Il governo prepara una nuova stretta sulla scuola, ma il primo ostacolo potrebbe essere proprio quello meno politico e più concreto: capire come applicarla.
Giorgia Meloni ha annunciato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un provvedimento destinato a introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe. Nello stesso pacchetto, secondo quanto annunciato dalla presidente del Consiglio, dovrebbe entrare l’obbligo per i genitori di studenti stranieri con gravi difficoltà di inserimento scolastico di imparare l’italiano e il divieto a scuola di burqa e niqab.
Il tema che sta suscitando le maggiori perplessità, però, è quello del tetto agli alunni stranieri. Non perché il problema della composizione delle classi non esista, ma perché la realtà delle scuole italiane è molto meno ordinata di quanto suggerisca una percentuale fissata sulla carta.
Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, non boccia in linea di principio l’obiettivo. Anzi, riconosce che sul piano didattico la questione può essere fondata. Il problema, spiega, è trasformare quell’obiettivo in una procedura concretamente applicabile.
Il punto è la scuola del quartiere. Soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella primaria, le famiglie vengono indirizzate verso l’istituto più vicino alla propria abitazione. Se in quel quartiere la presenza di famiglie straniere è particolarmente elevata, il semplice conteggio delle cittadinanze rischia di produrre un paradosso: per rispettare il tetto bisognerebbe impedire a bambini residenti in quella zona di frequentare la scuola che territorialmente spetterebbe loro.
«Se in quella zona è maggioritaria la presenza di stranieri, che facciamo? Li mandiamo via?», è la domanda posta da Giannelli.
Non è un’obiezione marginale. È il cuore del problema.
Il precedente del 30 per cento
L’Italia ha già affrontato la questione. La circolare ministeriale numero 2 dell’8 gennaio 2010, durante il governo Berlusconi e con Mariastella Gelmini ministra dell’Istruzione, introdusse l’indicazione di non superare, di norma, il 30 per cento di alunni con cittadinanza non italiana per classe, con particolare riferimento agli studenti con ridotte conoscenze della lingua italiana. Il provvedimento prevedeva inoltre deroghe e possibilità di innalzare o ridurre la soglia in determinate circostanze.
La storia di quella norma è istruttiva perché dimostra quanto sia complesso governare attraverso una percentuale un fenomeno che ha caratteristiche fortemente territoriali.
La stessa documentazione ministeriale chiariva infatti che il limite non poteva tradursi automaticamente nel rifiuto dell’iscrizione di un minore. Le scuole non potevano respingere un bambino semplicemente perché era stata superata una determinata percentuale di alunni con cittadinanza non italiana.
Ed è esattamente qui che oggi torna il problema sollevato dai presidi. Una cosa è stabilire che le classi debbano essere il più possibile equilibrate. Altra cosa è stabilire cosa debba accadere quando quell’equilibrio non esiste già nel territorio.
Il problema non nasce dentro le aule
Giannelli sposta infatti la discussione fuori dai cancelli degli istituti. La distribuzione degli alunni nelle classi, sostiene, è legata anche alla distribuzione delle famiglie nelle città.
Prato è l’esempio citato dal presidente dell’Anp: in alcune zone della città la presenza di famiglie di origine cinese è particolarmente elevata. In questi casi il problema non può essere risolto semplicemente spostando gli studenti da una scuola all’altra.
È una questione urbanistica prima ancora che scolastica. Dove abitano le famiglie, dove vengono costruite le abitazioni, quali quartieri concentrano maggiore disagio economico e sociale, quali scuole dispongono di più risorse e quali invece ne hanno meno sono elementi che finiscono inevitabilmente dentro la stessa equazione.
Un tetto numerico può dunque intervenire sull’effetto, ma non necessariamente sulla causa.
L’italiano per i genitori
Più articolata è anche la proposta relativa ai genitori degli studenti stranieri con difficoltà di inserimento. L’idea annunciata dalla premier è quella di rendere obbligatorio l’apprendimento dell’italiano in determinati casi.
Giannelli osserva che la scuola può organizzarsi, ma servono tempo e risorse. E soprattutto occorre distinguere le funzioni: la scuola ha come destinatari principali gli studenti, mentre per gli adulti esistono i centri provinciali per l’istruzione degli adulti e altri strumenti formativi.
Anche in questo caso, dunque, l’annuncio politico dovrà essere tradotto in una macchina amministrativa capace di funzionare davvero. Chi organizza i corsi? Con quali insegnanti? In quali orari? Chi verifica la frequenza? E cosa accade alle famiglie che non partecipano?
Sono domande tecniche, ma è spesso sulle domande tecniche che le grandi dichiarazioni politiche incontrano la realtà.
Il divieto di burqa e niqab
Sul fronte dei simboli religiosi, Meloni ha annunciato il divieto di burqa e niqab nelle scuole. La questione è distinta da quella del tetto agli studenti stranieri e riguarda direttamente il tema della riconoscibilità della persona e dei limiti alla manifestazione di simboli religiosi nello spazio scolastico.
Giannelli ha espresso una posizione favorevole al principio secondo cui in classe la persona debba essere riconoscibile, richiamando il caso francese.
Anche qui, tuttavia, la formulazione concreta della norma sarà decisiva. Il governo dovrà definire ambito, destinatari, eventuali eccezioni e modalità di applicazione. Il passaggio dall’annuncio alla norma, soprattutto quando entrano in gioco libertà individuali e diritti costituzionali, non è un dettaglio.
Tra consenso politico e problemi reali
Il tempismo degli annunci è inevitabilmente destinato ad alimentare il dibattito politico. Le misure arrivano mentre il centrodestra insiste sui temi dell’integrazione, dell’identità nazionale e della sicurezza culturale, e mentre a destra si registra una competizione crescente su questi stessi argomenti. ANSA ha collegato gli annunci della premier anche al confronto politico con le altre forze della destra, mentre Roberto Vannacci ha espresso il proprio consenso alle misure, sostenendo che sarebbero dovute arrivare prima.
È legittimo interrogarsi sulla dimensione politica di annunci che toccano nervi scoperti dell’opinione pubblica. Ma ridurre tutto alla ricerca del consenso sarebbe altrettanto semplicistico quanto considerare automaticamente risolutiva qualsiasi misura presentata come strumento di integrazione.
Il vero banco di prova sarà un altro: capire se le nuove regole riusciranno a migliorare concretamente l’inserimento linguistico e scolastico senza trasformare la cittadinanza in un criterio di selezione per l’accesso alla scuola del territorio.
Perché il problema esiste, e negarlo non aiuta a risolverlo. Ma esiste anche il rischio opposto: trasformare un problema complesso in uno slogan semplice, individuando nell’origine degli studenti la variabile su cui scaricare difficoltà che dipendono anche dalla povertà educativa, dalla segregazione abitativa, dalle disuguaglianze territoriali e dalle risorse disponibili.
La politica può indicare una direzione. Saranno però presidi, insegnanti, Comuni e famiglie a doverla trasformare in pratica quotidiana. Ed è proprio lì, molto lontano dai palchi e dagli slogan, che si misurerà la consistenza della riforma.
