Ci sono vicende che non finiscono con una sentenza. Restano nelle case, nelle relazioni, nei silenzi. Continuano a vivere nei pensieri di chi le ha attraversate, anche quando il calendario sembra averle consegnate al passato. Per la famiglia di Alberto Stasi, il delitto di Garlasco è una ferita che, a quasi vent’anni dai fatti, non si è mai rimarginata.
A raccontarlo è Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, in una lunga e accorata lettera inviata in esclusiva a “Verità Nascoste”, il programma condotto da Milo Infante e trasmesso in prima serata su Retequattro. Una testimonianza personale nella quale la donna ripercorre gli anni più difficili della sua vita, segnati dall’inchiesta e dal processo per l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007.
Il punto di partenza della sua lettera è il tempo. Un tempo che, secondo Ligabò, non è riuscito a cancellare nulla: «Ci sono cose che il tempo non riesce a portare via». Gli anni sono trascorsi, la vita quotidiana ha continuato a scorrere, ma quella vicenda è rimasta una presenza costante. «Entrano nei tuoi pensieri e ti accompagnano ogni giorno», scrive, spiegando come per la sua famiglia sia stato impossibile tornare davvero alla normalità.
Lavoro, casa, impegni quotidiani: tutto è andato avanti, almeno in apparenza. Ma dietro quella normalità è rimasto il peso di una storia che ha cambiato per sempre la loro esistenza. «È una cosa che non ti abbandona mai del tutto», racconta.
Poi c’è la solitudine. Forse uno degli aspetti più dolorosi della sua testimonianza. «Per anni mi sono sentita molto sola», confessa Ligabò. Una solitudine alimentata anche dalla difficoltà di sentirsi compresa e dal peso inevitabile degli sguardi altrui.
Perché quando un nome entra in un’inchiesta per omicidio, osserva la madre di Stasi, anche i rapporti con il mondo esterno possono cambiare. Arrivano i giudizi, le parole pronunciate e quelle trattenute, le domande alle quali spesso sembra impossibile rispondere. «Impari a convivere con gli sguardi, con i giudizi, con le parole dette e con quelle non dette», scrive.
E c’è un silenzio che, a volte, diventa persino più difficile da sopportare delle parole. «Perché poi alla fine se tuo figlio viene processato per omicidio un motivo ci sarà e anche spiegare che non è così sembra inutile».
È in questo passaggio che Ligabò affronta direttamente la questione che ha attraversato tutti questi anni: la sua convinzione sull’innocenza del figlio.
«Io ho sempre saputo che Alberto era innocente», afferma senza esitazioni. E aggiunge una frase che racchiude il senso della sua posizione: «Se avessi avuto un solo dubbio, sarei stata la prima a portarlo ad assumersi le sue responsabilità».
Una certezza che, racconta, non sarebbe mai stata compresa fino in fondo dall’opinione pubblica. «Ma alla gente questo non è mai importato», sostiene la donna, spiegando così anche la scelta di proteggersi attraverso il silenzio: «È per questo che ho sempre pensato che fosse meglio il silenzio».
Nella sua lettera, però, la vicenda giudiziaria si intreccia con un’altra tragedia, questa volta privata e familiare. La morte del marito rappresenta per Ligabò un ulteriore punto di rottura. «Ho perso mio marito, il mio punto di riferimento», ricorda. E subito dopo arriva un altro colpo: Alberto entra in carcere.
È il momento in cui, nelle sue parole, il dolore diventa quasi fisicamente insostenibile: «È come vedere la tua vita andare in frantumi. La mia famiglia non c’era più».
Nonostante tutto, il rapporto con il figlio resta il centro della sua testimonianza. Ligabò parla dell’amore per Alberto, dell’orgoglio per l’uomo che è diventato e della speranza che possa avere davanti a sé un futuro diverso. Non c’è soltanto la madre che difende il figlio: c’è una donna che racconta gli anni trascorsi aspettando che una vicenda giudiziaria trovi, per lei, una verità capace di restituire almeno una parte della serenità perduta.
Nel ricordare il dramma di quegli anni, Ligabò non dimentica però neppure Chiara Poggi. È un passaggio particolarmente delicato della lettera, nel quale la donna riconosce che il tempo non può cancellare una tragedia né le persone che ne sono state protagoniste.
«Quello che è accaduto resta una tragedia», scrive, e il pensiero, sottolinea, «non può che andare anche a questo».
Alla fine rimane un desiderio semplice, quasi disarmante nella sua normalità: la pace. Dopo anni di processi, dolore, attese e solitudine, Ligabò dice di voler soltanto tornare a vivere con «un po’ di pace nel cuore».
«Dopo tanti anni di sofferenza, di attese e di solitudine, credo che sia il desiderio più semplice e più umano che una persona possa avere».
È da qui che si chiude la sua lettera: non con una nuova ricostruzione dei fatti, né con una polemica, ma con il racconto intimo di una madre che dice di aver attraversato quasi vent’anni di dolore senza mai smettere di credere nell’innocenza del figlio. E con una convinzione affidata alle ultime righe: «La verità trova sempre la sua strada, anche quando sembra impossibile».
