due lo avrebbero insultato facendo riferimento al suo orientamento sessuale e, successivamente, lo avrebbero spinto nel canale.

Il 24enne era riuscito a evitare conseguenze più gravi aggrappandosi alla riva e mettendosi in salvo. I carabinieri, intervenuti poco dopo, avevano individuato i due presunti aggressori nelle vicinanze. Per entrambi era scattata la denuncia per discriminazione, lesioni, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale.

Anche durante l’identificazione la situazione era degenerata: secondo quanto riferito dai militari, i due uomini avrebbero opposto resistenza arrivando a brandire una bottiglia di vetro contro gli operatori.

Dopo l’aggressione il giovane era stato soccorso dal personale del 118 e accompagnato in ospedale. Ma gli accertamenti sanitari non erano stati completati: il 24enne aveva infatti lasciato spontaneamente la struttura prima che i medici potessero concludere la valutazione e redigere il referto.

Ora la sua morte riapre necessariamente tutti gli interrogativi. Gli investigatori dovranno innanzitutto chiarire che cosa abbia provocato il decesso e se vi siano elementi capaci di collegarlo, oppure no, agli eventi dei giorni precedenti. Saranno gli accertamenti medico-legali e i rilievi effettuati nell’abitazione a fornire le prime risposte.

Per ora, dunque, resta una certezza: un giovane di 24 anni è morto nella propria casa. E un’aggressione subita pochi giorni prima rappresenta un elemento del quadro investigativo che dovrà essere valutato con attenzione, senza però anticipare conclusioni che gli accertamenti dovranno ancora verificare.

Rave di Aarau, arrestato il presunto autore della strage: «Ha sparato 40 colpi». La pista della follia omicida

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È un cittadino svizzero di 43 anni, residente nel Canton Giura, l’uomo che la polizia cantonale di Argovia considera, con un grado di certezza «che rasenta la certezza», l’autore della sparatoria esplosa nella notte tra sabato 29 e domenica 30 agosto durante un rave party ad Aarau, in Svizzera. Nell’attacco è morta l’italiana Maria Spinelli, mentre altre sei persone sono rimaste ferite, alcune in modo grave.

A chiudere il cerchio investigativo sono state le autorità svizzere, che hanno riferito dell’arresto del 43enne nelle prime ore di lunedì 31 agosto. L’uomo, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, avrebbe agito da solo. Nessun elemento raccolto finora suggerirebbe infatti la presenza di complici o di persone a conoscenza del suo piano.

«Con una probabilità che rasenta la certezza, possiamo dire che l’uomo che abbiamo arrestato è la persona che ha sparato contro i partecipanti al rave», ha dichiarato il comandante della polizia cantonale di Argovia, Michael Leupold, durante una conferenza stampa. E proprio sulla matrice dell’attacco il comandante ha tracciato un primo quadro: «Possiamo dire che questo attacco rientra nello scenario di un atto di follia omicida». Nessuna prova, ha aggiunto, è stata invece trovata a sostegno di una motivazione «ideologica o estremista».

Quaranta colpi contro la folla

La ricostruzione degli investigatori restituisce la drammaticità di quei momenti. Il 43enne sarebbe arrivato sul luogo della festa a bordo di un’automobile e avrebbe poi proseguito a piedi. A quel punto avrebbe imbracciato un fucile d’assalto, aprendo il fuoco contro le persone che stavano partecipando al rave.

Secondo le informazioni raccolte finora, sarebbero stati circa 40 i colpi esplosi.

«L’aggressore è arrivato in automobile e ha proseguito inizialmente a piedi. Successivamente avrebbe sparato 40 volte con un fucile d’assalto in direzione delle persone che partecipavano alla festa», ha spiegato il responsabile delle indagini, Matthias Schildknech.

Dopo la sparatoria, l’uomo sarebbe tornato verso il parcheggio. Qui avrebbe esploso un ulteriore colpo, questa volta con una pistola, contro un veicolo. Poi la fuga in direzione del Canton Giura, dove sarebbe stato successivamente arrestato.

Tre armi sequestrate nell’auto

Un elemento centrale dell’inchiesta riguarda l’arsenale trovato a bordo della vettura. Nel veicolo del 43enne gli investigatori hanno sequestrato tre armi da fuoco: una pistola e due fucili d’assalto AK-74. Secondo quanto riferito dalla polizia, tutte le armi risultavano regolarmente registrate a nome dell’uomo.

Il dettaglio contribuisce a delineare la dinamica dell’attacco e sarà ora oggetto di ulteriori verifiche nell’ambito dell’indagine. Gli inquirenti dovranno infatti stabilire con precisione l’origine delle armi, le modalità con cui sono state utilizzate e soprattutto ricostruire cosa abbia spinto il 43enne a dirigersi verso la festa e a fare fuoco sulla folla.

La resa spontanea e i disturbi psicologici

Il fermo è avvenuto nel Canton Giura dopo che l’uomo si è consegnato spontaneamente alla polizia cantonale. Un elemento che, insieme alle sue dichiarazioni, ha indirizzato ulteriormente gli investigatori sul fronte della sua condizione psicologica.

Secondo Christoph Ruedi, procuratore capo della Procura di Lenzburg-Aarau, l’uomo avrebbe riferito di «non stare bene dal punto di vista della salute da qualche tempo» e avrebbe fornito informazioni sulla propria «sofferenza psicologica».

Un quadro che dovrà essere naturalmente verificato attraverso gli accertamenti disposti dalla magistratura. Al momento, tuttavia, le autorità escludono che vi siano elementi concreti per ipotizzare una rete o un’organizzazione dietro la sparatoria.

«Non vi sono assolutamente elementi che indichino che l’accusato avesse complici o persone a conoscenza dei suoi piani», ha sottolineato Ruedi.

L’inchiesta prosegue

La procura mantiene ora sotto esame ogni aspetto della vicenda, dalla dinamica della sparatoria al movente, passando per la condizione psicologica dell’indagato e per la provenienza delle armi.

Il 43enne si trova in stato di arresto. Nei suoi confronti sono state formulate le ipotesi di reato di omicidio intenzionale, lesioni personali e violazione della legge sulle armi.

Resta intanto il bilancio più grave della notte di Aarau: una vittima, sei persone ferite e una festa trasformata in pochi istanti in una scena di terrore. Per gli investigatori, la priorità è ora ricostruire senza zone d’ombra quei minuti e comprendere che cosa abbia preceduto l’esplosione dei colpi. La pista finora privilegiata è quella di un gesto individuale maturato nel contesto di una profonda sofferenza psicologica, senza però una matrice politica, ideologica o estremista.

Fine vita, il Veneto rompe il tabù: sì alla legge sul suicidio medicalmente assistito

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Il Veneto compie un passo destinato a lasciare il segno nel dibattito italiano sul fine vita. Il Consiglio regionale ha approvato la legge di iniziativa popolare che disciplina procedure e tempi dell’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito, diventando la quarta Regione italiana, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, a intervenire con una normativa propria. È inoltre la prima amministrazione regionale guidata dal centrodestra a dare il via libera a un provvedimento su un tema tanto delicato quanto divisivo.

Il voto si è chiuso con 32 favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni, al termine di una discussione durata oltre dieci ore e caratterizzata da un confronto serrato tra le diverse posizioni presenti in aula.

Al di là dello scontro politico e delle contrapposizioni ideologiche, la legge nasce da una questione concreta: come deve comportarsi il servizio sanitario regionale quando un paziente possiede i requisiti previsti dalla giurisprudenza per accedere al suicidio medicalmente assistito e il comitato etico competente ha espresso un parere favorevole?

È questo, secondo il presidente del Consiglio regionale del Veneto Luca Zaia, il cuore della decisione assunta dall’aula.

Zaia: «Non abbiamo deciso se approvare o bocciare il fine vita»

«Con questa legge si approva sostanzialmente, nell’alveo della legittimità giuridica, una procedura che sia rispondente alla gestione, per quanto possibile, dell’eventuale paziente che ha l’ok da parte del comitato etico», ha spiegato Zaia dopo il voto.

Per il presidente veneto, dunque, il provvedimento non introduce semplicemente una nuova scelta politica sul fine vita, ma interviene per dare una cornice organizzativa a una possibilità che, sul piano giuridico, esiste già.

«È stato doveroso dare questa risposta a quei pochissimi pazienti che si presentano», ha aggiunto, ricordando i numeri registrati nella regione.

Dal 2019, infatti, le richieste presentate in Veneto sono state 31. Di queste, soltanto tre hanno ricevuto l’autorizzazione del comitato etico. Numeri contenuti, ma sufficienti, secondo Zaia, a rendere necessario un intervento capace di stabilire procedure chiare per il sistema sanitario.

Il nodo giuridico: il precedente del 2019

La questione, ha sottolineato Zaia, non nasce con il voto del Consiglio regionale. «Non stavamo decidendo di approvare o bocciare il fine vita», ha chiarito, anche alla luce delle polemiche esplose durante l’iter legislativo.

Il riferimento è al quadro giuridico delineato a partire dal 2019, quando la Corte costituzionale intervenne sul tema del suicidio medicalmente assistito. Da allora, in presenza di determinate condizioni, l’accesso alla procedura può essere valutato dal servizio sanitario.

Zaia ha richiamato in particolare i quattro requisiti fondamentali: una patologia con prognosi infausta, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, una condizione di sofferenza fisica o psicologica ritenuta intollerabile e la capacità della persona di assumere decisioni libere e consapevoli.

Il passaggio politico compiuto dal Veneto consiste quindi nel tentativo di trasformare questo quadro di riferimento in una procedura regionale definita, indicando tempi e modalità attraverso cui il sistema sanitario deve gestire le richieste.

Un voto che segna una frattura anche nel centrodestra

L’approvazione assume un significato politico ulteriore perché arriva da una Regione storicamente governata dal centrodestra. Il tema del fine vita, infatti, continua a dividere non soltanto maggioranza e opposizione, ma anche gli stessi schieramenti.

Il voto veneto mostra così quanto la questione abbia ormai superato i tradizionali confini ideologici. Da una parte c’è chi considera prioritario garantire al paziente un percorso regolato e rispettoso della propria autodeterminazione; dall’altra chi teme che la disciplina del suicidio medicalmente assistito possa indebolire la tutela della vita e aprire la strada a un’estensione progressiva delle possibilità di accesso.

Il Consiglio regionale ha dato voce a entrambe le impostazioni, in un confronto che, secondo Zaia, si è svolto in un clima di rispetto reciproco.

«Sono state esposte chiaramente le ragioni del sì e del no», ha osservato il presidente, sottolineando la durata della discussione e la partecipazione dei consiglieri.

Dalla battaglia ideologica alla gestione dei casi concreti

Il dato più significativo resta forse quello dei numeri: 31 richieste in sette anni e appena tre autorizzazioni. Una dimensione che, da un lato, ridimensiona l’idea di un ricorso generalizzato alla procedura; dall’altro rende evidente l’esistenza di casi concreti davanti ai quali le strutture sanitarie devono sapere come agire.

È proprio su questo terreno che la nuova legge veneta prova a intervenire: non tanto per risolvere il confronto etico sul fine vita, che resta aperto e attraversa la società italiana, quanto per stabilire che cosa accade quando una persona ha già superato il vaglio previsto dall’ordinamento e chiede al sistema sanitario di accompagnarla nel percorso previsto dalla legge.

Il Veneto entra così in un terreno che resta tra i più sensibili della politica e della sanità italiana. Il voto del Consiglio regionale non chiude la discussione sul fine vita: al contrario, la porta dentro una nuova fase, nella quale il tema non riguarda più soltanto i principi, ma anche procedure, responsabilità, tempi e organizzazione dell’assistenza sanitaria.