3 Ottobre 2026, sabato
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Ergastolo a Marco Manfrinati, uccise il suocero e tentò di ammazzare l’ex moglie

Il delitto di Varese del 6 maggio 2024: Fabio Limido, 71 anni, intervenne per difendere la figlia Lavinia e venne colpito a morte. La donna sopravvisse alle gravissime ferite. La Corte d’Assise ha riconosciuto risarcimenti per 1,9 milioni di euro

È arrivata dopo quasi tre ore di camera di consiglio la condanna all’ergastolo per Marco Manfrinati, l’ex avvocato di Busto Arsizio accusato dell’omicidio di Fabio Limido e del tentato omicidio dell’ex moglie Lavinia Limido. La sentenza è stata pronunciata dalla Corte d’Assise di Varese, al termine di un processo seguito da vicino dai familiari delle vittime.

La tragedia si consumò il 6 maggio 2024 in via Ciro Menotti, a Varese. Manfrinati aggredì l’ex moglie con un coltello, ferendola gravemente. Il padre della donna, Fabio Limido, 71 anni, intervenne nel tentativo di proteggerla. Fu allora che l’uomo venne colpito a sua volta. Le ferite riportate si rivelarono fatali e Limido morì poco dopo.

Lavinia Limido, invece, riuscì a sopravvivere nonostante la gravità delle lesioni riportate nell’aggressione.

La decisione della Corte

I giudici hanno riconosciuto la responsabilità di Manfrinati per i fatti contestati dalla procura, disponendo la pena dell’ergastolo. La Corte ha però escluso alcune delle aggravanti che erano state oggetto del processo: non sono state riconosciute né la crudeltà né la minorata difesa. Esclusa anche la premeditazione in relazione all’omicidio di Fabio Limido.

Manfrinati non era presente in aula al momento della lettura del dispositivo.

Sul fronte civile, la Corte ha riconosciuto alle parti civili risarcimenti per un ammontare complessivo di circa 1,9 milioni di euro.

Il commento della parte civile

«Sentenza giusta», è stato il commento dell’avvocato di una delle parti civili. Il legale ha sottolineato inoltre come, nel corso del processo, Manfrinati avrebbe manifestato propositi di vendetta, sostenendo che la condanna all’ergastolo rappresenti una garanzia per le persone rimaste in vita.

Una vicenda segnata dunque da una violenza maturata all’interno di un rapporto familiare ormai spezzato e culminata in un’aggressione mortale. A quasi due anni da quel 6 maggio, la sentenza della Corte d’Assise mette un punto sul procedimento di primo grado e consegna alle parti le motivazioni con cui i giudici hanno ricostruito responsabilità, dinamica e aggravanti del delitto.

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