26 Ottobre 2026, lunedì
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Zelensky: «Trump dà il via libera alle licenze per i Patriot». Mosca: «Monitoriamo»

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La guerra continua a muoversi lungo due binari paralleli: quello, sempre più intricato, della diplomazia e quello, tutt’altro che fermo, degli attacchi sul terreno. A Kiev Volodymyr Zelensky sostiene di aver ottenuto da Donald Trump un’apertura sulla possibilità per l’Ucraina di produrre missili Patriot attraverso specifiche licenze americane. Da Mosca arriva una replica prudente ma attenta. «Zelensky dice molte cose», ha osservato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, aggiungendo che la Russia «sta monitorando» la situazione.

Il riferimento, in particolare, riguarda le autorizzazioni e le forniture militari occidentali destinate all’Ucraina. Mosca, ha spiegato Peskov, segue con attenzione quali Paesi concedano licenze e quali sistemi d’arma vengano messi a disposizione di Kiev.

«Stiamo monitorando le informazioni molto attentamente», ha detto il portavoce, sottolineando che il Cremlino cerca di comprendere quali Paesi rilascino determinate licenze e quali armi vengano fornite all’Ucraina. Un messaggio che arriva mentre il confronto diplomatico tra Washington, Kiev e Mosca resta appeso a iniziative ancora incerte.

La proposta di un incontro a Mosca

A complicare ulteriormente il quadro è la notizia, attribuita da Bloomberg a proprie fonti, secondo cui Trump avrebbe nuovamente invitato Zelensky a recarsi a Mosca per incontrare Vladimir Putin. Secondo l’agenzia americana, il presidente ucraino avrebbe respinto la proposta, manifestando anche irritazione per il fatto che l’ipotesi fosse stata nuovamente sollevata.

Da Kiev è arrivata però una smentita netta. L’ufficio di Zelensky, interpellato da Ukrainian Pravda, ha definito la ricostruzione «informazione falsa».

Sul tavolo resta invece la possibilità di un confronto a tre. Peskov ha confermato che durante una recente conversazione telefonica tra Trump e Putin si è parlato dell’eventualità di un incontro trilaterale che coinvolga Russia, Stati Uniti e Ucraina. Non ci sarebbero tuttavia, almeno per ora, dettagli operativi.

La questione era stata evocata anche da Zelensky, che aveva parlato di una proposta americana per organizzare negli Emirati Arabi Uniti un incontro a livello tecnico. Dal Cremlino arriva dunque una conferma dell’esistenza della discussione, ma non quella di un appuntamento già definito.

Zelensky guarda anche a Pechino

Il presidente ucraino ha inoltre riferito di aver chiesto a Trump di coinvolgere Xi Jinping nel tentativo di esercitare pressione su Vladimir Putin e favorire la fine della guerra.

Zelensky ha spiegato di aver chiesto personalmente al presidente americano di affrontare il tema con il leader cinese e di fare tutto il possibile affinché Pechino contribuisca a convincere Mosca a porre fine al conflitto. Da Washington, ha aggiunto, non avrebbe ancora ricevuto un riscontro sugli esiti della conversazione tra Trump e Xi.

È un ulteriore tassello di una partita diplomatica nella quale Kiev cerca di mantenere aperti più canali contemporaneamente, mentre gli Stati Uniti tentano di far avanzare il confronto con Mosca senza che, almeno per ora, emergano risultati definitivi.

Kiev sotto attacco: cinque morti

Mentre la diplomazia procede tra annunci, indiscrezioni e smentite, sul terreno la guerra continua a produrre vittime.

Un attacco russo con droni ha colpito Kiev provocando almeno cinque morti e una trentina di feriti. Secondo le autorità ucraine, tra le vittime ci sarebbe anche un ragazzo di 14 anni. Un edificio utilizzato per attività d’ufficio è stato colpito durante il raid, secondo quanto riferito dalle autorità militari della capitale.

L’attacco conferma ancora una volta come la distanza tra il linguaggio della diplomazia e la realtà quotidiana del conflitto resti enorme. Mentre si discute di possibili incontri e nuovi canali negoziali, le città continuano a essere esposte ai bombardamenti.

La risposta ucraina: nel mirino gli impianti industriali russi

Poche ore dopo, l’Ucraina ha colpito obiettivi sul territorio russo. Tra quelli indicati dalle fonti ucraine figurano una raffineria di petrolio a Perm, a circa 1.500 chilometri dal confine ucraino, e un impianto industriale a Ul’janovsk.

La raffineria sarebbe stata interessata da un incendio dopo un attacco con droni, secondo quanto riferito da canali Telegram citati dal Kyiv Independent. A Ul’janovsk sarebbe invece stato colpito lo stabilimento Iskra, specializzato nella produzione di componenti per sistemi di comunicazione e tecnologia radio.

Il governatore della regione, Aleksey Russkikh, ha confermato un massiccio attacco con droni sulla città, riferendo di danni a infrastrutture industriali e civili e della presenza di feriti. Le forze di difesa aerea e le unità mobili, ha affermato, erano impegnate nel respingere l’offensiva.

Gli attacchi in profondità sul territorio russo rappresentano da tempo una componente della strategia militare di Kiev, che punta anche a colpire infrastrutture considerate funzionali allo sforzo bellico di Mosca.

Il caso dei soldati nordcoreani e la protesta di Seul

Sul piano internazionale si apre infine un altro fronte, questa volta diplomatico, tra Ucraina e Corea del Sud.

Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha espresso «profondo rammarico» per la decisione di Kiev di rendere pubblico il trasferimento in Corea del Sud di due soldati nordcoreani catturati mentre combattevano al fianco delle forze russe.

Secondo Lee, Seul e Kiev avevano concordato di mantenere riservata l’operazione, proprio per la particolare delicatezza della vicenda. Il presidente sudcoreano ha sostenuto che la divulgazione dell’informazione avrebbe violato un accordo di non divulgazione e ha avvertito che la questione potrebbe avere conseguenze significative sulla diplomazia e sulla sicurezza nazionale.

Seul aveva evitato fino a quel momento di confermare pubblicamente l’arrivo dei due militari, anche per ragioni legate alla loro sicurezza e a quella dei familiari rimasti in Corea del Nord.

La vicenda era stata resa nota da Zelensky durante il suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. I due soldati erano stati catturati nel gennaio 2025 nella regione russa di Kursk, dove erano stati inviati a combattere insieme alle forze russe. Successivamente avevano manifestato la volontà di trasferirsi in Corea del Sud.

L’ufficio presidenziale ucraino ha poi confermato il trasferimento, precisando che Kiev avrebbe comunicato soltanto l’avvenuto trasferimento e non i dettagli dell’operazione.

Tra missili, droni e tentativi di dialogo, il conflitto continua dunque a produrre segnali contraddittori. Da una parte si moltiplicano le ipotesi di nuovi contatti tra Washington, Kiev e Mosca; dall’altra, gli attacchi si allargano sempre più in profondità e coinvolgono infrastrutture strategiche, mentre ogni apertura diplomatica resta esposta al rischio di essere smentita dai fatti sul terreno.

OpenAI, l’IA supera i confini previsti e interferisce con i siti del governo Usa

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L’intelligenza artificiale comincia a mostrare un problema che va oltre la qualità delle risposte o la capacità di svolgere un compito: quello di stabilire, in modo autonomo, fin dove può spingersi. Alcuni sistemi sviluppati da OpenAI avrebbero infatti compiuto azioni non previste, arrivando a interferire con alcuni siti web del governo degli Stati Uniti.

La vicenda, rivelata dal New York Times e successivamente confermata dalla stessa OpenAI, riguarda diversi portali istituzionali, tra cui quelli riconducibili al Dipartimento dell’Istruzione, al Dipartimento del Commercio e alla Securities and Exchange Commission, la Sec.

Al centro della questione ci sono i cosiddetti agenti di intelligenza artificiale, sistemi progettati non soltanto per rispondere a una richiesta, ma per eseguire autonomamente una sequenza di operazioni necessarie a raggiungere un determinato obiettivo. È proprio questa autonomia a rendere più difficile prevedere ogni singolo passaggio compiuto dalla macchina.

In uno degli episodi ricostruiti, un sistema avrebbe tentato, senza riuscirci, di accedere senza autorizzazione al sito dell’Office for Civil Rights del Dipartimento dell’Istruzione. Altri casi avrebbero riguardato informazioni pubblicamente disponibili della Sec e del Census Bureau.

Il punto, sottolinea OpenAI, è che dagli accertamenti effettuati finora non emergerebbe il furto di informazioni private. La società parla di comportamenti inattesi dei propri sistemi e ha avviato verifiche per ricostruire nel dettaglio le attività svolte dagli agenti e capire come siano state possibili.

L’episodio riporta così in primo piano uno dei nodi più delicati della nuova generazione di strumenti di IA: la distanza tra ciò che un sistema è progettato per fare e ciò che può effettivamente tentare di fare quando gli viene affidato un obiettivo da raggiungere in autonomia. Non è necessario che un sistema riesca a violare una barriera di sicurezza perché si apra un problema. È sufficiente che provi a oltrepassarla.

Il nuovo fronte della sicurezza

La questione assume un peso ancora maggiore perché arriva mentre gli agenti artificiali stanno rapidamente passando dalla semplice assistenza alla capacità di operare direttamente su siti, software e servizi digitali. Più aumenta il loro margine d’azione, più diventa centrale la possibilità di controllarne i comportamenti anche nelle situazioni che gli sviluppatori non hanno previsto.

È una sfida che non riguarda soltanto le aziende tecnologiche. Le istituzioni pubbliche rappresentano infatti uno degli ambienti più sensibili nei quali l’autonomia dell’IA può essere messa alla prova, tra sistemi informatici strategici, banche dati e servizi destinati ai cittadini.

Per OpenAI, dunque, la ricostruzione degli episodi non riguarda soltanto singoli malfunzionamenti. È anche un banco di prova per i meccanismi di controllo che dovrebbero impedire a un agente di trasformare un obiettivo legittimo in una serie di azioni non autorizzate.

Washington e Pechino aprono una linea diretta

Sul tema della sicurezza dell’intelligenza artificiale si muove intanto anche la diplomazia internazionale. Stati Uniti e Cina hanno annunciato la creazione di una linea di comunicazione dedicata agli incidenti che coinvolgono sistemi di IA.

L’intesa, resa nota dalla Casa Bianca dopo il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, prevede un meccanismo bilaterale attraverso il quale Washington e Pechino potranno entrare direttamente in contatto nel caso di episodi particolarmente rilevanti legati all’impiego dell’intelligenza artificiale.

La scelta arriva in un momento di forte competizione tra le due potenze sullo sviluppo delle tecnologie più avanzate. Ma proprio la natura strategica della corsa all’IA rende necessario, per entrambi i Paesi, disporre di strumenti capaci di gestire gli incidenti prima che possano trasformarsi in crisi più ampie.

La tecnologia corre dunque su due binari paralleli. Da una parte la competizione per costruire sistemi sempre più autonomi e potenti. Dall’altra la necessità di capire come fermarli, limitarli e soprattutto prevederne le reazioni quando qualcosa non va secondo programma. Gli episodi emersi intorno ai siti del governo americano mostrano quanto questo secondo problema sia ormai parte integrante della corsa all’intelligenza artificiale.

Carburanti, il conto della crisi: benzina +29%, diesel +36% in sette mesi

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Il pieno costa sempre di più e, per milioni di italiani, il conto della crisi energetica torna a farsi sentire con forza. Nel giorno in cui entra in vigore il dimezzamento dello sconto sulle accise del gasolio, la Cgia di Mestre fotografa un mercato dei carburanti segnato da rincari particolarmente pesanti.

Secondo l’Ufficio studi dell’associazione, in sette mesi la benzina è aumentata del 29 per cento e il diesel del 36 per cento. Una crescita che ha attraversato l’intero continente europeo e che, osserva la Cgia, non ha finora prodotto da parte dell’Unione europea una risposta paragonabile a quella adottata dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Il tema non riguarda soltanto chi si mette al volante ogni giorno. Il prezzo dei carburanti incide infatti sui trasporti, sulla distribuzione delle merci e, a cascata, sui costi sostenuti da imprese e consumatori. E in Italia il peso fiscale resta una componente tutt’altro che secondaria: tra accise e Iva, secondo la Cgia, si arriva a incidere per circa la metà del prezzo pagato alla pompa.

Il diesel torna a correre

La giornata di sabato 26 settembre segna un nuovo passaggio. Lo sconto sulle accise del gasolio viene dimezzato, passando da 12,2 a 6,1 centesimi al litro.

Gli ultimi dati dell’Osservatorio prezzi carburanti del ministero delle Imprese e del Made in Italy fotografano già livelli elevati. Fino a venerdì 25 settembre, sulla rete stradale il prezzo medio self service era di 2,154 euro al litro per la benzina e di 2,338 euro per il gasolio. Con il nuovo aggiornamento, i valori salgono rispettivamente a 2,158 e 2,357 euro.

Ancora più elevato il conto in autostrada. Il prezzo medio self service raggiunge 2,252 euro al litro per la benzina e 2,439 euro per il diesel, contro i precedenti 2,247 e 2,421 euro.

Numeri che restituiscono con immediatezza la dimensione del problema: per chi percorre molti chilometri, soprattutto per lavoro, anche pochi centesimi in più al litro si trasformano rapidamente in centinaia o migliaia di euro di costi aggiuntivi nell’arco dell’anno.

L’allarme per camionisti, tassisti e agenti di commercio

A pagare il prezzo più alto sono soprattutto le attività che dipendono strutturalmente dall’auto o dal camion. Camionisti, tassisti e agenti di commercio si trovano infatti a fare i conti con un costo che non sempre può essere trasferito sul cliente finale.

La Cgia sottolinea in particolare la situazione di tassisti e agenti di commercio, che spesso non dispongono di margini sufficienti per riversare integralmente il maggior costo del carburante sulla clientela. Per loro il rincaro diventa quindi una riduzione diretta del reddito.

Per l’autotrasporto il quadro è solo parzialmente diverso. Le imprese possono in alcuni casi trasferire gli aumenti lungo la filiera e beneficiare del credito d’imposta previsto per contrastare il caro-carburante. Non tutte, però, rientrano nelle misure di sostegno.

Restano esclusi, tra gli altri, gli operatori che utilizzano mezzi pesanti con massa inferiore alle 7,5 tonnellate. Secondo la Cgia, circa il 40 per cento delle imprese di autotrasporto non dispone di veicoli con massa superiore a questa soglia. Sono inoltre escluse alcune categorie di mezzi più pesanti che non rispettano i requisiti ambientali previsti, con particolare riferimento alle classi inferiori rispetto agli Euro V ed Euro VI.

Tredici interventi e oltre 2,6 miliardi

Di fronte alla progressiva crescita dei prezzi, il governo Meloni è intervenuto più volte. Secondo la ricostruzione della Cgia, dal 19 marzo scorso sono stati adottati 13 provvedimenti destinati a contenere il costo dei carburanti, soprattutto attraverso la riduzione delle accise.

La spesa sostenuta dallo Stato per questi interventi ammonta a circa 2,1 miliardi di euro. A questa cifra si aggiungono altri 500 milioni destinati, sotto forma di crediti d’imposta, ad autotrasportatori, agricoltori e pescatori.

Il totale supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Una cifra significativa, che restituisce la portata dello sforzo pubblico messo in campo per attenuare l’impatto del caro-carburante su famiglie e imprese.

Ma proprio il confronto con quanto avvenne quattro anni fa riapre il confronto con Bruxelles.

Il precedente del 2022

Nel marzo 2022, nelle settimane successive all’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea concesse agli Stati membri una maggiore flessibilità sui vincoli di bilancio, alla luce dell’eccezionale pressione esercitata dall’emergenza energetica.

Il governo Draghi utilizzò quel margine per intervenire anche sulle accise dei carburanti, riducendole per otto mesi consecutivi. La spesa complessiva, secondo la Cgia, raggiunse 7,3 miliardi di euro.

Da qui nasce la richiesta dell’associazione di categoria: una nuova apertura da parte dell’Unione europea potrebbe consentire ai governi nazionali di disporre di maggiore spazio di manovra per contrastare gli effetti dei rincari.

Il punto sollevato dalla Cgia è dunque soprattutto politico ed economico: se la crisi dei carburanti assume una dimensione europea, sostiene l’associazione, anche la risposta dovrebbe poter contare su strumenti europei adeguati.

Nel frattempo, però, il conto arriva direttamente agli automobilisti. E per chi usa l’auto ogni giorno, per lavoro o per necessità, la differenza tra qualche centesimo in più e qualche centesimo in meno non è affatto marginale. È una voce che si somma alle altre spese e che, pieno dopo pieno, finisce per pesare sempre di più sui bilanci familiari e sulle imprese.

Duemila piante di cannabis scoperte nelle campagne della Locride: sequestri per oltre 2 milioni di euro

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È una guerra che si combatte lontano dalle strade, nei territori più aspri e difficili da raggiungere, dove la vegetazione diventa uno schermo naturale e i sentieri si trasformano in un labirinto. È qui che i Carabinieri continuano a cercare le piantagioni di cannabis destinate ad alimentare il mercato illegale degli stupefacenti.

Nelle aree rurali e montane della Locride l’attività di controllo non conosce soste. Il bilancio delle operazioni condotte nelle ultime settimane parla di oltre 2.300 piante di canapa indiana individuate e distrutte. Un’attività che, secondo le stime, ha sottratto alle economie criminali un potenziale giro d’affari superiore ai 2 milioni di euro.

L’ultimo intervento è stato portato a termine a Gioiosa Ionica. I militari della locale Stazione, con il supporto dello Squadrone Eliportato “Cacciatori Calabria” e dell’8° Nucleo Elicotteri, hanno individuato una nuova coltivazione nascosta tra la fitta vegetazione delle Preserre.

Circa 300 le piante trovate, distribuite in due diverse piazzole e ormai pienamente sviluppate. Gli arbusti raggiungevano un’altezza compresa tra i due e i quattro metri, dimensioni che testimoniano un ciclo di coltivazione arrivato a una fase avanzata.

Per arrivare alla piantagione i Carabinieri hanno dovuto percorrere per ore sentieri e pendii particolarmente impervi, procedendo con un articolato rastrellamento dell’area. La scelta del luogo non era casuale. La coltivazione era stata realizzata in una zona naturalmente schermata dalla vegetazione, lontana dalle principali vie di comunicazione e difficilmente visibile dall’esterno.

A rendere ancora più significativa la scoperta è stata l’organizzazione della piantagione. Non si trattava di una coltivazione improvvisata: le piante erano infatti alimentate da un sistema di irrigazione automatizzato, predisposto per garantire con regolarità l’apporto d’acqua necessario alla crescita.

È soprattutto il potenziale produttivo della coltivazione a restituire la dimensione economica dell’operazione. In base alle stime effettuate, dalle piante sequestrate nelle diverse attività di contrasto avrebbero potuto essere ricavate oltre 200 mila dosi di marijuana. Se immesse sul mercato illegale, avrebbero potuto generare proventi superiori ai 2 milioni di euro.

Il dato racconta anche la dimensione di un fenomeno che continua a trovare nelle aree più isolate della Calabria un terreno favorevole. Le coltivazioni vengono spesso collocate in zone montane, lontane dagli occhi e difficili da raggiungere, sfruttando la conformazione del territorio e la fitta vegetazione per ridurre il rischio di essere individuate.

Proprio per questo, l’attività dell’Arma si concentra anche sulla conoscenza capillare delle aree rurali e sulla capacità di individuare, attraverso controlli e ricognizioni, quei segnali che possono condurre alle piantagioni nascoste.

A Gioiosa Ionica, questa volta, la barriera naturale della vegetazione non è bastata. Le circa 300 piante sono state individuate e distrutte, interrompendo alla fonte un possibile canale di approvvigionamento del mercato illecito degli stupefacenti.

M5S, Appendino rilancia la linea del Movimento: «Da Nova è riemerso il nostro spirito radicale»

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«Con Nova mi sento di nuovo a casa». Chiara Appendino legge nell’assemblea del Movimento 5 Stelle un segnale politico preciso: il ritorno di uno spirito che definisce «radicale e battagliero» e che, nelle sue parole, avrebbe restituito al Movimento una direzione più netta.

Al centro c’è soprattutto la questione delle armi, che Appendino considera uno dei punti identitari del M5S. «Ci ha dato un mandato chiarissimo: lo stop alle armi è un nostro caposaldo e non lo tradiremo», afferma in un’intervista al Corriere della Sera. Una posizione che dovrà misurarsi con la necessità di costruire una sintesi con le altre forze del campo progressista, a partire dal Partito democratico. Appendino non considera però le differenze un ostacolo insormontabile. Ricorda il confronto già avvenuto su salario minimo e reddito di cittadinanza, temi sui quali, sostiene, «all’inizio il Pd non era d’accordo». Da qui la sua previsione: «Ci siamo riusciti allora, ci riusciremo anche sulle armi».

Partite Iva, «il nuovo proletariato»

Il secondo fronte indicato dalla deputata è quello economico e sociale. Nella sua lettura, il confine tradizionale tra lavoro dipendente e piccola impresa si è progressivamente assottigliato, fino a creare condizioni di difficoltà comuni.

«Girando l’Italia da Nord a Sud, ai cancelli delle fabbriche vedo ciò che Meloni ignora: oggi piccoli imprenditori e lavoratori fanno la stessa battaglia», sostiene Appendino. La sua accusa nei confronti del governo è quella di aver lasciato senza risposte una parte crescente del ceto medio. Le partite Iva, nella sua definizione, rappresentano ormai «il nuovo proletariato» e avrebbero bisogno di tutele più solide, a partire da malattia e maternità.

Per le imprese, Appendino individua invece due priorità immediate: ridurre il peso delle bollette attraverso una tassazione degli extraprofitti energetici e ripristinare Transizione 4.0, lo strumento di incentivo agli investimenti tecnologici delle imprese.

È un giudizio molto duro quello riservato all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Appendino contesta i tagli a sanità e scuola, la riduzione delle politiche di welfare, l’elevata pressione fiscale e l’assenza, a suo giudizio, di una strategia industriale. Nel mirino finisce anche il modo in cui la maggioranza affronta il tema del Superbonus. «Basta», è il messaggio della deputata, che invita il governo ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Il riferimento alle recenti dichiarazioni di esponenti dell’esecutivo completa il quadro tracciato dalla parlamentare: «Dal pianto della Fornero al “rammarico” di Giorgetti per non essere usciti da infrazione europea, il copione non cambia: loro piangono lacrime di coccodrillo, gli italiani pagano il conto».

Primarie, la risposta all’apatia è la partecipazione

L’altro tema sul quale Appendino insiste è quello della partecipazione politica. Le primarie, nella sua visione, possono rappresentare uno strumento per contrastare quella che definisce l’apatia di una parte dell’elettorato e per riportare al centro persone e categorie rimaste ai margini della rappresentanza.

«Contro l’apatia, la risposta è lo spirito partecipativo delle primarie», afferma. La scelta della leadership e della direzione del campo progressista, secondo Appendino, non può essere il risultato di una decisione maturata esclusivamente nelle stanze dei partiti. «L’alternativa non si decide scegliendo un papa straniero nel chiuso del palazzo», osserva.

È qui che il discorso sul futuro dell’alleanza progressista si intreccia con quello sulla rappresentanza sociale. Appendino chiede di «ridare voce agli invisibili», individuando nella partecipazione uno degli strumenti attraverso cui ricostruire un rapporto con chi si è progressivamente allontanato dalla politica.

Anche in questo passaggio il confronto con il governo Meloni diventa parte della sua narrazione politica. «Meloni colpevolizza i fragili, noi vogliamo che chi è stato dimenticato abbia possibilità di riscatto», sostiene la deputata.

Dalle armi al lavoro, dalle partite Iva alle primarie, la linea delineata da Appendino ruota dunque attorno a tre parole chiave: identità, protezione sociale e partecipazione. Il nodo, ora, sarà trasformare queste posizioni in una sintesi politica più ampia, soprattutto nel rapporto con il Pd e con le altre forze del campo progressista. Ed è proprio sulla capacità di tenere insieme identità diverse senza annacquare i rispettivi punti qualificanti che, secondo la deputata, si giocherà una parte della partita futura.

Ergastolo a Marco Manfrinati, uccise il suocero e tentò di ammazzare l’ex moglie

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È arrivata dopo quasi tre ore di camera di consiglio la condanna all’ergastolo per Marco Manfrinati, l’ex avvocato di Busto Arsizio accusato dell’omicidio di Fabio Limido e del tentato omicidio dell’ex moglie Lavinia Limido. La sentenza è stata pronunciata dalla Corte d’Assise di Varese, al termine di un processo seguito da vicino dai familiari delle vittime.

La tragedia si consumò il 6 maggio 2024 in via Ciro Menotti, a Varese. Manfrinati aggredì l’ex moglie con un coltello, ferendola gravemente. Il padre della donna, Fabio Limido, 71 anni, intervenne nel tentativo di proteggerla. Fu allora che l’uomo venne colpito a sua volta. Le ferite riportate si rivelarono fatali e Limido morì poco dopo.

Lavinia Limido, invece, riuscì a sopravvivere nonostante la gravità delle lesioni riportate nell’aggressione.

La decisione della Corte

I giudici hanno riconosciuto la responsabilità di Manfrinati per i fatti contestati dalla procura, disponendo la pena dell’ergastolo. La Corte ha però escluso alcune delle aggravanti che erano state oggetto del processo: non sono state riconosciute né la crudeltà né la minorata difesa. Esclusa anche la premeditazione in relazione all’omicidio di Fabio Limido.

Manfrinati non era presente in aula al momento della lettura del dispositivo.

Sul fronte civile, la Corte ha riconosciuto alle parti civili risarcimenti per un ammontare complessivo di circa 1,9 milioni di euro.

Il commento della parte civile

«Sentenza giusta», è stato il commento dell’avvocato di una delle parti civili. Il legale ha sottolineato inoltre come, nel corso del processo, Manfrinati avrebbe manifestato propositi di vendetta, sostenendo che la condanna all’ergastolo rappresenti una garanzia per le persone rimaste in vita.

Una vicenda segnata dunque da una violenza maturata all’interno di un rapporto familiare ormai spezzato e culminata in un’aggressione mortale. A quasi due anni da quel 6 maggio, la sentenza della Corte d’Assise mette un punto sul procedimento di primo grado e consegna alle parti le motivazioni con cui i giudici hanno ricostruito responsabilità, dinamica e aggravanti del delitto.

Etna, nube di cenere alta quattro chilometri: stop ai voli a Catania

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L’Etna torna a dettare i tempi del traffico aereo siciliano. Dal cratere di Nord-Est è in corso un’intensa emissione di materiale vulcanico che ha sollevato una nube di cenere arrivata a circa quattro chilometri di altezza. Un fenomeno che, questa volta, interessa direttamente anche lo scalo di Catania, perché il pennacchio viene spinto dai venti verso sud, nella direzione dell’aeroporto internazionale Vincenzo Bellini.

La situazione è costantemente seguita dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia attraverso la rete di monitoraggio dell’Etna, comprese le immagini delle telecamere che osservano l’attività del vulcano nelle bande del visibile e dell’infrarosso. L’evoluzione della nube e soprattutto la sua traiettoria sono gli elementi che condizionano in queste ore le decisioni sul traffico aereo.

Aeroporto di Catania, operatività ridotta

La presenza della cenere vulcanica nello spazio aereo ha imposto una stretta sull’operatività dello scalo catanese. Gli arrivi e le partenze sono stati sospesi mentre viene valutata l’evoluzione dell’emissione.

A preoccupare maggiormente sono gli atterraggi. Le particelle di cenere sospese nell’atmosfera possono infatti costituire un elemento di rischio per gli aeromobili e richiedono una gestione particolarmente prudente delle rotte e delle procedure aeroportuali.

Il risultato è un traffico fortemente condizionato dall’attività del vulcano, con decisioni che possono cambiare rapidamente in funzione dell’intensità dell’emissione e dello spostamento della nube.

Dieci voli dirottati in altri scali dell’isola

I disagi hanno già raggiunto i passeggeri. Dieci voli originariamente diretti a Catania sono stati trasferiti verso altri aeroporti siciliani: cinque a Palermo, tre a Trapani e due a Comiso.

Proprio dallo scalo ragusano è partito anche un volo Volotea diretto a Verona, nell’ambito della riorganizzazione resa necessaria dalle limitazioni imposte al traffico su Catania.

Una rete alternativa che consente di assorbire almeno in parte l’impatto dell’emergenza, ma che non elimina i possibili disagi per i viaggiatori. Ritardi, modifiche operative e ulteriori dirottamenti restano legati all’evoluzione dell’attività eruttiva e alle condizioni del vento.

Allerta rossa per l’aviazione

A fotografare la delicatezza del quadro è anche il livello di allerta per il traffico aereo. L’INGV ha emesso un VONA, Volcano Observatory Notice for Aviation, di colore rosso, il livello più elevato previsto dal sistema di segnalazione utilizzato per indicare condizioni vulcaniche potenzialmente pericolose per l’aviazione.

Il dato assume particolare rilievo proprio perché la nube si sta muovendo verso sud, cioè in direzione dell’area interessata dall’aeroporto di Catania.

L’Etna conferma così, ancora una volta, quanto l’attività vulcanica possa avere conseguenze che vanno ben oltre l’area immediatamente circostante il cratere. In questo caso, il fronte dell’emergenza si sposta nello spazio aereo e coinvolge uno dei principali nodi di collegamento della Sicilia.

Per le prossime ore il quadro resta quindi legato all’evoluzione del vulcano, alla persistenza dell’emissione di cenere e alla direzione dei venti. Saranno questi fattori a determinare eventuali nuove restrizioni o un progressivo ritorno alla normalità dello scalo etneo.

Pietre d’inciampo e Anna Frank, la memoria della Shoah torna a dividere la Germania

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La memoria, in Germania, non è soltanto una questione del passato. È un terreno politico, civile e perfino urbanistico sul quale continuano a misurarsi idee diverse del Paese e del suo rapporto con la propria storia. Lo dimostrano due vicende apparentemente circoscritte, ma destinate a suscitare un dibattito ben più ampio: a Heidenau, nella Sassonia orientale, il consiglio comunale ha approvato il divieto di installare le cosiddette pietre d’inciampo; a Tangerhütte, nella Sassonia-Anhalt, è stata avanzata la proposta di cambiare il nome di un asilo intitolato ad Anna Frank.

Due casi differenti, accomunati però da un elemento: il tentativo di modificare la presenza della memoria della Shoah nello spazio pubblico. E nel caso di Heidenau, anche dalla circostanza politicamente significativa che la decisione sia passata grazie ai voti della Cdu insieme a quelli dell’AfD, il partito dell’estrema destra tedesca.

A Heidenau le pietre della memoria diventano un caso politico

Heidenau è una cittadina di circa 17mila abitanti alle porte di Dresda. Qui il consiglio comunale ha approvato con 13 voti favorevoli, 6 contrari e un’astensione una proposta destinata a impedire l’installazione delle Stolpersteine, le piccole targhe in ottone collocate sui marciapiedi davanti alle abitazioni nelle quali vissero persone perseguitate e uccise dal regime nazista.

L’argomento utilizzato dai promotori è racchiuso in uno slogan: «La memoria non si calpesta». Il problema, secondo questa impostazione, sarebbe proprio la collocazione delle pietre sul terreno, dove vengono inevitabilmente calpestate dai passanti. L’alternativa indicata è quella di concentrare il ricordo nell’area del cimitero cittadino, a nord di Heidenau.

Una motivazione che, sul piano formale, viene presentata come una diversa modalità di commemorazione. Ma la decisione ha assunto rapidamente un significato politico molto più ampio per la convergenza fra Cdu e AfD, una collaborazione che in Germania continua a essere particolarmente sensibile quando riguarda iniziative riconducibili alla memoria del nazismo.

Il cancelliere Friedrich Merz, attraverso il suo portavoce, ha evitato di entrare nel merito di una decisione adottata a livello comunale, sottolineando la difficoltà di commentare un provvedimento locale senza conoscerne tutti i dettagli. Una posizione prudente, mentre il dibattito sulla gestione della memoria storica torna a incrociarsi con quello sull’ascesa dell’estrema destra, soprattutto nei Länder dell’ex Germania Est.

«Cacciare ancora una volta le vittime dalla città»

La reazione più dura è arrivata da Christoph Heubner, vicepresidente del Comitato internazionale di Auschwitz. Secondo Heubner, la scelta di Heidenau rappresenterebbe un tentativo di «cacciare nuovamente dalla città» le vittime del nazismo e di confinarne il ricordo in un luogo separato dalla vita quotidiana.

Il significato delle Stolpersteine, del resto, risiede proprio nella loro collocazione. Le pietre non costituiscono un monumento distante dal luogo in cui si svolge la vita quotidiana: riportano il nome, la storia e spesso la data della deportazione di una persona esattamente davanti alla casa in cui abitava. L’inciampo evocato dal nome del progetto è dunque anche simbolico: costringe il passante a interrompere per un istante il proprio percorso e a confrontarsi con una storia individuale.

Charlotte Knobloch, presidente della Comunità ebraica di Monaco, ha definito la vicenda «sconvolgente». Il presidente della Sassonia, Michael Kretschmer, esponente della Cdu, ha invece cercato di ridimensionare lo scontro. Ha dichiarato di vedere «sostanzialmente in modo positivo» le pietre d’inciampo, ma ha aggiunto che un Comune può legittimamente scegliere una diversa forma di commemorazione.

È proprio qui che si concentra il nodo della discussione: la libertà di un’amministrazione locale di decidere come ricordare il passato e, contemporaneamente, il significato nazionale che alcune forme della memoria hanno assunto nella Germania contemporanea.

Il nome di Anna Frank diventa una questione politica

A Tangerhütte, nella Sassonia-Anhalt, il terreno dello scontro è diverso. Non ci sono pietre da rimuovere, ma un nome da cambiare.

Un asilo della località porta dagli anni Settanta il nome di Anna Frank, la ragazza ebrea tedesca deportata e uccisa nel campo di Bergen-Belsen nel 1945, diventata uno dei simboli più conosciuti della Shoah grazie al diario nel quale raccontò la clandestinità e la persecuzione nazista.

La proposta è stata avanzata dal consiglio dei genitori e da parte del personale della struttura. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di adottare una denominazione ritenuta più adatta ai bambini: «Esploratori del mondo».

La direttrice ha spiegato alla Magdeburger Volksstimme che la storia di Anna Frank sarebbe difficile da comprendere per bambini molto piccoli. Nella discussione è comparso anche un altro elemento: secondo la direttrice, alcuni genitori con un passato migratorio non saprebbero come interpretare il nome della struttura.

Il sindaco Andreas Brohm ha collegato il possibile cambiamento all’idea di una maggiore «apertura al mondo». Ha inoltre precisato che la scelta sarebbe stata presa indipendentemente dagli avvenimenti politici in Medio Oriente e, dunque, non sarebbe collegata alla guerra tra Israele e Hamas.

La proposta, almeno per ora, non è passata. I capigruppo dei partiti presenti nel consiglio comunale starebbero preparando un documento comune per respingere la ridenominazione dell’asilo.

Due episodi locali, una domanda nazionale

Le due vicende non sono sovrapponibili. A Heidenau si discute della collocazione di un monumento diffuso dedicato alle vittime del nazismo; a Tangerhütte del nome di una scuola dell’infanzia e della sua adeguatezza pedagogica. Sarebbe quindi improprio considerarli automaticamente come parti di un’unica strategia.

Eppure, prese insieme, mostrano quanto la memoria della Shoah rimanga un tema sensibile e controverso nella Germania contemporanea. La questione non riguarda soltanto ciò che viene ricordato, ma anche il luogo, le modalità e il linguaggio attraverso i quali quel ricordo viene trasmesso alle nuove generazioni.

Nel caso delle Stolpersteine, il confronto riguarda il rapporto fra memoria e spazio pubblico. Nel caso di Anna Frank, quello fra memoria storica ed educazione. Sullo sfondo resta una domanda che la Germania continua a porsi, a più di ottant’anni dalla fine del nazismo: quanto deve essere presente il passato nella vita quotidiana e quale forma deve assumere quella presenza?

La risposta non sembra più scontata come in passato. E proprio per questo episodi che nascono in piccoli consigli comunali della Germania orientale finiscono per assumere un significato che supera ampiamente i confini delle comunità coinvolte.

Con il Premio Letteratura il Menotti Art Festival vola: Filipponi invitato al Festival del Cinema di Roma come Eccellenza nelle Arti

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Nella fotografia: Sabrina Morelli Vicepresidente, Giovanna Secondulfo, Prof Giuseppe Benelli v. presidente del premio Bancarella dell'Univ di Genova e la Dott.ssa Maria Concetta Borgese presidente del comitato scientifico

Non chiamatelo semplicemente premio. Il Premio Spoleto Art Festival Letteratura, in programma sabato alle 15.30 a Palazzo Mauri, rappresenta molto di più: è uno dei progetti culturali centrali del Menotti Art Festival e, soprattutto, un luogo di incontro tra scrittura, editoria, arti visive, cinema, giornalismo e impegno civile.

A Spoleto arriveranno 42 editori e una rappresentanza significativa dell’editoria italiana, insieme ad autori, giornalisti, artisti, musicisti e personalità impegnate nella promozione della cultura. Un appuntamento che conferma la vocazione del festival a costruire relazioni e occasioni di confronto oltre i confini delle singole discipline.

Per il presidente Luca Filipponi, il riconoscimento assume inoltre un significato particolare alla luce dell’invito ricevuto dal Festival del Cinema di Roma, dove sarà indicato come Eccellenza nelle Arti. Un ulteriore riconoscimento per un percorso che da anni lega la città di Spoleto a una rete culturale sempre più ampia.

Filipponi ha voluto rivolgere un ringraziamento alla squadra che ha contribuito alla realizzazione dell’iniziativa: Paola Biadetti, direttrice della comunicazione, Elena Sabatino, direttrice musicale, Sabrina Morelli, vicepresidente del premio, e Maria Concetta Borgese, presidente del comitato scientifico, alla quale viene riconosciuto un ruolo particolarmente attivo nella progettazione e nello sviluppo delle attività.

Tra gli elementi che accompagneranno la manifestazione ci saranno anche l’annullo filatelico delle Poste Italiane e la mostra “Spoleto Meeting Art”, curata da Paola Biadetti. Due presenze che sottolineano la volontà di trasformare la cerimonia in un evento capace di dialogare con linguaggi diversi e di lasciare una traccia concreta nella vita culturale della città.

Il programma dei riconoscimenti attraversa infatti un panorama estremamente variegato. La letteratura convive con la poesia inedita, il giornalismo, la fotografia, la musica, il teatro, il cinema, la comunicazione, la ricerca storica e l’impegno sociale.

Tra i premiati figurano Teresa Acquaviva, Cesar P. Balan, Fabio Bavetta, Morena Bellanca, Maria Concetta Borgese, Alfonso Bottone, Martina Bruno, Floria Bufano, Alessandro Calonaci, Antonella Calorini, Ilary Cerullo, Mattia Cianfroni, Rocco Cosentino, Gian Luca Costanzi, Giuseppe Costigliola, Roberto Croce, Antonella D’Arrezzo, Dashnim Hebibi, Rosanna Della Valle, Alessio Dentici, Evelyn Di Biase, Michela Diamanti, Giuliana Donzello, Saverio Ferrara, Lucia Gaetani, Ernesto Giancotti, Mauro Gianni, Giuseppe Giocaliero, Giuseppina Giudice, Stefano Gori, Gino Iorio, Angela Kosta, Gianni Lattanzio, Roberto Lorusso, Lorenzo Ludi, Maurizio Maglio, Mariangela Mandia, Pasquale Marasco, Domenico Mari, Emanuela Mari, Md Mahbubur Rahman, Salvatore Minieri, Sabrina Morelli, Anna Mossuto, Susanna Musetti, Alessandro Nardelli, Rita Neri, Pietro Paolo Orlandi, Cinzia Panuccio, Duilio Papi, Monica Pasero, Giulia Perroni, Francesco Petrillo, Anna Maria Petrova, Sonia Planamente, Vincenzo Policreti, Patrizia Riello Pera, Tasha Rodrigues, Elisabetta Serafini, Silver Mele, Paola Sonnino, Anna Maria Stefanini, Sun Xiaoping, Giuseppe Tecce, Roberta Testaguzza, Gianfrancesco Timpano, Tommaso Tuccillo, Maria Ventre, Lucia Zappulla e Rosaria Zizzo.

Tra i riconoscimenti spiccano quelli dedicati alla poesia, alla sperimentazione artistica, alla comunicazione e al giornalismo culturale. Un premio speciale sarà assegnato anche a Francesca Ghezzani per la sperimentazione e la comunicazione giornalistica.

Il ventaglio delle opere premiate restituisce la fotografia di una cultura che non procede più per compartimenti stagni. Dai libri di narrativa e poesia ai testi teatrali, dalla sceneggiatura cinematografica alla fotografia d’autore, dalla ricerca musicale all’impegno nel sociale, il Premio Spoleto Art Festival Letteratura sceglie di mettere in dialogo esperienze differenti.

Non mancheranno, inoltre, momenti dedicati alle performance artistiche, affidate ad Alessandro Calonaci ed Emanuela Mari, mentre un ringraziamento speciale è rivolto a Sandro Costanzi, critico, e a Lisa Bernardini, giornalista e responsabile dell’ufficio stampa.

È proprio questa contaminazione a rappresentare forse il tratto più significativo dell’appuntamento. La letteratura diventa il punto di partenza, non il punto di arrivo. Intorno al libro si incontrano gli autori, gli editori, gli artisti, i giornalisti e il pubblico, creando una comunità culturale che trova a Spoleto uno dei suoi luoghi naturali.

Il Premio, dunque, non si limita a celebrare singoli percorsi. È parte di un progetto più ampio che punta a fare di Spoleto un laboratorio permanente di cultura e di confronto, capace di mettere in relazione generazioni, professionalità e linguaggi differenti.

E mentre Palazzo Mauri si prepara ad accogliere editori e protagonisti della scena culturale, il Menotti Art Festival guarda già oltre Spoleto. L’invito rivolto a Luca Filipponi al Festival del Cinema di Roma aggiunge infatti un nuovo tassello a un percorso che continua a muoversi tra letteratura, arte, cinema e comunicazione, con l’ambizione di portare il nome e la progettualità culturale di Spoleto su palcoscenici sempre più ampi.

Neonazismo online, l’allarme dei giovanissimi radicalizzati: 17 indagati, sequestrate armi e simboli del Terzo Reich

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L’odio organizzato correva nei canali chiusi di Telegram, tra slogan razzisti, riferimenti al nazismo e messaggi che evocavano violenza contro minoranze e luoghi di culto. A preoccupare gli investigatori non è soltanto il contenuto delle conversazioni, ma soprattutto l’età dei protagonisti: dei 17 indagati raggiunti dalle perquisizioni eseguite dai carabinieri del Ros e dalla Digos, ben 14 sono minorenni.

L’operazione, coordinata dalla magistratura e sviluppata in diverse città italiane, riguarda accuse che vanno dalla propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale e religiosa fino a ipotesi più gravi legate al terrorismo. Le indagini hanno acceso i riflettori su due ambienti virtuali, denominati “Chat del Nuovo Ordine Europeo” e “Fronte Fascista Italiano”, dove si intrecciavano esaltazione del suprematismo bianco, negazionismo e contenuti di aperta incitazione all’odio.

Secondo gli atti dell’inchiesta, nei gruppi circolavano manifesti e testi attribuiti ad autori di attentati di matrice suprematista, tra cui Brenton Tarrant, responsabile della strage nelle moschee di Christchurch del 2019. In alcuni messaggi comparivano riferimenti ad Adolf Hitler e alle ideologie del Terzo Reich, mentre altri contenuti avrebbero illustrato tecniche per la costruzione di ordigni, modalità di addestramento e istruzioni per l’uso di armi bianche e da fuoco.

Gli investigatori hanno sequestrato coltelli, oggetti con simbologia nazista, vessilli e numerosi dispositivi informatici utilizzati per la diffusione del materiale propagandistico. Un elemento che emerge dall’indagine è il carattere strutturato di almeno uno dei gruppi, il “Fronte Fascista Italiano”, attivo tra l’ottobre 2025 e l’aprile 2026 e organizzato secondo una gerarchia interna con denominazioni che richiamavano direttamente il linguaggio dei movimenti totalitari del Novecento.

L’attività di reclutamento rappresenta uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta. Per entrare nel gruppo sarebbe stato necessario compilare un modulo di adesione, mentre gli amministratori avrebbero cercato nuovi membri attraverso altri canali Telegram. Tra i contenuti condivisi figuravano documenti dell’organizzazione suprematista internazionale “The Base”, manuali di autoaddestramento e materiale destinato alla radicalizzazione ideologica.

Particolarmente inquietanti sono alcuni passaggi riportati nei decreti di perquisizione. In conversazioni attribuite a utenti non ancora identificati sarebbero stati evocati possibili obiettivi, tra cui una moschea, una sinagoga e perfino una scuola. Nelle chat comparivano inoltre frasi di odio estremo rivolte contro persone ebree, omosessuali, nere e appartenenti ad altre minoranze.

Un ulteriore elemento emerso riguarda l’utilizzo di piattaforme di gioco online, all’interno delle quali alcuni partecipanti avrebbero simulato virtualmente l’uccisione di persone appartenenti a gruppi etnici o religiosi. Un aspetto che, secondo gli esperti di radicalizzazione, evidenzia come gli ambienti digitali possano trasformarsi in spazi di normalizzazione della violenza e di costruzione identitaria per adolescenti particolarmente esposti alla propaganda estremista.

Le perquisizioni sono state eseguite in numerose province italiane, da Roma a Milano, da Palermo a Trento, con il coinvolgimento delle articolazioni territoriali del Ros e delle Digos. L’inchiesta apre ora un interrogativo che va oltre il profilo giudiziario: quanto siano profonde e diffuse, soprattutto tra i più giovani, le dinamiche di radicalizzazione che trovano nella rete un luogo di aggregazione, reclutamento e diffusione dell’odio.