26 Ottobre 2026, lunedì
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Malpensa, il nome di Berlusconi prende il volo: Marina: «Non poteva esserci nome migliore»

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Da oggi Milano-Malpensa ha un nuovo nome. O, meglio, un nome che aggiunge alla propria identità quello di uno degli italiani più riconoscibili e controversi degli ultimi decenni: Silvio Berlusconi.

La nuova denominazione, Aeroporto internazionale Milano Malpensa-Silvio Berlusconi, diventa ufficiale con la cerimonia di intitolazione al Terminal 1. Una scelta che, fin dal suo annuncio nel 2024, ha acceso un confronto politico e istituzionale destinato a trascendere la semplice questione toponomastica. Nel frattempo i ricorsi presentati dal Comune di Milano e da alcuni Comuni del Varesotto sono stati respinti dal Tar della Lombardia, che nell’aprile 2026 ha confermato la prosecuzione dell’intitolazione.

Nel giorno in cui la targa viene scoperta, il significato della scelta viene letto dalla famiglia Berlusconi soprattutto attraverso la metafora del viaggio. Ed è Marina Berlusconi a consegnare alle parole il senso più personale della giornata.

«Malpensa è un crocevia dove Milano e l’Italia incontrano il mondo», dice la presidente di Fininvest e Mondadori. Un luogo, osserva, fatto di partenze e ritorni, di lavoro, scambi e incontri, «un ponte tra Paesi» nel quale ogni giorno si accorciano le distanze e si attraversano i confini.

Da qui la domanda che racchiude il senso della sua dichiarazione: «Che nome migliore potrebbe avere un ponte così, se non quello di Silvio Berlusconi?».

Il ritratto che Marina consegna del padre passa soprattutto attraverso la sua capacità di costruire relazioni. Berlusconi, sostiene, è stato «un uomo che ha sempre cercato il dialogo con tutti», convinto del valore dei rapporti umani e della forza dei legami. Ma c’è anche un’altra caratteristica che, nella sua lettura, assume un significato particolare proprio davanti a uno scalo internazionale: la capacità di immaginare ciò che ancora non esiste e trasformarlo in realtà.

È il Berlusconi imprenditore e visionario, prima ancora che il leader politico, quello evocato dalla figlia. L’uomo che, nella sua prospettiva, ha costruito la propria storia sulla convinzione che anche le idee apparentemente impossibili potessero trovare una strada per diventare concrete.

E Malpensa, per Marina Berlusconi, rappresenta esattamente questo: una porta aperta sul futuro.

«La consapevolezza che l’aeroporto Milano-Malpensa Silvio Berlusconi accoglierà ogni giorno migliaia di viaggiatori provenienti da tutto il mondo mi riempie di orgoglio e di emozione», afferma. Poi aggiunge una frase che lega la memoria privata alla dimensione pubblica della nuova intitolazione: «Mio padre ha trascorso la vita guardando avanti e lontano».

È in questa immagine che la famiglia trova la chiave per interpretare il nuovo nome dello scalo. Berlusconi non soltanto ricordato attraverso un luogo, dunque, ma associato a un luogo che per sua natura non è statico. Un aeroporto è movimento, passaggio, connessione. È il posto in cui si arriva e da cui si parte. È, soprattutto, un luogo nel quale un nome nazionale viene pronunciato ogni giorno anche da chi nazionale non è.

«Mi piace pensare che, da oggi, il suo nome darà il benvenuto a chi giunge da altri Paesi e accompagnerà chi decolla verso nuove destinazioni», conclude Marina.

La cerimonia arriva al termine di una vicenda tutt’altro che lineare. L’intitolazione era stata formalizzata da Enac nel luglio 2024, con effetto immediato, mentre la decisione era stata contestata sul piano politico e amministrativo da una parte delle istituzioni locali. Il Tar, prima nel 2024 respingendo la richiesta di sospensione e poi nel 2026 respingendo i ricorsi nel merito, ha consentito che la denominazione arrivasse fino alla cerimonia odierna.

Ed è proprio qui che la storia di Malpensa diventa qualcosa di più di una cerimonia commemorativa. Perché Berlusconi continua a essere, anche dopo la morte, una figura capace di produrre consenso e dissenso con una forza non comune. La scelta del suo nome per uno dei principali aeroporti italiani non cancella questa ambivalenza. Al contrario, la rende parte integrante della decisione.

Il dettaglio che rende tutto molto italiano

C’è poi un ultimo elemento, quasi un paradosso, che rende la vicenda difficilmente separabile dalla particolare storia italiana. Berlusconi è morto nel giugno 2023 e Malpensa porta il suo nome poco più di tre anni dopo. Per le tradizionali intitolazioni di strade, piazze e luoghi pubblici la legge del 1927 prevede, come regola generale, che debbano trascorrere dieci anni dalla morte della persona cui si vuole dedicare il luogo, con la possibilità di deroghe secondo le procedure previste.

La particolarità del caso Malpensa sta proprio nel fatto che si è seguito un diverso percorso amministrativo attraverso Enac, percorso che è stato contestato dai Comuni ricorrenti e successivamente ritenuto corretto dal Tar.

E poi c’è la biografia giudiziaria, impossibile da ignorare quando si dedica un’infrastruttura nazionale a una personalità politica di tale rilievo. Berlusconi ha avuto una sola condanna penale definitiva: quella per frode fiscale nel processo sui diritti televisivi Mediaset, divenuta definitiva in Cassazione nel 2013. Nel 2018 il Tribunale di sorveglianza di Milano gli ha concesso la riabilitazione, cancellando gli effetti della condanna ai fini previsti dalla legge. Gli altri procedimenti hanno avuto esiti differenti, tra assoluzioni, archiviazioni e prescrizioni, nonostante l’odore di mafia.

È forse questo il punto più singolare dell’intera vicenda: solo in Italia una figura pubblica tanto ingombrante, divisiva e insieme popolare avrebbe potuto passare, in tempi così ravvicinati, dalla cronaca giudiziaria e dalla politica alla targa di uno dei principali aeroporti internazionali del Paese. Non è necessariamente una contraddizione da risolvere, ma una fotografia del Paese. L’Italia ha scelto di consegnare a Berlusconi un luogo che ogni giorno mette in contatto il Paese con il resto del mondo. E lo ha fatto mentre il giudizio sulla sua eredità politica, imprenditoriale e personale resta inevitabilmente plurale.

Da oggi, comunque, il suo nome è lì. Sulla porta d’ingresso di chi arriva. E sulla rotta di chi parte.

Canada, Carney: «Ci siamo preparati anche a un’eventuale invasione degli Usa»

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Il Canada ha preso in considerazione anche lo scenario più estremo nei rapporti con gli Stati Uniti: una possibile azione militare americana contro il Paese. A rivelarlo è il primo ministro Mark Carney, che in un’intervista al New York Times ha spiegato come il suo governo abbia valutato il rischio di un’eventuale invasione statunitense, pur precisando che non si tratta dello scenario considerato più probabile.

«È semplicemente gestione del rischio», ha detto Carney. «Non è lo scenario di riferimento, ma sarebbe irresponsabile non prepararsi». Una frase che fotografa il livello di tensione raggiunto nei rapporti tra Ottawa e Washington e che conferma come le dichiarazioni di Donald Trump sull’ipotesi di trasformare il Canada nel 51esimo Stato americano non siano state archiviate dal governo canadese come una semplice provocazione politica.

Carney non ha fornito dettagli sulle misure adottate né sulle valutazioni effettuate dalle autorità canadesi. Il principio, però, è chiaro: anche un’eventualità considerata remota deve essere inserita nella pianificazione di sicurezza nazionale quando proviene dal principale alleato e vicino geografico del Paese.

Il premier canadese ha comunque cercato di mantenere aperto il canale con la Casa Bianca. Carney ha raccontato di parlare frequentemente con Trump e ha sottolineato che i due leader si sono sentiti più volte anche dopo l’interruzione, avvenuta il mese scorso, dei negoziati commerciali tra i due Paesi.

«Dal mio punto di vista, abbiamo un buon rapporto», ha affermato. Un rapporto, ha spiegato, fondato soprattutto sulla possibilità di comunicare direttamente: «Possiamo prendere il telefono e parlare tra noi delle questioni. Lui è diretto. Io sono diretto per quanto riguarda le rispettive posizioni».

Nonostante le tensioni, dunque, Ottawa non considera chiuso il confronto con Washington. Al contrario, secondo Carney, esiste ancora uno spazio per riaprire la trattativa commerciale e provare a rilanciare un accordo naufragato alla fine di agosto.

Le dichiarazioni del premier restituiscono così un quadro fatto di due piani paralleli. Da una parte la necessità, per il governo canadese, di prepararsi anche agli scenari più delicati sul fronte della sicurezza. Dall’altra la volontà di preservare un rapporto politico ed economico con gli Stati Uniti che, al di là delle tensioni con l’amministrazione Trump, rimane centrale per il Canada.

La scelta delle parole di Carney è significativa proprio per questo: la preparazione a un’eventuale aggressione non viene presentata come una previsione, ma come una misura di prudenza. E, allo stesso tempo, il premier insiste sulla necessità di mantenere aperto il dialogo con Washington. Una strategia che punta a evitare che il deterioramento dei rapporti commerciali e le tensioni politiche si trasformino in una frattura più ampia tra i due Paesi.

Pacchi extra Ue, arriva la nuova tassa da 2 euro: nel mirino soprattutto l’e-commerce cinese

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La pioggia di pacchi provenienti dall’estero ha un nuovo prezzo. La Commissione europea ha formalizzato la handling fee, una commissione di gestione di 2 euro per ogni pacco importato da un Paese extra Ue, nell’ambito della più ampia riforma del sistema doganale europeo.

La misura nasce dalla crescita esponenziale delle spedizioni legate all’e-commerce, con milioni di piccoli colli che ogni giorno attraversano le frontiere europee. Un flusso che ha messo sotto pressione le amministrazioni doganali e i sistemi logistici e che vede la Cina come principale origine delle spedizioni, alimentate dalla diffusione delle piattaforme di shopping online a prezzi particolarmente contenuti.

L’importo della nuova commissione è stato fissato nell’atto delegato adottato dalla Commissione europea e, secondo il calendario previsto, la misura dovrebbe entrare in vigore dal 1° novembre.

Una misura diversa dal dazio di 3 euro

La nuova commissione non va confusa con il dazio forfettario di 3 euro sui piccoli pacchi, introdotto dal 1° luglio con la fine dell’esenzione doganale per le spedizioni di valore inferiore a 150 euro.

Si tratta infatti di due interventi distinti, anche se destinati a incidere sullo stesso fenomeno: la crescita delle importazioni di beni acquistati online direttamente da venditori situati fuori dall’Unione europea.

Il dazio interviene sul valore della merce importata, mentre la handling fee è concepita come un contributo destinato a compensare i costi di gestione e trattamento delle spedizioni. Il risultato, per il consumatore che acquista prodotti di modesto valore da uno shop extra Ue, è però un ulteriore aggravio sul costo finale dell’ordine.

L’obiettivo: gestire il boom dei piccoli pacchi

Dietro la decisione europea c’è un cambiamento profondo nelle abitudini di consumo. Il commercio elettronico ha trasformato milioni di acquisti di valore ridotto in altrettante singole spedizioni internazionali. Un modello che, dal punto di vista logistico e doganale, presenta costi che non sempre risultano proporzionati al valore della merce trasportata.

La nuova commissione punta quindi anche a riequilibrare questo rapporto, facendo ricadere una parte dei costi della gestione sulle spedizioni che li generano.

Ma la misura ha anche una seconda conseguenza, destinata a pesare sulle strategie commerciali delle grandi piattaforme internazionali. L’aggravio può infatti ridurre il vantaggio di prezzo dei prodotti acquistati direttamente da venditori extra Ue, in particolare quelli provenienti dalla Cina.

Il dossier europeo si muove così su due piani paralleli: da una parte la necessità di rendere più sostenibile la gestione doganale dell’enorme quantità di merci che entra ogni giorno nell’Unione, dall’altra l’esigenza di affrontare la crescente concorrenza esercitata dall’e-commerce extraeuropeo nei confronti degli operatori del mercato interno.

Per i consumatori, invece, la conseguenza più immediata sarà semplice da misurare: acquistare un prodotto a pochi euro direttamente da un Paese extra Ue diventerà progressivamente meno conveniente, perché al prezzo indicato sulla piattaforma potranno sommarsi gli oneri legati all’importazione e alla gestione della spedizione.

La nuova handling fee si inserisce dunque in un processo più ampio di revisione delle regole europee sulle importazioni. E segna un passaggio significativo: nell’era dell’e-commerce globale, anche il piccolo pacco acquistato online diventa una questione di politica commerciale, controllo delle frontiere e concorrenza internazionale.

Caro carburanti, l’allarme di Federpetroli: «Con lo sconto dimezzato il diesel rischia di sfondare quota 3 euro»

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Il conto della crisi energetica torna a pesare sui consumatori italiani. I prezzi dei carburanti restano su livelli eccezionalmente elevati e, mentre sui mercati internazionali il petrolio continua a risentire delle tensioni geopolitiche, si riduce anche il sostegno garantito dal taglio delle accise.

A lanciare l’allarme è Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, secondo il quale il combinarsi di quotazioni del greggio in forte crescita, difficoltà negli approvvigionamenti e tensioni internazionali potrebbe spingere il prezzo dei carburanti verso una soglia finora considerata estrema.

«C’è il rischio che il greggio arrivi a 140 dollari al barile e di vedere il carburante sfondare la soglia dei tre euro al litro», osserva Marsiglia, interpellato da LaPresse. Uno scenario che, secondo il presidente di Federpetroli, rende ancora più urgente una soluzione diplomatica alle tensioni che stanno interessando il Golfo.

Il nodo delle accise

Il primo fronte di preoccupazione è quello italiano. Dal 26 settembre lo sconto sulle accise viene dimezzato, proprio mentre gli indicatori internazionali del settore continuano a esercitare una pressione rialzista sui prezzi.

Per gli automobilisti, il rischio è quindi quello di subire un doppio effetto: da una parte l’aumento delle quotazioni dei prodotti petroliferi, dall’altra una riduzione del beneficio fiscale che aveva contribuito ad attenuare il costo alla pompa.

«Lo sconto diminuirà ulteriormente e, in rapporto ai continui aumenti degli indici di settore, il peso di acquisto per gli italiani sarà ancora più pesante», sottolinea Marsiglia.

La situazione resta strettamente legata all’evoluzione della crisi internazionale. Il presidente di Federpetroli guarda con particolare attenzione alle tensioni tra Stati Uniti e Iran e alla possibilità che si apra uno spazio per una tregua. Una de-escalation nel Golfo, secondo Marsiglia, sarebbe decisiva per evitare che la pressione sulle quotazioni del greggio si trasferisca rapidamente sull’intera filiera dei carburanti.

L’Europa rischia una nuova crisi energetica

Il problema, però, non riguarda soltanto l’Italia. A preoccupare è soprattutto la vulnerabilità del mercato europeo dei prodotti raffinati, già indebolito dalla progressiva riduzione della capacità di raffinazione.

Marsiglia richiama anche l’ipotesi di un blocco delle esportazioni di diesel dagli Stati Uniti, scenario che potrebbe aggravare ulteriormente la situazione sul mercato europeo.

«Potremmo assistere a una crisi energetica dell’Europa che penso non si sia mai vista negli ultimi 30 anni», sostiene il presidente di Federpetroli, indicando come possibile ulteriore elemento di pressione una quotazione del greggio di riferimento europeo compresa tra 120 e 140 dollari al barile.

A rendere il quadro più delicato è la struttura stessa del sistema europeo. La riduzione della capacità di raffinazione ha infatti ristretto i margini di sicurezza del mercato. Secondo quanto evidenziato da Eni, negli ultimi 15 anni in Europa hanno chiuso quasi 30 raffinerie.

Il problema, dunque, non sarebbe soltanto il prezzo del petrolio in sé, ma la disponibilità dei prodotti raffinati necessari a rifornire il mercato. In una fase caratterizzata da tensioni geopolitiche e da una domanda difficile da prevedere, anche un’ulteriore contrazione dell’offerta potrebbe tradursi in nuove pressioni sui prezzi.

«Anche diverse banche d’affari hanno stimato valori superiori ai normali aumenti di mercato», rileva Marsiglia, sottolineando come l’incertezza stia iniziando a condizionare anche le prospive di investimento nel comparto Oil&Gas.

Eni introduce un tetto ai prezzi

In questo scenario arriva la decisione di Eni di intervenire direttamente sui prezzi praticati dalla propria rete.

A partire dal 28 settembre, Enilive applicherà un price cap di 2,19 euro al litro per il gasolio e di 1,99 euro al litro per la benzina. Il tetto, secondo quanto comunicato dalla società, rappresenta circa 17 centesimi in meno rispetto agli attuali livelli medi.

La misura avrà una durata iniziale di 30 giorni, con la possibilità di essere prorogata fino alla fine dell’anno. La sua prosecuzione dipenderà dall’andamento dei mercati e dalle condizioni degli approvvigionamenti.

Il provvedimento è collegato all’agevolazione fiscale sulle accise attualmente in vigore e si inserisce, spiega Eni, in una serie di iniziative avviate già dallo scorso marzo.

La società sostiene di aver assorbito una parte significativa dell’incremento delle quotazioni internazionali, trasferendolo solo parzialmente sui prezzi consigliati alla propria rete di distributori.

Il peso della raffinazione

Nella sua comunicazione, Eni individua nella contrazione dell’offerta internazionale di prodotti raffinati uno dei principali fattori alla base dell’attuale pressione sui prezzi. Alle crisi geopolitiche si aggiunge, secondo il gruppo, una capacità di raffinazione europea sempre più ridotta.

È un elemento che rischia di amplificare gli effetti di qualsiasi nuova perturbazione sul mercato. Se il petrolio dovesse continuare a salire e contemporaneamente l’offerta di carburanti raffinati dovesse restringersi, la pressione potrebbe trasferirsi con maggiore intensità sui prezzi finali.

Per famiglie e imprese italiane, quindi, la variabile decisiva nelle prossime settimane sarà l’equilibrio tra quotazioni del greggio, disponibilità dei prodotti raffinati e misure fiscali.

Il price cap annunciato da Eni rappresenta intanto un argine temporaneo all’aumento dei prezzi sulla propria rete. Ma la partita più importante si gioca sui mercati internazionali. Se le tensioni geopolitiche dovessero aggravarsi e il greggio raggiungesse davvero livelli compresi tra 120 e 140 dollari al barile, il rischio di una nuova fiammata dei carburanti tornerebbe concretamente al centro dell’emergenza economica italiana ed europea.

De.Stradis, la musica di un’estate sospesa diventa “Crisalide”

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Ci sono estati che sembrano fatte apposta per essere dimenticate e altre che, proprio perché lontane dall’immaginario delle cartoline, finiscono per lasciare un segno. Non ci sono necessariamente il mare, i viaggi o le notti affollate. A volte c’è una città quasi vuota, il caldo che rallenta ogni cosa, qualche strada silenziosa e una relazione che comincia quasi per caso. È in questa dimensione sospesa, fatta di solitudine ma anche di possibilità, che prende forma “Crisalide”, il nuovo singolo di De.Stradis, nome d’arte di Vincenzo Destradis, con la partecipazione di Lauryyn, disponibile da oggi, 25 settembre, in radio e sulle piattaforme digitali.

Il brano nasce a Bologna nell’estate del 2025, mentre il cantautore sta completando la lavorazione del suo album d’esordio, “Appartengo al mare”. Un titolo che potrebbe far pensare a un immaginario balneare e che invece, nel caso di “Crisalide”, viene quasi ribaltato: il mare resta fuori campo e al centro entrano una città deserta, il tempo dilatato e la possibilità di incontrarsi proprio quando tutto sembra essersi fermato.

È una canzone che parla anche di questo, della capacità di trovare intimità nei luoghi meno prevedibili. La scrittura di De.Stradis osserva una quotidianità apparentemente marginale e la trasforma in materia emotiva, senza bisogno di sovraccaricarla. Il sentimento arriva attraverso i dettagli, la lentezza, una malinconia che non diventa mai compiacimento.

«Ho scritto “Crisalide” un anno fa, durante il mio primo Ferragosto a Bologna: una città abbandonata a se stessa, ma proprio per questo da vivere lentamente», racconta De.Stradis. «La associo all’inizio di una frequentazione, perché quel rallentamento e la fuga dal caldo, dal romantico proletariato di chi non può permettersi le ferie, fanno trovare del sentimento anche nel luogo più angusto».

Anche la costruzione musicale segue questa idea di essenzialità. Il brano nasce dalla chitarra e porta con sé una scelta inedita per il progetto del cantautore: un arrangiamento interamente affidato agli strumenti a corda. Chitarra, basso e violino, quest’ultimo suonato da Rachele Innocenti, costruiscono un tessuto sonoro acustico e minimale, registrato ancora una volta su nastro analogico e prodotto da Filippo Bubbico, musicista, autore e produttore con cui De.Stradis collabora da oltre dieci anni.

Su questa struttura si innesta la voce di Lauryyn, tra i nomi riconoscibili della scena R&B italiana. La sua presenza non ha una funzione ornamentale, ma introduce una prospettiva ulteriore e modifica gli equilibri del brano. La differenza dei timbri diventa così parte integrante della narrazione e conduce la canzone verso il suo passaggio di maggiore intensità.

«Lo scorso gennaio l’ho fatto ascoltare ad Aurora, Lauryyn, che se n’è innamorata e ha voluto metterci del suo», spiega De.Stradis. «Non l’avevo mai sentita in queste sonorità e il risultato mi ha molto colpito».

“Crisalide” rappresenta così un nuovo tassello di un percorso che negli ultimi anni ha portato De.Stradis dalla dimensione dei piccoli circuiti alla ribalta nazionale. Pugliese di origine e bolognese d’adozione artistica, Destradis ha studiato al Conservatorio di Bologna e ha costruito una solida esperienza dal vivo in Italia e in Europa. Nel suo linguaggio convivono scrittura d’autore, R&B, soul, jazz e pop, con melodie limpide e una componente ritmica di matrice black.

Il rapporto con il palco è una parte essenziale della sua identità artistica. Dopo un’estate intensa di concerti, il cantautore torna ora a esibirsi con una serie di appuntamenti che accompagneranno l’uscita del nuovo singolo e l’evoluzione del suo progetto, alternando la dimensione solista alla formazione in band.

Il primo appuntamento sarà il 18 ottobre a Brescia, per la finale di Musica da Bere. Il 7 novembre De.Stradis sarà al Barezzi Festival di Parma. Seguiranno il Largo Venue di Roma, il 27 novembre, il Bahamaus di Bologna, il 29 novembre, e l’Arci Arcipelago di Cremona, il 23 gennaio.

Il percorso discografico dell’artista ha preso forma nel 2023 con “Quadri d’autore”, seguito da “Darker Bologna” e dall’EP “Duale”, pubblicato nell’ottobre dello stesso anno da Sun Village Records con il supporto di Puglia Sounds Record. Nel 2024 “Quadri d’autore” lo ha portato tra gli otto vincitori di Musicultura, dove ha ottenuto il premio del pubblico e il riconoscimento per la migliore performance alle audizioni del Teatro Lauro di Macerata. Con lo stesso brano, in una versione orchestrale arrangiata dallo stesso artista, è arrivato anche il terzo premio al Proscenium Festival.

A novembre 2024 è arrivato “Un Vortice”, seguito da un tour nei club di diverse città italiane, da Roma a Bologna, da Torino a Lecce, passando per Pisa, Taranto e Modena. Poi “Tu somigli” e “Cit.”, quest’ultimo realizzato con Nico Arezzo, hanno anticipato “Appartengo al mare”, il primo album di inediti, pubblicato il 9 gennaio 2026.

“Crisalide” apre ora una nuova fase. Un brano nato lontano dai cliché dell’estate, proprio quando l’estate sembrava essersi svuotata di tutto. E forse è questa la sua immagine più forte: la musica come luogo in cui qualcosa può ancora cominciare quando, intorno, tutto sembra immobile.

Se la giustizia sociale passa dall’Islam

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A cura di Gilberto Borzini

In buona parte dell’elettorato che non si sente rappresentato emerge la delusione di un’ampia fascia di lavoratrici e lavoratori che hanno perso le speranze di tutela nei confronti di forze politiche supine ai diktat del capitalismo finanziario oggi imperante.

Da molte parti si ripresentano le immagini sbiadite e in bianco e nero dei cancelli FIAT davanti ai quali parlava Berlinguer, quando il partito dei lavoratori era ancora tale, quando le parole d’ordine indicavano nel capitalismo l’avversario con cui confrontarsi. Ma nei “salotti rosa”, quelli delle elite che si affermano militanti di una sinistra improbabilmente tale, non si vedono manifesti di Mao o del Che né tanto meno ritratti di Pasolini, bensì fotografie di Raffaella Carrà, eccellente e ricca soubrette che si affermava vicina al PCI come, pochi anni più tardi, la romanissima Ferilli.

Intendo con questo dire che la vera classe lavoratrice stenta a riconoscersi, magari apprezzandoli, in modelli di personaggi pubblici particolarmente agiati, che si professano di sinistra, persino comunisti, ma che non possono, per ceto e abitudine, comprendere dall’interno le dinamiche esistenziali dei salariati, dei precari, dei cottimisti.

Esiste uno iato difficilmente superabile tra chi sperimenta le difficoltà quotidiane, di chi vive sulla propria pelle il disagio abitativo, l’inflazione che si accanisce su beni di prima necessità, il costo dei libri scolastici, il prezzo dei trasporti per i pendolari, e chi delle stesse materie parla per sentito dire, per letto sui giornali, da lontano, in teoria, da osservatore, quasi che l’esponente politico fosse entomologo e i lavoratori una nuova specie di sorprendenti insetti da studiare in laboratorio.

Così non sorprende la diffidenza dei salariati, degli esodati e dei precari nei confronti di una milionaria dalle molteplici cittadinanze che per quanti eskimo possa indossare non potrà mai spacciarsi per emarginata, o nei confronti di un elegante leguleio capace di approvare e sottoscrivere i decreti salviniani: anche la forma e il tono, per i precari, diventano sostanza politica.

La Comunità e l’Usura

Appare allora meno sorprendente che agli occhi di chi ormai vive di speranza le proposte tracciate da esponenti di un modello sociale di ispirazione socialista, a volte anche di un rosso piuttosto acceso, aspiranti e accreditati sindaci di importanti città metropolitane di cultura e fede islamica raccolgano consenso, voto e sostegno.

New York, Manchester, Londra e ora Berlino catapultano l’idea sociale dell’Islam nell’agone politico delle capitali del capitalismo, affermando l’idea di una società capace di essere Comunità, e non semplice accumulo di individui incomunicanti, e di un’economia che nega l’usura e la speculazione, precetti fondanti del capitalismo finanziario, affermando nella politica sociale gli assi portanti dell’idea islamica di aggregazione umana.

Mentre il capitalismo promuove il consumismo estremo e l’atomizzazione sociale, il socialismo islamico afferma criteri di Comunità e di divieto alla speculazione e all’usura, in una forma economica che nella condivisione e nella partecipazione progettuale definisce la presenza del capitale nelle attività.

Come sorprendersi, allora, che quella proposta incontri il favore dei diseredati occidentali?

Oltre la Fede?

Accade sotto ai nostri occhi che il cristianesimo si vada rapidamente definendo più come filosofia sociale che come Fede, argomento ampiamente trattato da Papa Ratzinger anche in opposizione alle proposte sociali e politiche di Papa Francesco, e che in occidente anche l’Islam assuma una forma storicizzata includendo nelle sue caratterizzazioni quel concetto di Comunità corrispondente all’ecumenismo cristiano, un concetto particolarmente caro al cattolicesimo e all’ortodossia cristiana ma inviso al protestantesimo mitteleuropeo di impronta spietatamente individualista e, a parere di Max Weber, struttura portante del capitalismo originario.

Le grandi Fedi, nella loro definizione sociale, affermano quindi modelli economici divergenti se non contrastanti: nei protestantesimi, luteranesimo, calvinismo, anglicanesimo e discendenti vari, si manifesta il capitalismo aggressivo, il dominio del mercato e del capitale sull’individuo, mentre nell’Islam e nel Cristianesimo “mediterraneo” emerge con maggior forza l’idea sociale della condivisione, della partecipazione e della comunità solidale, definendo così le appartenenze dei protestantesimi al conservatorismo e delle altre fedi al progressismo,e forse basterebbe questa semplice indicazione a spiegare il perché l’Islam sia così inviso al capitalismo contemporaneo.

Marx e Maometto alleati?

Quella che ho tracciato è un’idea semplice. Si tratta di una lettura schematica e schematizzata, di un abbozzo di lettura strutturale di ciò che va avvenendo all’interno della complessa composizione sociale occidentale, ma si tratta di una lettura esplicita, privata delle usuali ipocrisie tipiche degli analisti professionali delle questioni politiche.

Una lettura di cui si deve tener conto nella piattaforma politica del progressismo, se ancora esistente, europeo e italiano.

Certamente Marx e Maometto non parlavano la stessa lingua, non assumevano l’idea portante nella medesima prospettiva, ma il criterio di Umma e di Comunità indicato nel Corano è coerente con il motto marxista “lavoratori di tutto il mondo unitevi” allo stesso modo in cui un certo proselitismo islamico si sposa con i metodi rivoluzionari, bolscevichi e maoisti, del consenso.

Restano però sullo sfondo gli elementi prevalent,  l’idea di comunità sociale e la negazione valoriale alla speculazione capitalista e all’usura finanziaria. Elementi che in termini di politica contemporanea possono tranquillamente percorrere lunghi tratti di strada comune.

Papa Leone XIV a Parigi, il messaggio alla stampa: «Felice che siate tutti qui»

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Parigi accoglie Papa Leone XIV nel segno della pace, ma il primo messaggio del Pontefice, ancora prima dell’arrivo nella capitale francese, è rivolto anche a chi ha il compito di raccontare ciò che accade. A bordo dell’aereo diretto dalla Francia, rispondendo a una domanda di un giornalista della Cnn sul tentativo dell’amministrazione Trump di limitare l’accesso della testata e di altri giornalisti, Leone XIV ha scelto parole semplici e nette: «Io sono contento che voi siete tutti qui».

Un passaggio breve, ma significativo, seguito da una considerazione più ampia sul ruolo dell’informazione. «È necessaria e penso che sia molto importante una buona copertura mediatica ovunque e per tutti», ha aggiunto il Pontefice. Un richiamo alla necessità di un’informazione capace di garantire presenza, pluralità e attenzione, pronunciato nel corso di un viaggio che lo porta in un Paese con il quale la sua storia familiare conserva un legame antico.

«Siamo qui per portare un messaggio di pace»

Il viaggio apostolico di Leone XIV in Francia arriva in una fase internazionale particolarmente delicata. E proprio la pace è stata indicata dal Papa come la chiave della sua missione. «Siamo qui per portare un messaggio di pace in questo momento particolarmente importante per il mondo», ha detto durante il volo tra Roma e Parigi.

Il colloquio con i giornalisti ha però avuto anche un tono più leggero. Alla domanda se avesse utilizzato Duolingo, la popolare applicazione per imparare le lingue, per allenarsi con il francese, il Pontefice ha sorriso e risposto: «No, non lo uso più, quella è una fake news». Una battuta che fa riferimento ad alcuni articoli recenti e che restituisce, almeno per qualche minuto, un Leone XIV lontano dai toni solenni del ruolo.

Il francese, del resto, non è una lingua del tutto estranea alla sua storia personale. Papa Prevost ha origini francesi, anche se ha spiegato di non avere contatti con i parenti che vivono in Francia. E quando gli è stato chiesto se durante il viaggio potesse incontrare dei cugini, ha lasciato aperta la possibilità con una risposta sorridente: «Non si sa mai».

«Sono felice, anche se qualche volta il peso della Chiesa si sente»

Nel dialogo con i giornalisti c’è stato spazio anche per una domanda più personale. Leone XIV è un uomo felice? La risposta è arrivata senza esitazioni: «Sì, lo sono, sono felice a parte le difficoltà, ma trovo conforto nella fede. Comunque sono contento della scelta fatta tanti anni fa».

Una risposta che lega la dimensione privata a quella spirituale e alla scelta di vita compiuta dal Pontefice molti anni fa. Inevitabile, poi, il riferimento al peso della responsabilità che accompagna il ministero petrino.

«Qualche volta di più», ha ammesso Leone XIV rispondendo a chi gli chiedeva se avvertisse il peso della Chiesa. Subito dopo, però, ha ricondotto quella responsabilità alla sua fede: «Però Dio è grande».

L’arrivo a Parigi e l’incontro con Macron

L’aereo papale è arrivato a Parigi intorno alle 10. Ad attendere Leone XIV all’aeroporto c’erano il presidente francese Emmanuel Macron e la première dame Brigitte.

Macron e la consorte, entrambi vestiti di nero e sorridenti, hanno accolto il Pontefice stringendogli la mano. È seguito il passaggio davanti alla Guardia Repubblicana, schierata per gli onori e accompagnata dall’esecuzione degli inni.

Poi il momento più caloroso dell’accoglienza: un gruppo di bambini ha salutato il Papa con canti, fiori e inni. Un’immagine che ha fatto da contrappunto alla dimensione istituzionale dell’arrivo e che ha accompagnato Leone XIV nel primo tratto della sua visita.

Il Pontefice e la coppia presidenziale francese hanno quindi lasciato l’aeroporto alla volta dell’Eliseo. Da qui prende ufficialmente forma la visita di Leone XIV in Francia, un viaggio nel quale diplomazia, fede e messaggio di pace si intrecciano con l’attenzione del mondo dell’informazione.

Dopo quindici anni di latitanza, la cattura nel Comasco: arrestato Dario De Bernardi

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Dalla fuga alla cattura. Dopo oltre quindici anni trascorsi lontano dalla giustizia, per Dario De Bernardi, 55 anni, originario della provincia di Lecco, la latitanza è finita nel luogo dove, secondo gli investigatori, aveva trovato il suo ultimo rifugio: la provincia di Como.

L’arresto è scattato nel pomeriggio del 23 settembre, al termine di una complessa attività investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica di Como e condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale. Un’indagine che ha permesso ai militari di ricostruire gli spostamenti del ricercato e, passo dopo passo, di stringere il cerchio fino a individuarlo.

De Bernardi era destinatario di un ordine di carcerazione emesso nel 2016 dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Milano. Il provvedimento riguarda una condanna a oltre 19 anni di reclusione per una serie di reati, tra cui associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e rapina.

Ma sul suo conto pendeva anche un’altra vicenda, maturata proprio nel territorio comasco. Nel 2019 il Gip del Tribunale di Como aveva emesso nei suoi confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito di un’inchiesta condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale sotto la direzione della Procura di Como.

Secondo quanto emerso dalle indagini, De Bernardi sarebbe stato l’esecutore materiale della rapina a mano armata compiuta il 28 marzo 2018 ai danni del Casinò Campione d’Italia. Il bottino fu ingente: 750 mila franchi svizzeri.

Il colpo aveva portato rapidamente all’arresto di tre persone ritenute complici del ricercato. I tre furono individuati dai Carabinieri del Comando Provinciale di Como pochi mesi dopo la rapina e successivamente condannati. De Bernardi, invece, era già irreperibile e avrebbe commesso il reato proprio durante il periodo della sua latitanza.

È su questa lunga fuga che gli investigatori hanno continuato a lavorare, seguendo le tracce dell’uomo attraverso diversi luoghi e senza escludere, nel corso degli anni, anche permanenze all’estero. Un’attività progressiva, fatta di accertamenti e riscontri, che alla fine ha riportato la sua presenza nel territorio lariano.

Quando i militari sono entrati in azione, De Bernardi è stato individuato e seguito fino a essere bloccato sulla pubblica via. L’intervento si è concluso senza resistenza. L’uomo è stato quindi accompagnato al Comando Provinciale per le formalità previste.

La parte forse più significativa dell’operazione è arrivata subito dopo. I Carabinieri del Nucleo Investigativo, affiancati dai militari dello Squadrone Eliportato “Calabria”, hanno eseguito una perquisizione nelle pertinenze di un’abitazione della provincia di Como dove il 55enne avrebbe recentemente dimorato.

Tra legna accatastata e materiali di risulta, in punti accuratamente occultati, sono stati trovati una pistola con matricola abrasa, un fucile da caccia detenuto illegalmente e 98 mila euro in contanti, conservati all’interno di buste di cellophane.

Un ritrovamento che aggiunge un ulteriore capitolo alla storia giudiziaria dell’uomo e che ha portato i militari a contestare anche le circostanze relative alle armi rinvenute.

Conclusi gli adempimenti di rito, De Bernardi è stato trasferito nella Casa Circondariale di Como, dove dovrà iniziare a scontare la pena prevista dai provvedimenti dell’Autorità giudiziaria.

La cattura chiude così una fuga iniziata nel 2011 e durata più di quindici anni. Una latitanza attraversata da trasferimenti, cambi di luogo e, secondo quanto ipotizzato dagli investigatori, anche periodi trascorsi oltreconfine. Fino al ritorno nel Comasco, dove le indagini dei Carabinieri hanno permesso di individuare il ricercato e interrompere definitivamente la sua lunga irreperibilità.

L’Unità, la fine di una storia che la sinistra non è riuscita a salvare

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«Sarà il giornale della sinistra operaia». Era la promessa di Antonio Gramsci quando, il 12 febbraio 1924, L’Unità arrivò per la prima volta in edicola. Una frase che oggi suona come il frammento di un’altra epoca, ma che racconta più di un secolo di politica, battaglie, divisioni e identità della sinistra italiana.

Adesso quella storia rischia di fermarsi definitivamente.

La vicenda editoriale de L’Unità si è arrestata il 7 luglio scorso. Da allora il sito non viene più aggiornato, mentre il direttore Piero Sansonetti, i tre redattori e un grafico sono stati licenziati. Il giornale resta così sospeso, con una testata dalla storia ingombrante e un futuro che, almeno per ora, non sembra avere una data di ripartenza.

A rendere ancora più significativo l’epilogo è il fallimento della trattativa che avrebbe potuto riportare L’Unità nell’orbita del Partito democratico. L’idea di Elly Schlein era quella di provare a riannodare un filo con il passato, riportando il quotidiano nella casa politica alla quale per decenni era stato indissolubilmente associato. Sul tavolo, secondo quanto emerso nel corso della trattativa, c’era un’offerta di un milione di euro per rilevare la testata.

Ma l’intesa con l’editore Romeo non è stata raggiunta.

E così, mentre la politica discute da anni della necessità di ricostruire un rapporto con il proprio popolo, uno dei simboli più riconoscibili di quella storia rimane senza giornale. Non è soltanto la chiusura di una redazione. È il tramonto di uno strumento che per generazioni ha rappresentato un punto di riferimento politico e culturale, attraversando il fascismo, la Resistenza, la Repubblica, la stagione dei grandi partiti e la loro progressiva trasformazione.

L’Unità aveva già conosciuto altre vite, altre crisi e altre ripartenze. La sua storia recente è stata segnata da chiusure, cambi di proprietà e tentativi di rilancio. Ogni volta, però, la discussione sulla testata finiva per intrecciarsi con una domanda più ampia: che cosa resta oggi dell’identità politica e culturale alla quale quel giornale aveva dato voce?

È questa la domanda che torna adesso, davanti a una redazione svuotata e a una testata che non riesce a trovare un approdo.

Per Gramsci il giornale doveva essere uno strumento di formazione, discussione e organizzazione politica. Un quotidiano capace non soltanto di raccontare la realtà, ma di intervenire nella realtà. Un secolo dopo, il problema è quasi rovesciato: non è più il giornale a cercare un posto nella società, ma una parte della politica a interrogarsi sulla possibilità di restituirgli un ruolo.

La trattativa naufragata tra il Pd e l’editore Romeo consegna così alla sinistra una vicenda che va oltre il destino di una testata. Un giornale può chiudere per ragioni economiche, editoriali o industriali. Ma quando quel giornale porta con sé il nome, la storia e la memoria di una parte rilevante della politica italiana, la sua scomparsa diventa anche una questione di identità.

Per ora resta il silenzio di una pagina web ferma, il lavoro interrotto di una piccola redazione e una testata che attende di sapere se avrà ancora un futuro.

La promessa di Gramsci, intanto, resta scritta nella storia. Il giornale della sinistra operaia non c’è più. E la sinistra, oggi, non è riuscita a riportarlo a casa.

Lettera anonima con minacce di morte a Lepore e Bonaccini

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Questa volta l’odio non si è fermato allo schermo di un computer o alla tastiera di uno smartphone. Ha preso la forma di una busta, è entrato negli uffici del Comune di Bologna e ha raggiunto direttamente i destinatari. Dentro, una lettera scritta a mano e una minaccia di morte rivolta al sindaco Matteo Lepore e a Stefano Bonaccini, ex presidente della Regione Emilia-Romagna e oggi europarlamentare del Partito Democratico.

La scoperta è avvenuta ieri mattina, quando una dipendente dell’ufficio postale del Comune ha recuperato la corrispondenza arrivata a Palazzo d’Accursio. Tra le missive c’era anche quella indirizzata ai due esponenti dem. Una volta aperta, il contenuto non ha lasciato spazio a interpretazioni: a caratteri cubitali era riportata la frase “Stefano Bonaccini e Matteo Lepore sono condannati a morte”.

Nessuna firma, nessun elemento immediatamente riconducibile all’autore. La lettera è stata acquisita e l’episodio è stato denunciato formalmente alla polizia. Ora spetterà agli investigatori ricostruire il percorso della busta e provare a identificare chi l’ha preparata e fatta arrivare fino agli uffici comunali.

Tra gli elementi al vaglio ci sono anche le immagini degli impianti di videosorveglianza della zona. Le telecamere potrebbero consentire di individuare movimenti o comportamenti sospetti e, soprattutto, di ricostruire le modalità con cui la missiva è stata consegnata. Gli investigatori non escludono, al momento, alcuna pista.

Il nuovo episodio si inserisce in un clima di crescente tensione attorno a Matteo Lepore. Il sindaco è da tempo bersaglio di una violenta campagna di insulti e minacce sui social network, arrivata in alcuni casi a coinvolgere anche i suoi familiari e a fare riferimento a un suo precedente indirizzo di residenza. Una pressione che, dopo gli episodi di violenza dello scorso 20 luglio nel centro storico, ha portato all’adozione di misure di tutela nei suoi confronti.

Quella notte circa duecento persone avevano provocato disordini in città a margine della manifestazione convocata dal sindaco per la morte di Abderrahim Fakir. Nei giorni successivi il livello delle intimidazioni contro Lepore era ulteriormente cresciuto, con messaggi minacciosi diffusi attraverso i social e inviati anche via email. Da allora, negli eventi pubblici e istituzionali, il primo cittadino è accompagnato da due operatori della Guardia di finanza.

La lettera recapitata in Comune segna ora un passaggio ulteriore: la minaccia esce dalla dimensione virtuale e arriva materialmente nel luogo simbolo dell’amministrazione cittadina.

Non è la prima volta che Stefano Bonaccini finisce nel mirino di intimidazioni. Durante i dieci anni alla guida dell’Emilia-Romagna, dal 2014 al 2024, l’allora presidente della Regione era già stato oggetto di attacchi. Tra gli episodi più significativi quelli riconducibili ad ambienti No-Vax: all’inizio del 2022 furono diffusi pubblicamente il suo numero di telefono e persino l’indirizzo della sua abitazione.

Schlein: “Minacce gravissime, tutta la nostra vicinanza”

La notizia ha provocato immediate reazioni nel Partito Democratico. La segretaria Elly Schlein ha definito la lettera “gravissima e inaccettabile”, esprimendo a Lepore e Bonaccini la propria solidarietà e quella dell’intera comunità dem.

Schlein ha collegato l’episodio al deterioramento del confronto pubblico, sottolineando come la trasformazione dell’avversario politico in un bersaglio rappresenti, a suo giudizio, un rischio per la qualità del dibattito democratico. “Pensare di condizionare con la paura chi esercita una responsabilità pubblica significa colpire la libertà del confronto democratico e le istituzioni che si rappresentano”, ha dichiarato.

La segretaria del Pd ha quindi espresso fiducia nel lavoro delle autorità investigative affinché vengano chiarite l’origine e le responsabilità della minaccia, assicurando a Lepore e Bonaccini il sostegno della comunità del partito.

De Maria: “Un salto di qualità grave e allarmante”

Solidarietà è stata espressa anche dal deputato bolognese del Pd Andrea De Maria, che ha parlato di un “atto grave” e ha condannato quella che considera l’ennesima intimidazione nei confronti di rappresentanti delle istituzioni democratiche.

Secondo De Maria, il passaggio dalle aggressioni verbali sui social a una minaccia scritta e recapitata fisicamente rappresenta un elemento di particolare preoccupazione. Da qui la richiesta di una risposta ferma e condivisa da parte delle forze politiche e della società civile.

Il punto, al di là delle appartenenze politiche, resta ora nelle mani degli investigatori: capire chi abbia scritto quella frase, come la busta sia arrivata negli uffici comunali e se dietro la minaccia vi sia soltanto un gesto isolato oppure un quadro più ampio di intimidazioni.

Intanto, a Palazzo d’Accursio, quella frase resta il segno più concreto di una tensione che negli ultimi mesi ha smesso di appartenere soltanto alla dimensione digitale.