25 Ottobre 2026, domenica
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Così la camorra metteva le mani sul trasporto di ortofrutta in Campania

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L’Iva della camorra vale tre euro a bancale, più o meno. Circa mille euro a viaggio. Che cosa sarà mai? direte voi. Eppure, è anche per questo che il prezzo di un chilo di mele o di pere o di arance aumenta, dal mercato alla tavola, di oltre il 200 per cento. E si tratta di un costo che viene scaricato interamente sul consumatore, su chi – insomma – quei prodotti li addenta a casa, seduto a tavola.

Un meccanismo perverso emerso nell’ultima inchiesta antimafia in cui i carabinieri di Mondragone hanno arrestato sette persone per associazione mafiosa, finalizzata alla commissione dei delitti d’illecita concorrenza mediante minaccia e violenza, e di fittizia attribuzione di beni, con l’aggravante dal metodo mafioso. A parte un paio di soggetti già noti alle cronache (il boss Giacomo Fragnoli e il suo “assistente” Emilio Boccolato) il resto della combriccola finita sott’inchiesta è formato da autotrasportatori e padroncini che hanno deciso di vendere l’anima al diavolo.

Una scatola vuota che il padrino di Mondragone Augusto La Torre aveva creato una ventina di anni fa per monopolizzare il business e che poi, con la detenzione e il pentimento del boss, è passata in gestione ai nuovi capi assumendo, di volta in volta, varie denominazioni e anche la forma di una cooperativa e di un’agenzia di intermediazione per il trasporto dei prodotti ortofrutticoli.

Insieme, Casalesi e mafia siciliana, hanno sbaragliato non solo la concorrenza lecita, ma anche quella illecita estromettendo le imprese mafiose riconducibili alla cosca ‘ndranghetista dei De Stefano di Reggio Calabria e a quella dei Mallardo di Giugliano in Campania che pure avevano maturato una certa esperienza nel settore. In ballo, c’è il controllo del trasporto della frutta verso i mercati di Fondi (il più grande d’Europa), Giugliano, Pagani e Nocera. Un business da paura.

Camaleontici, così sono descritti nell’indagine del pm Antimafia di Napoli Cesare Sirignano, i gruppi criminali di Caserta. Perché per impadronirsi degli affari e dei territori hanno adottato una strategia di annessione assai articolata. Perché per impadronirsi degli affari e dei territori hanno adottato una strategia di annessione assai articolata. Che solo in ultima istanza prevedeva il ricorso alla violenza. Il passepartout, in questo caso, era un’azienda che si chiama “La Paganese”, nata sotto l’ala protettrice degli Schiavone di Casal di Principe. Si presentava come leader del mercato, ai futuri nuovi clienti, il proprietario Costantino Pagano.

SENTENZA COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE del 03 Ottobre 2013

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In assenza di certezza sul momento del pagamento l’imprenditore non ha diritto al beneficio fiscale

Japan Airlines ordina 31 A350 ad Airbus

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Quando alla conferenza stampa per presentare un accordo commerciale intervengono gli ambasciatori, allora è chiaro che non si tratta di una mera commessa ma di un evento a suo modo storico, con implicazioni politiche. Il gruppo europeo Airbus è riuscito finalmente a spezzare il monopolio della rivale americana Boeing sul mercato giapponese: Japan Airlines ha ordinato 18 A350-900 e 13 A350-100, per un valore di listino di circa 9,5 miliardi di dollari, con una opzione su altri 25 velivoli. È il primo ordine in assoluto proveniente dalla Jal e il maggiore di sempre da parte di una compagnia nipponica. Boeing si è detta “disappointed” per questa decisione, pur “rispettandola»”.

Ma sembrano aver giocato contro la società Usa non solo i recenti problemi al 787 “Dreamliner” ma i ritardi nello sviluppo del modello che sostituirà il 777. Jal inizierà a volare con gli Airbus nel 2019. Con questo maxiordine, il gruppo europeo ha in portafoglio commesse per oltre 750 velivoli della nuova famiglia A350, che inizierà il servizio commerciale l’anno prossimo. Da moltissimi anni la società di Tolosa cercava di contrastare il predominio della Boeing, ma era riuscita a scalfirlo solo in minima parte con qualche intesa nel settore low cost.

Alla conferenza stampa al Grand Hyatt di Tokyo del ceo di Airbus, Fabrice Bregier, e del direttore generale della Jal Yoshiharu Ueki erano presenti – un fatto senza precedenti – l’ambasciatore di Francia Cristian Masset, l’ambasciatore di Germania Volker Stanzel, l’ambasciatore di Spagna Miguel Angel Navarro Portera, l’ambasciatore della Delegazione Ue Hans Ditmar Schweisgut e il ministro dell’ambasciata britannica Julia Longbottom.

Cipolletta: «Dall’aumento dell’Iva, tutto sarà assorbito dai produttori»

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«L’aumento dell’Iva non avrà impatto sui consumi perché sarà assorbita dai produttori preoccupati di non deprimere le vendite. Il problema è la povertà che sta crescendo al punto che oggi il discrimine è tra chi ha un lavoro e chi non ce l’ha. Una disparità che deve essere colmata al più presto». Così Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Università di Trento e del Fondo strategico italiano commenta i recenti provvedimenti del governo in materia fiscale. Partendo dal presupposto che la disoccupazione sta diventando un’emergenza per il Paese e su quella bisogna intervenire al più presto.

Ancora una volta è lo Stato a fare cassa. Sì certo, oggi lo Stato ha bisogno di reperire risorse sia per rispettare i criteri di Maastricht sia per finanziare politiche attive di bilancio come interventi a sostegno dell’occupazione, di chi ha un basso reddito e di chi ha perso un lavoro: chi ha un lavoro deve capire che deve aiutare chi un lavoro non ce l’ha.

Troppo spesso vengono fatti annunci che poi rischiano di cadere nel vuoto. È il caso del programma “Destinazione Italia” il cui obiettivo è di attrarre investimenti in Italia, ma che per essere attuato necessita di una serie di leggi e di regolamenti sostenibili solo da un governo stabile e duraturo. Invece stiamo morendo sui regolamenti: qualsiasi legge ha bisogno dei rispettivi regolamenti attuativi ma che rischiano di tradursi in lacci e lacciuoli. Un esempio è la riforma fiscale del governo Monti: ancora oggi stiamo aspettando le deleghe.

Quanto ancora durerà questa crisi? I primi segnali di ripresa sono previsti già a fine anno. La situazione del credito alle imprese sta migliorando alla luce dei pagamenti della pubblica amministrazione per 11 miliardi. L’industria italiana è una componente forte, con un potenziale di crescita dell’export altrettanto forte e una bilancia dei pagamenti attiva. Quello che manca è il sostegno della politica: chi investe in Italia non sa quale governo ci sarà e fino a quando durerà. Eppure, investire in Italia vale la pena.

ADDIO AL BOLLINO ASSICURAZIONI

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Dal 18 ottobre via al dm che elimina i contrassegni cartacei: rilevamento elettronico della polizza a cura della polizia grazie alla banca dati della motorizzazione

CASSAZIONE PENALE del 04 ottobre 2013

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Utilizzabile anche ai fini della misura cautelare sui beni dell’indagato il metodo dell’accertamento induttivo, che garantisce il contraddittorio con il contribuente

 

SENTENZA LUNEDI’ 07 ottobre 2013 (Causa patrocinata dall’avvocato Gaia Matteini)

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La società che gestisce il parcheggio svolge attività commerciale: comporre la lite spetta al gdp del luogo dove risiede l’automobilista. Irrilevante la sede dell’azienda

 
 

PATTI SEGRETI E ACCCORDI TRASVERSALI CHE GETTANO OMBRE SUI PRESUNTI VINCITORI E VINTI E SUL GOVERNO

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Adesso che, ancora una volta, l’italico vizio di attribuire frettolosamente la patente di vincitori e vinti è stato soddisfatto, possiamo esaminare con più distacco – e possibilmente più acume – la partita che si è giocata in parlamento sulla fiducia al governo. Partita che non è stata solo quella che si è svolta in casa Pdl o tra Letta e Berlusconi, bensì quella, molto più complicata e trasversale, che ha attraversato, con incroci inconfessati, i due partiti e i diversi schieramenti. A quanto risulta a TerzaRepubblica, infatti, Berlusconi si era mosso nella direzione della sfiducia al governo, e conseguenti elezioni anticipate, perché forte di un accordo segreto con una parte del Partito Democratico. E più specificatamente con coloro che, avversando Letta e la neo-democristianizzazione dell’esecutivo e dello stesso Pd, avevano interesse a far saltare il banco.
Qualcuno sostiene che questa convergenza d’interessi si sarebbe estesa anche al voto (segreto) in aula sulla decadenza da senatore di Berlusconi, ultimo baluardo vista l’inevitabilità del voto negativo (per il Cavaliere) in giunta, come è puntualmente successo ieri. Sta di fatto che quell’inedito asse è stato sconfitto prima ancora di manifestarsi dal meno inedito ma pur sempre trasversale asse tra i moderati del Pdl capitanati dai ministri – quelli che, tradendo l’abitudine a pensare padronale, sono stati chiamati (nel migliore dei casi) i transfughi – e la componente lettiana del Pd. Il duo Alfano-Letta, come si è detto semplificando. Cui bisogna aggiungere tutti quelli di Scelta Civica che, di fatto, hanno ormai abbandonato Monti – capitanati da Mario Mauro – e Casini. Ora, a parte l’improponibilità di certi parallelismi storici, è tutto da capire se questo fronte abbia più chance dell’altro di sopravvivere alla congiuntura politica. Certo, il duo Alfano-Letta apparentemente ha vinto, fino al punto da costringere Berlusconi alla penosa retromarcia dell’ultimo minuto (che gli è costata sul piano psicologico più ancora che politico, come ha potuto constatare chi gli ha fatto visita subito dopo il passaggio parlamentare). Ma le incognite sono molte, e non facili da sciogliere. Per esempio, il gruppo capitanato da Alfano (ma non meno da Formigoni e Lupi) riuscirà a reggere al rinculo del Cavaliere, che sta tentando e tenterà di fare di tutto per evitare la disgregazione del Pdl? Perché è evidente che costoro potranno esistere politicamente e contribuire all’ordito della nuova aggregazione trasversale soltanto confermando la scelta di costituirsi come gruppo parlamentare e come partito in modo autonomo e solo se alla base della loro linea politica non c’è più l’adesione incondizionata al bipolarismo. I bookmaker a quanto danno le scommesse su queste due cruciali questioni?

Ma problema non meno pesante è quello che si vive in casa Pd, per ora velato dalla maschera di apparente euforia che tutte le componenti hanno indossato di fronte alla fiducia ricevuta dal governo. Perché dentro al Pd ci sono almeno tre anime più Renzi. Ci sono i lettiani, di stretta e meno stretta osservanza, che sono ringalluzziti dalla fiducia ma preoccupati che Alfano e soci non riescano a tenere. Poi ci sono quelli che volevano la caduta del governo, fregati dal dietrofront di Berlusconi. 

Infine, c’è il tema del governo in quanto tale. È evidente che se si considera il rischio corso, può cantar vittoria. Solo che adesso non ha più alibi. L’epilogo della (mancata) crisi di governo, creando di fatto, dentro le larghe intese, una maggioranza più ristretta, ma sufficiente, che potremmo chiamare di “intese coese”, determina una condizione politica che può – e deve – consentire a Enrico Letta di dare all’esecutivo quella forza decisionale che finora non ha avuto. Non più mediazioni preventive, inevitabilmente al ribasso, ma un “vasto programma” di riforme strutturali che diano un senso all’incontro tra Pd e Pdl, necessitato per ragioni di esito elettorale ma non per questo meno indispensabile per prendere quelle decisioni, anche impopolari, che finora i due poli del nostro sgangherato bipolarismo separatamente non erano riusciti ad assumere. Tanto più necessarie, queste scelte, per via del fatto che la politica nel suo insieme ha toccato il fondo in termini di credibilità popolare, e dunque dare consistenza al governo e lanciarlo verso una vita che vada ben oltre le elezioni europee dell’anno prossimo (diciamo almeno fino al 2015) diventa fondamentale non solo per il bene del paese ma anche per la sopravvivenza stessa di queste forze politiche. Che se fossero andate ad elezioni subito, avrebbero perso altri milioni di voti dopo i 10 milioni di elettori che complessivamente le hanno abbandonate alle ultime politiche, andando incontro all’ennesimo pareggio che le avrebbe costrette a rimettersi insieme per tentare di mettere insieme uno straccio di maggioranza parlamentare.  Ergo, l’unico modo per evitare un destino altrimenti segnato è ora quello di ritrovare le ragioni dello stare insieme – cioè realizzare unite ciò che separatamente le due coalizioni non erano state capaci di fare – e mettere in condizioni il governo di spiccare il volo. Cosa ci sia da fare è arcinoto: smetterla con le scaramucce su questioni marginali come Imu e Iva, per mettere mano ad un vero e proprio piano Marshall di salvezza e rilancio del paese.

Apres nous le deluge (dopo di noi il diluvio) Enrico Letta come Re Sole?

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di Michele Imperio

re sole 2 Leggo sgomento i commenti che ancora i giornali dei gruppi Elkan e De Benedetti fanno sulla recente seduta del Senato in cui è stata respinta la mozione di sfiducia del governo inizialmente propugnata da Silvio Belrusconi e poi respinta con il ripensamento dello stesso Berlusconi, ma con una pesante filippica, del tipo di quelle greche, di Sandro Bondi.

Questi giornali, ancora oggi, scrivono trionfanti: Ha vinto Tizio! Staiamo asfaltando Caio! E’ finita l’era di Caio! Caio si è dovuto sottomettere a Sempronio, il suo ex delfino! Sempronio ha fatto il parricidio! Un giuornlista di questi gruppi editoriali addirittura ha scritto, non ho capito se preoccupato o divertito: Il vero sconfitto della battaglia non è Caio! E’ Mevio! Il quale ore dovrà aspettare il 2015. E qualcuno ancora ha scritto: Però ci penseranno i grillini a riportare in gara Mevio! Perché essi nel segreto dell’urna voteranno contro la decadenza di Berlusconi come senatore, daranno la colpa al P.D. e quindi queto farà cadere il governo e conseguentemente interromperà la legislatura!

Mi chiedo: ma siamo impaziti?

Ma come! il nostro paese sta srpofondando nel default e i nostri giornali si interessano se in base al voto di giovedì scorso ha vinto Tizo, ha perso Caio o ha perso Mevio!

E poi che significa per qeusti signori vincere o perdere?

Forse costoro dimenticano la sorte che la storia riserva a chi si mette alla testa di una classe dirigente di un paese problematico e si mostra poi incapace di risolvere questi problemi! La reazione del popolo in questi casi è peggio che una slavina, che un evento tellurico, che un uragano americano!

Io in questo momento non mi vorrei trovare nei panni di Enrico Letta. Perchè indubbiamente dopo il voto di giovedì scorso la sua posizione si è rafforzata, ma questo signore mi pare assolutamente incapace di dare soluzione anche a uno dei gravi problemi che affliggono il nostro paese e quindi più si rafforzerà la sua posizione più si aggraverano i problemi, più egli verrà odiato dal popolo.

letta renziNella migliore delle ipotesi (ossia nella ipotesi che non si sia venduto) Enrico Letta è di quelli che vogliono restare nel’euro,che si sentono sottomessi al vincolo esterno (ce lo chiede l’Europa come facciamo a dire di no?) che sogna due eventi che non si realizzeranno mai: gli Stati Uniti d’Europa e gli eurobond garantini dalla Germania. E’tra quelli che ancora non hanno capito che il vero intento dell’euro è quello di togliere la sovranità agli stati nazionali per mettere il potere in mano ai banchieri ossia a persone che non sono chiamate a rispondere di ciò che fanno, perché non sono elette dal popolo e eprchè lavorano nell’ombra. L’euro è diventato lo strumento di questo passaggio di potere. E tutto questo sta avvenendo con l’appoggio di giornali di settori editoriali ben individuati come per esempio in Italia i settori editoriali facenti capo ad Elkan e a De Benedetti oppure in Gran Bretagna i settori editoriali facenti capo ai Rotsdchildt (come Economist e Financial Time), i quali esaltano e riveriscono questi soloni dell’euro.

elkan Diceva Napoleone: temo di più tre giornali che centomila baionette. Vero, però attenzione che quando la gente capisce quante balle raccontano i giornali di Elkan e De Benedetti e si stufa di credere, potrebbe passare alle baionette Se va avanti questa morìa di aziende e s’allarga la disoccupazione, non è una evenienza così impensabile. E chi pagherebbe per primo è Enrico Letta. Non lo dico io, è la storia che lo insegna. de benedetti

calonneVerso la metà del 700 il debito publico in Francia aumentò fino a 80 milioni di livres e Luigi XV re sole affidò il ministero delle Finanze a Charles Alexandre de Calonne.
Il nuovo ministro pensava di riorganizzare le spese del Reame coinvolgendo tutte le classi sociali. Si trovava però di fronte ad una situazione disastrosa: le entrate del 1783 erano state inferiori del previsto e in parte già spese per pagare sia la macchina burocratica che i titolari degli assegni statali emessi negli anni precedenti (i BOT). Calonne decise allora di aumentare il costo del denaro e immettere sul mercato titoli nuovi per attirare investitori, incentivare l’economia con il finanziamento di opere pubbliche e la creazione di porti franchi per facilitare il commercio. Calonne fece della spesa la sua dottrina e dopo aver saldato i debiti trattò gli acquisti dei castelli di Rambouillet e Saint Cloud per i sovrani e attinse anche al Tesoro di Stato per concedere centinaia di vitalizi ingiustificati ad amici e sostenitori del Re. Le spese continuarono a crescere come pure il debito pubblico che ormai rappresentava il 50% del bilancio statale: le spese di corte, sebbene fossero il 6% (più un 2% per i vitalizi) erano quelle più appariscenti e impopolari.
Nel 1786, Calonne apprese con stupore di non poter più ottenere prestiti sui quali si era basata per buona parte la sua economia. Capì che la bancarotta si sarebbe potuta evitare solo tassando di nuovo tutte le classi sociali. Presentò al re la sua idea, venendo però aspramente criticato dalla nobiltà e dal clero: era chiaro che l’eguaglianza in fatto di tasse avrebbe poi sicuramente portato all’eguaglianza civile. Luigi XVI esitò a varare questa e altre riforme. L’’Assemblea dei Notabili, da canto suo si oppose alle proposte di Calonne. Formata principalmente da persone privilegiate (la casta) vedeva in quelle riforme delle leggi che avrebbero danneggiato certi interessi. Il 4 aprile 1787, il presidente dell’Assemblea, l’arcivescovo Loménie de Brienne, si presentò da Maria Antonietta chiedendo la destituzione di Calonne e richiese il ministero per sé ma ormai la Francia era sull’orlo della bancarotta.
après nous le déluge.(dopo di noi il diluvio) disse a Madame de Pompadour ) per sollevare il morale di Luigi XV, suo amante. E sappiamo tutti poi come andò a finire (rivoluzione francese, ghigliottina, Robespierre, restaurazione).

napolitanoNel 2011 in Italia il deficit aumentò fino a 1.900 miliardi di euro e il governo vanne assegnato da Giorgio Napolitano a Mario Monti primo ministro non eletto dal popolo .
Il nuovo primo ministro pensò di riorganizzare le spese del Reame (Italia) e saldare i debiti di evasione, sperpero e quant’altro coinvolgendo tutte le classi sociali. Si trovava però di fronte ad una situazione disastrosa: le entrate del 2011 erano state inferiori del previsto e in parte già spese per pagare sia i debiti di Bot e CCT, sia la macchina burocratica che i titolari degli assegni statali emessi negli anni precedenti. Mario Monti decise così di aumentare il costo del denaro (aumentando l’inflazione con nuove tasse) e immettere sul mercato titoli nuovi per attirare investitori, incentivare l’economia con il finanziamento di opere pubbliche e la creazione di porti franchi per facilitare il commercio. E aggiunse che quasi la crisi era alle spalle. Ma Mario Monti fece della spesa la sua dottrina: dopo aver saldato i debiti e fatto scendere un po’ lo Spread trattò sulle spese per l’IMU e attinse anche al Tesoro di Stato per concedere centinaia di vitalizi ingiustificati agli amici e sostenitori (banche, Monte dei Paschi casta-politica, ecc). Le spese continuarono a crescere come pure il debito pubblico che ormai rappresentava il 120% del bilancio: le spese della casta politica, sebbene fossero il 6% (più un 2% per i vitalizi) erano quelle più appariscenti e impopolari.

mario monti Nel 2012, Mario Monti apprese con stupore di non poter più ottenere prestiti sui quali si era basata per buona parte la sua economia visto che – contrariamente alle sue previsioni il PIL continuava a scendere eil debito sdontinuava a salire. Capì che la bancarotta si sarebbe potuta evitare solo tassando in modo equo tutte le classi sociali. Presentò al popolo la sua idea, venendo però aspramente criticato dalla casta e dal clero: era chiaro che l’eguaglianza in fatto di tasse avrebbe poi sicuramente portato all’eguaglianza civile. Mario Monti ancora attaccato allo status quo come lo aveva sempre conosciuto esitò a varare questa e altre riforme che sarebbero state discusse alla camera. L’Assemblea si sarebbe tenuta a Roma, ma venne rinviata a causa dei bisticci politici.. L’Assemblea si oppose alle proposte di Monti. Formata principalmente da persone privilegiate era naturale che si opponessero a riforme che avrebbero danneggiato i loro interessi. Il 23 aprile 2012, il presidente della confindustria, Marcegaglia, si presentò da Elsa Fornero chiedendo la destituzione di Monti. Ma questa mossa mnon bastò. ormai L’Italia e l’Europa tutta erano in bancarotta.

A Mario Monti, sempre per volontà di Giorgio Napolitano e sempre senza elezione del popolo, successe Enrico Letta il quale finse di togliere l’IMU, aggiunse un punto di Iva, aumentò ulteriormente il costo della benzina, cominciò a svendre Eni, Enel eFinmecanica, pensando fra sé e sé: après nous le déluge.(dopo di noi il diluvio).
Già dopo di lui o insieme a lui e travolgendo anche lui?

Michele Imperio

Come prevenire i rischi di corruzione già nella scelta degli impiegati

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Il Tar del Lazio ritorna sui requisiti morali per l’accesso al pubblico impiego, affermando che se il bando di concorso limita la valutazione dei requisiti a pochi e precisi elementi, l’amministrazione non può invocare integrazioni postume della lex specialis per garantire una maggiore tutela all’immagine pubblica dell’amministrazione.

I rischi di corruzione nella pubblica amministrazione sono sempre in agguato. Per questa ragione la prevenzione pare un rimedio più opportuno, oltre che sicuramente più efficace, rispetto alla cura successiva ad un evento e ad un danno già verificatosi. Occorrono pertanto previsioni chiare e precise, che non lascino spazio a rischi di corruzione che espongano le amministrazioni a danni di un’immagine, già ben lontana dall’utopistica casa di vetro.
In una recente sentenza in tema di esclusione da concorsi pubblici, la n. 6490 del 1° luglio 2013, il Tar del Lazio ha evidenziato come le previsioni del bando, di stretta interpretazione, possano lasciar ben poco spazio alla discrezionalità amministrativa nella valutazione dei requisiti per la selezione dei propri funzionari.

La vicenda riguarda l’Agenzia delle Entrate e il concorso, da questa bandito, per l’assunzione a tempo indeterminato di 220 unità per il profilo professionale di assistente per attività amministrativo-tributaria. La lex specialis espressamente prevede, tra i requisiti di ammissione, il “non avere procedimenti penali in corso che impediscano, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia, la costituzione del rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione”. Ebbene l’Agenzia fiscale ha escluso dalla procedura competitiva un candidato che aveva già superato sia la prova attitudinale, sia la prova orale. 
Tra gli (insufficienti, sebbene condivisibili) argomenti forniti dall’amministrazione vi è la necessità di requisiti morali di condotta ineccepibili, non riscontrabili nel candidato escluso, a carico del quale risultano pendenti due procedimenti penali per truffa e falsità in scrittura privata e per associazione a delinquere. Secondo l’Agenzia delle Entrate “la gravità dei fatti contestati e la circostanza che si tratti di più capi di imputazione relativi a diversi procedimenti penali, nonché la delicatezza dei compiti affidati ai dipendenti dell’Agenzia e la connessa necessità di preservarne l’immagine pubblica non consentono l’assunzione di personale la cui situazione soggettiva non appaia compatibile con le esigenze istituzionali dell’Amministrazione”. 
Al fine di supportare l’esigenza di salvaguardare l’immagine e il corretto svolgimento del compito istituzionale affidatole, l’Agenzia fiscale integra, nella motivazione del provvedimento di esclusione del candidato, la disciplina del bando di concorso con una norma del regolamento sull’accesso agli impieghi nella PA (art. 2, comma 5, del Dpr n. 487/1994). Ai sensi della norma richiamata, il requisito della condotta e delle qualità morali stabilito per l’ammissione ai concorsi nella magistratura viene richiesto per le assunzioni, comprese quelle obbligatorie delle categorie protette, presso la presidenza del Consiglio dei ministri e le amministrazioni che esercitano competenze istituzionali in materia di difesa e sicurezza dello Stato, di polizia e di giustizia. Solo in fase giudiziale la difesa erariale puntualizzerà, sebbene con i limiti che si vedranno nel prosieguo, che l’Agenzia delle Entrate rientra tra le amministrazioni che esercitano competenze istituzionali in materia di polizia e di giustizia, in quanto svolge attività di polizia tributaria, come le attività di accertamento e verifica fiscale. 
Tale integrazione si desumerebbe, secondo l’amministrazione resistente, sia dalla previsione, di cui allo stesso bando di concorso, che prescrive l’indicazione anche dei carichi pendenti nella domanda di partecipazione al concorso, sia dal fatto che, a seguito della riforma del procedimento disciplinare (ex art. 68 del Dlgs n. 150/2009), è possibile avviare quest’ultimo anche prima della conclusione del procedimento penale, laddove emergano elementi sufficienti per irrogare una sanzione disciplinare.

Invero tali argomentazioni non sono apparse al giudice amministrativo né sufficienti né fondate.
Già con l’accoglimento della domanda cautelare, il Tar, sulla base del testo della lex specialis, non ha attribuito alcun valore alla mera pendenza di un procedimento penale, precisando che nello svolgimento della procedura concorsuale si deve far riferimento alla sola sussistenza di sentenze di condanna, sia pure non definitive. Non solo.

Il Collegio conferma la propria posizione anche in sede di merito. Preliminarmente il giudice riafferma la stretta interpretazione delle clausole dei bandi di concorso per il pubblico impiego sui requisiti di partecipazione, che dunque si sottraggono ad operazioni ermeneutiche che ne estendono la portata applicativa. Proprio sulla base di tale consolidato orientamento e in virtù del principio di presunzione di non colpevolezza dell’imputato fino a condanna definitiva ex art. 27, comma 2, Cost., “la regola generale in materia di concorsi pubblici preclude la partecipazione di coloro che siano esclusi dall’elettorato attivo politico e coloro che siano stati destituiti o dispensati dall’impiego presso una pubblica amministrazione” ex artt. 2 del Tu n. 3/1957 e 2 del Dpr n. 487/1994, “non essendo di per sé rilevante la mera pendenza di un procedimento penale, salve specifiche previsioni di singoli ordinamenti”. 

Pertanto, già con il bando di concorso l’amministrazione ha vincolato le proprie valutazioni, limitandole ai soli fatti già accertati con sentenze penali di condanna ancorché non passate in giudicato o di patteggiamento.

Come si è visto l’amministrazione, per sopperire ad una lex specialis dalle maglie troppo larghe per garantire l’inattaccabilità della propria immagine pubblica, ha fatto ricorso ad un’integrazione postuma del bando con il rinvio al Dpr n. 487/1994. 
Il Tar, sebbene ribadisca, anche in sede di merito, l’inapplicabilità della previsione (invocata dall’Agenzia delle Entrate) di cui all’art. 2, comma 5, del Dpr n. 487/1994, sostiene che il provvedimento impugnato sarebbe comunque illegittimo per carenza di motivazione. 

Il Collegio continua affermando che conformemente all’obbligo di motivazione di cui all’art. 3 della legge sul procedimento amministrativo, l’amministrazione avrebbe dovuto non solo richiamare espressamente, già nella motivazione del provvedimento censurato, l’art. 2, comma 5, del Dpr n. 487/1994, ma anche specificare i presupposti di fatto posti a fondamento del giudizio di insussistenza del requisito della condotta incensurabile. Tali presupposti, infatti, non possono esaurirsi in un generico riferimento alla “gravità dei fatti” contestati in sede penale e alla “particolare delicatezza dei compiti affidati al dipendente dell’Agenzia”, ma implicano un giudizio sulla colpevolezza che va necessariamente e sufficientemente motivato. 

Ancora il giudice censura il provvedimento sotto il profilo della motivazione in quanto il riferimento al Dpr n. 487/1994 non risulta finalizzato al concorso in questione. Più precisamente, il suddetto richiamo al regolamento per l’accesso agli impieghi della PA, sebbene errato, non risulta (comunque) giustificato adeguatamente dalla natura dell’attività, non meglio specificata, che i 220 assistenti per attività amministrativo-tributaria, di cui alla procedura in questione, saranno chiamati a svolgere, e che è stata genericamente definita di polizia tributaria da parte della difesa erariale.

Il Tribunale amministrativo, dunque, bacchetta l’Agenzia delle Entrate che in modo troppo superficiale ha disposto l’esclusione del candidato, da un lato motivando l’esclusione solo tardivamente ed in modo del tutto insufficiente, dall’altro lato con un richiamo ad una norma non applicabile all’Agenzia fiscale.
Pare il caso di sottolineare, tuttavia, che le preoccupazioni dell’Agenzia delle Entrate sono legittime e fondate su una più che condivisibile idea di salvaguardare l’immagine dell’amministrazione e tenerla lontana da corruzione, e perfino da un pericolo di corruzione. Nondimeno ciò può esprimersi in una cieca o approssimativa attività discrezionale.