Il ministero dell’economia ha collocato Ctz a 24 mesi per 2,5 miliardi di euro a tassi in calo dello 0,25% all’1,623%. Forte la domanda, risultata pari a 4,429 miliardi con un rapporto di copertura di 1,77 contro l’1,46 precedente. Il mercato ha assorbito anche Btp decennali indicizzati all’inflazione della zona euro per 750 milioni a un rendimento lordo del 2,62%.
Finanziamenti pubblici, al voto senza accordi
Si vota dalle 16, ma l’accordo non c’è. Pd e Pdl sono arrivati alla quasi rottura sul finanziamento pubblico ai partiti, o meglio sulla riforma voluta dal presidente del consiglio Enrico Letta e a questo punto si profilano nuove grane per il governo. Ieri i capigruppo del Pdl di camera e senato, Renato Brunetta e Renato Schifani, hanno abbandonato il vertice con i colleghi del Pd e oggi in aula alla camera approda un testo sul finanziamento ai partiti sul quale la commissione affari costituzionali ha cercato una mediazione che tenesse insieme le posizioni di Pd e Pdl. Il governo spera che alla fine si giunga a una soluzione condivisa da entrambe le parti in tempi brevi. Il timore è che tra l’esame al senato e la promulgazione della legge scatti il termine entro il quale i partiti riceveranno la tranche del rimborso pubblico che gli spetta. Se ciò accadesse, si darebbe fiato alla campagna del M5S che ha già descritto il testo della riforma come «il tentativo della casta di tenersi il malloppo» e che in aula promette battaglia sugli emendamenti più delicati come quello che garantisce quindici milioni alla cassa integrazione per i dipendenti dei partiti politici che dovessero perdere il posto in seguito al cambio di regime di finanziamento. Ma il governo, attraverso il ministro delle riforme costituzionali Gaetano Quagliariello, ha già messo le mani avanti: “È fortemente auspicabile che di fronte alla possibilità di atti di rottura ci si renda conto delle conseguenze che essi produrrebbero”, ha avvertito. Niente scherzi, insomma, o sarà decreto legge.
Pd, rompicapi siciliani a Roma con Crocetta
Non bastasse il congresso, non bastassero le larghe contese con il Pdl, arrivano dalla Sicilia le nuove grane per il Partito democratico. E arrivano da Palermo a Roma con le sembianze del governatore dell’Isola, Rosario Crocetta, che si è ritrovato senza l’appoggio del Pd regionale alla sua giunta ed è pronto a sbarcare oggi nella Capitale che incontrerà prima Pier Luigi Bersani e poi il segretario Guglielmo Epifani per un vertice a tre. All’indomani dell’infuocata direzione regionale del Pd che ha deciso “l’uscita immediata dalla giunta” degli assessori in quota democratica e lo stop al sostegno al governo, la situazione è rimasta del tutto ingarbugliata. Due degli assessori in quota Pd, Nelli Scialabra (Formazione)e Maria Lo Bello (Ambiente) , hanno fatto sapere che non si dimetteranno mai, mentre gli altri due, Luca Bianchi (Economia) e Nino Bartolotta, sono rimasti al loro posto ma si sono detti pronti a rimettere il loro incarico nelle mani di Crocetta se lo strappo non sarà ricucito: “Pronto a gettare la spugna”, ha detto Bianchi, “ma attendo un chiarimento con il partito nazionale per verificare se ci sono margini di ricucitura dello strappo”. Il segretario del Pd siciliano, Giuseppe Lupo, è stato però categorico: “Questi assessori per me sono fuori dal partito, Bianchi può parlare con chi vuole ma è il Pd siciliano che ha deciso e sono fuori dal Pd anche Crocetta e gli altri dirigenti del Megafono che fanno parte di gruppi parlamentari o consiliari nei comuni diversi da quelli democratici”.
P.a.: a banche e intermediari ceduti 6,2 mld di crediti
Ammontano a 6,2 miliardi i crediti della pubblica amministrazione, scaduti entro la fine del 2012 e quindi pagabili, che le imprese hanno ceduto a banche e intermediari finanziari. Lo ha reso noto l’Abi, al termine di una rilevazione trasmessa al Tesoro, spiegando che per circa 3,5 miliardi di crediti la banca ha avuto un trasferimento pieno, mentre per 2,7 miliardi l’impresa resta a garanzia.
Telecom, Bernabè contro i soci italiani. Letta: bisogna difendere occupazione e rete
Adesso è l’ora delle spiegazioni per Telecom Italia. Alle 8,30 il presidente Franco Bernabèè giunto in senato per spiegare il senso dell’operazione che consentirà alla spagnola telefonica di salire prima al 66% e quindi al 70% di Telco, la holding che controlla il 22,4% dell’ex monopolista delle telecomunicazioni. Mentre il premier Enrico Letta, in attesa di tornare da New York, ha fatto sapere di essere pronto a riferire in parlamento sulla vicenda, e ha assicurato che il governo vigilerà: “Guardiamo, valutiamo, vigileremo sul fronte occupazionale, ma bisogna ricordare che Telecom è una società privata e siamo in un mercato europeo”. Il presidente del consiglio ha, poi, sottolineato che “capitali europei potrebbero aiutare Telecom a essere migliore rispetto a come è stata in questi 15 anni” E ha aggiunto che “il problema” dell’acquisizione di Telecom da parte di Telefonica “e’ innanzitutto un problema di livello occupazionale, ossia il numero di lavoratori che vogliamo mantenere e che vogliamo avere”. C’è però preoccupazione per la sorte della rete. Nel passato l’esecutivo, attraverso la golden share, sarebbe potuto intervenire , ma adesso l’azione d’oro non c’è più e le possibilità di impedire l’operazione sono quasi nulle. Anche se il Tesoro non esclude interventi. Siamo molto consapevoli di ciò e vogliamo seguirne lo sviluppo, perché non vogliamo perdere questi aspetti strategici dell’operazione” Certo è che il viceministro dello sviluppo economico, Antonio Catricalà, in un’intervista al Messaggero, lancia la sua accusa ai soci italiani, Mediobanca, Generali e Intesa San Paolo: “Nessuno ci ha avvertito, lo avessero fatto sarebbe stato meglio”. E altrettanto ha fatto l’ex ministro dello sviluppo economico (governo Monti) Corrado Passera, che con un tweet ha parlato di “una decisione pessima dei grandi soci italiani”. Anche l’ex salotto buono della finanza italiana, insomma, dovrà dare qualche spiegazione su questa scelta. E qualcuno dovrà anche spiegare se i rischi per l’occupazione indicati dai sindacati, che parlano di 16.000 posti di lavoro in pericolo, sono concreti. Bernabè, ai senatori, ha detto di avere saputo dell’operazione Telco-Telefonica “dai comunicati stampa” diffusi dai soci italiani al termine del raggiungimento dell’intesa con gli spagnoli. Ma ha assicurato che le Telecom Italia le prospettive non cambiano. L’azienda telefonica italiana, ha detto il presidente Franco Bernabè, ai componenti della commissione lavori pubblici e telecomunicazioni del senato, resterà quotata in borsa e, appesantita da debiti che soltanto per “le operazioni di fusione” del passato sono pari a 40 milioni, continuerà a fare investimenti, oltre ai 18 miliardi già impegnati in Italia per lo sviluppo tra il 2007 e il 2011. “L’azienda ha enormi possibilità di crescita”, ha aggiunto Bernabè, “può competere con successo sui mercati internazionali, come dimostra il fatto che abbia investito 18 miliardi soltanto in Italia, che il debito nello stesso periodo sia diminuito di 8 miliardi e che sia stata mantenuta una importante dimensione internazionale del gruppo, pari al 30% delle attività”. Adesso però, ha insistito Bernabè, che al prossimo consiglio di amministrazione potrebbe proporre un aumento di capitale per 3 miliardi, servono ingenti risorse finanziarie per impegnarsi in un processo di profonda trasformazione, ridurre il costo dei processi operativi e diversificare i modelli di business”. In particolare, devono “essere accelerati gli investimenti in Italia per favorire la migrazione dal rame alla fibra ottica, visto che l’attuale copertura delle reti in fibra è inferiore al 13% contro il 30% dei grandi paesi europei, che presto saranno al 60%”.
Delega fiscale, via libera della Camera
Approvata, in prima lettura alla Camera, la legge delega al governo per la riforma del sistema fiscale. In base al testo a cui Montecitorio ha dato il via libera questa mattina, l’esecutivo avrà 12 mesi di tempo per adottare i decreti legislativi, ma almeno uno degli schemi di decreto dovrà essere deliberato in via preliminare dal Consiglio dei ministri entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore della delega. Tra le previsioni che hanno superato indenni il vaglio dell’Aula, l’art.2 che contiene al suo interno le linee guida per la riforma del catasto. Quest’ultima, quindi, baserà il valore delle abitazioni non più sul numero dei vani ma sui metri quadrati e sul valore di mercato.
E’ stato, inoltre, predisposto il monitoraggio dell’evasione fiscale con l’obbligo, a carico del Mef, di presentare un rapporto annuale sull’economia e sull’evasione sia fiscale, sia contributiva. In base alle modifiche apportate alla Camera poi, le maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione fiscale e all’erosione fiscale dovranno confluire nel Fondo per la riduzione strutturale della pressione fiscale al netto delle spese per ridurre il deficit del debito pubblico e si introduce una nuova disciplina, più garantista per i contribuenti, sull’abuso dei diritto e l’elusione fiscale.
Il governo è stato demandato, inoltre, a delineare una nuova forma di gestione del rischio fiscale e della governance aziendale, la rateizzazione dei debiti tributari, la revisione della disciplina degli interpelli e incentivi sotto forma di minori adempimenti alla compliance fiscale. A cui si aggiunge, poi, anche la delega per la revisione degli adempimenti superflui o che diano luogo a duplicazioni e che risultino di scarsa utilità per l’amministrazione finanziaria.
Giustizia, l’Ue fa gioire il Pdl
Monito di Bruxelles all’Italia per i troppi limiti, soltanto dopo o colpa grave, imposti alla responsabilità civile dei magistrati magistrati che sbagliano. La Commissione europea ha annunciato oggi l’apertura di una procedura d’infrazione contro l’Italia. Lamentando il mancato rispetto da parte del nostro Paese di condanna per la stessa ragione due anni fa, nel 2011, da parte della Corte europea di giustizia. La sentenza è stata salutata dai big del centrodestra, che la considerano motivo e arma in più per cambiare la legge e sancire una maggiore responsabilità civile delle toghe.”La procedura d’infrazione dimostra che nel nostro Paese, ora più che mai, c’è l’urgenza di regolamentare la materia secondo le indicazioni dell’Europa”, ha dichiarato il presidente dei senatori del Pdl, Renato Schifani. “Ci auguriamo che l’importante monito europeo sia di stimolo nei confronti della classe politica italiana per l’introduzione di regole che ci pongano in sintonia con le altre democrazie europee in tema di responsabilità civile”. A Schifani hanno fatto eco Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla camera, Maurizio Lupi, ministro dei trasporti e infrastrutture, e il coordinatore del Pdl, Sandro Bondi, che hanno chiesto al governo di intervenire con urgenza. Mentre Danilo Leva, presidente del Forum Giustizia del Pd, in una nota afferma: “E’ necessario intervenire per eliminare i limiti posti alla responsabilità civile dei magistrati, però non può servire per giochetti politici di parte, deve essere chiaro al Pdl. Si tratta di una questione delicata, tanto più perché qualcuno vuole piegarla a strumento di pressione per non dover sottostare a decisioni sgradite.
Fincantieri, fornitura in Svezia per turbogeneratore da 5 mln
Fincantieri ha firmato un contratto con Tekniska Verken, società svedese che opera principalmente nel settore energetico, per la fornitura chiavi in mano di un turbogeneratore a vapore del valore di oltre 5 milioni di euro. La turbina a vapore sarà interamente costruita negli stabilimenti di Riva Trigoso e verrà installata nel nuovo inceneritore del sito di Garstadverket, che adotta soluzioni tecniche altamente rispettose dell’ambiente. L’impianto, sarà in grado di erogare oltre 20 MW elettrici. Fincantieri fornirà anche altre componenti, tra cui i condensatori che contribuiranno ad alimentare la rete regionale del teleriscaldamento.
Investimenti per l’Hera per 2 mld di € entro il 2017
Investimenti per quasi 2 miliardi di euro concentrati in buona parte sulla filiera delle reti. È quanto prevede il piano industriale al 2017 del gruppo Hera, approvato dal consiglio d’amministrazione della multiutility. Un piano industriale «per mantenere un percorso di crescita, nonostante un quadro esterno per i prossimi cinque anni ancora estremamente severo». Il documento proietta al 2017 un valore della produzione di 5,6 miliardi (rispetto ai 4,7 miliardi del 2012), un margine operativo lordo di 951 milioni (662 milioni nel 2012) e un rapporto fra posizione finanziaria netta e Mol in discesa a 2,9 volte (era 3,3 nel 2012), a conferma del mantenimento di una crescita sostenibile anche dal punto di vista finanziario.
Le banche islamiche del Qatar sono quelle in crescita
Una crescita annuale del 35% nel corso degli ultimi cinque esercizi. E attivi, a fine 2012, pari a 54 miliardi di dollari, che dovrebbero raggiungere i 100 miliardi entro il 2017, secondo le stime di Standard & Poor’s. Le banche che crescono di più al mondo non sono né cinesi né indiane. Sono quelle islamiche del Qatar, il terzo polo bancario del Golfo, dopo Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti. Istituti di credito che rispettano i principi della Sharia, la legge islamica. La condivisione dei rischi e dei profitti tra creditore e debitore; l’obbligo di appoggiare tutte le transazioni finanziarie su un attivo reale, fatto che in teoria esclude il ricorso a prodotti derivati. Insomma, nella finanza islamica non si possono fare soldi dai soldi. Il denaro per crescere deve essere investito in attività concrete e produttive. All’origine del boom delle banche del Qatar c’è però un altro elemento, che si chiama National Vision 2030: si tratta del piano di sviluppo a lungo termine lanciato nel 2008 per diversificare l’economia dell’emirato, troppo dipendente dalle esportazioni di petrolio e gas. Così, tra il 2011 e il 2016 il Qatar ha previsto di spendere fra i 15 e i 18 miliardi di dollari all’anno per finanziare il suo sviluppo nella finanza, nei trasporti, nel turismo. Senza dimenticare che nel 2022 l’emirato ospiterà la Coppa del mondo di calcio, un evento per il quale ha previsto di investire l’esorbitante cifra di 200 miliardi di dollari. Il sistema bancario locale si è imposto come il principale mezzo di finanziamento di questi investimenti colossali, con la conseguenza che, dal 2006, i crediti concessi dalle banche qatariane sono cresciuti del 31% l’anno. Legittimo a questo punto chiedersi se le banche islamiche, una volta che il governo del Qatar avrà rallentato i progetti infrastrutturali, continueranno a crescere a un ritmo così rapido. Difficile crederlo. Con una popolazione di soli 2 milioni di abitanti, molti dei quali espatriati che mantengono il loro conto corrente nel paese di origine, il Qatar non è pronto a vedere il credito ai privati soppiantare quello alle imprese e agli organismi pubblici.
