Infrastrutture, costruzioni, meccanica strumentale ed energia: questi i settori di punta su cui Sace sta attualmente lavorando nella regione caucasica (Armenia, Azerbaigian e Georgia), per un valore totale di 300 milioni di euro. Lo ha annunciato oggi il gruppo assicurativo-finanziario italiano sbarcato a Baku dopo una due giorni di incontri tecnici in Georgia, in occasione della missione di sistema organizzata da Ice e Confindustria in Azerbaigian. Iniziative che confermano la crescente attenzione verso una regione a elevato potenziale di business, sia per le imprese di dimensioni più grandi sia per le pmi. Oltre alla collocazione geografica strategica e alle abbondanti riserve energetiche, l’area caucasica offre infatti un business climate in costante miglioramento, grazie alla ritrovata stabilità politica e al successo delle misure di consolidamento macroeconomico, preparandosi a generare considerevoli margini di crescita per l’export italiano in una gamma di settori diversificata: non solo nei comparti a medio-alta tecnologia, ma anche nel manifatturiero (le cosiddette tre A del Made in Italy tradizionale: abbigliamento, alimentari, arredamento) e nei servizi, in particolare il turismo.
Il futuro nell’impresa sociale
Quello di Vincenzo Manes è un profilo sicuramente originale. Laureato con lode alla Luiss, vissuto in America, paese che ha saputo capire e amare, è un uomo di business, capace di coniugare concretezza e idealità, progetto e utopia. Amministratore delegato di Intek Group (3,5 miliardi di fatturato con circa 8.000 dipendenti), Manes ha voluto creare A place in Italy (un posto in Italia), che si chiama Dynamo Camp, fiore all’occhiello della Fondazione Dynamo di cui è presidente, realtà unica in Italia in cui viene applicato il modello del Venture Capital al “no profit”. Il Dynamo Camp ospita più di mille bambini dai 6 ai 17 anni in terapia o nel periodo di post ospedalizzazione, un’oasi che serve a ritemprare il corpo e lo spirito, a ritrovare allegria, serenità e fiducia per riprendere il cammino, in un parola per andare “oltre” la malattia. «Amo l’America – ci dice −, ma sono anche straordinariamente legato alla mia terra, dove si possono fare cose straordinarie a dispetto della negatività, di questa cappa pesante che si chiama crisi e che sta bloccando tutte le nostre potenzialità, umane prima che professionali». Comincia da qui la nostra conversazione, da questo difficile bilanciamento virtuoso che qualsiasi uomo di pensiero, sia esso politico, manager, o imprenditore deve saper trovare tra l’ideale e il reale, il sogno e la capacità di smuovere l’esistente per migliorarlo. Se è dunque vero che ogni generazione ha avuto una “terra promessa”, sembra che quella cui appartiene Manes l’abbia trovata, in un angolo della Toscana, dove finalmente appare possibile scommettere…
Presidente, la Fondazione Dynamo è stata per lei prima di tutto una sfida, una risposta al desiderio di operare nel sociale. In Italia questo modo di fare impresa è poco conosciuto e ancor meno praticato. Cosa si intende per impresa sociale?
La definizione di impresa sociale contiene molte cose al suo interno. Al di là della codificazione ufficiale contenuta nel dettato legislativo, a me interessa l’accezione più vasta. Qualsiasi forma organizzativa che si occupa di temi che hanno un impatto sulla vita di ogni giorno è una impresa sociale. Una Onlus piuttosto che una Fondazione o un ente morale, la forma giuridica è relativamente importante, l’aspetto cruciale riguarda la sostenibilità della struttura che non può basarsi su un unico cliente e la capacità di assicurare ricavi ripetibili e misurabili nel tempo. Per questo occorre un management adeguato agli obiettivi che si vogliono perseguire.
Nella esperienza della Fondazione Dynamo esiste una correlazione tra impresa sociale e venture philanthropy. Cosa vuol dire in concreto?
Vuol dire sfruttare tutte le competenze manageriali, in termini di innovation, capacità di relazione, che sono tipiche del venture capital per sviluppare la filantropia. Attenzione però: quando parlo di filantropia non intendo la donazione di soldi senza una precisa finalità. Per questo insisto sulle competenze e sulla qualità dell’organizzazione, altrimenti il salto di qualità dallo spontaneismo episodico alla dimensione strutturata non riusciremo mai a compierlo. La Fondazione Dynamo è il risultato di un percorso evolutivo dal venture philanthropy alla dimensione di una holding di imprese che operano nel sociale.
Come nasce la Fondazione Dynamo?
Operiamo dal 2000, la spinta iniziale viene dagli Usa, paese che ho amato e in cui ho vissuto. Volevo ricreare in Italia l’atmosfera e il sapore dell’esperienza negli States. La prima spinta è sempre emotiva, ho poi razionalizzato e dato forma a un desiderio. In America, come è noto, esiste un sistema di organizzazioni “no profit”: ospedali, università, che sono gestite dai privati in maniera perfetta, con effetti benefici sull’ambiente in termini di pensiero, fiducia, progettualità. Dove non arriva lo Stato arriva insomma il privato sociale che interviene su alcune esigenze precise. Credo che su questo abbiamo molto da imparare, tenendo presente che dedicarsi a queste attività significa, in un certo senso, fare anche “politica”.
In un momento di grande deficit come questo chiamare in causa la politica non è cosa da poco. Dobbiamo pensare che l’impresa deve svolgere un ruolo di supplenza?
Non intendo questo. La politica deve esserci e fare il suo mestiere. L’impresa sociale può essere semmai di aiuto, di supporto. In una visione autenticamente liberale, che è quella che prediligo, operare nel contesto economico e ambientale significa migliorare la collettività, far lavorare la gente, sfruttando finalmente il capitale umano e intellettuale che continuiamo a disperdere.
Quale messaggio arriva da Dynamo Camp alla community degli investitori e più in generale all’opinione pubblica?
Il primo aspetto riguarda gli effetti positivi sui bambini che ospitiamo. A place in Italy, un posto dove è possibile… è il secondo aspetto o messaggio… Chiunque viene a visitare la Fondazione Dynamo mi ripete: non sembra di stare in Italia. Eppure non è così. Nonostante la crisi, la burocrazia, le difficoltà economiche, quest’anno avremo 1.173 bambini, seguiti da 50 persone, che diventano cento stagionali. In più va detto che stiamo crescendo, quindi siamo pure in contro-tendenza.
Da come parla, sembra che la crisi più che un ostacolo l’abbiate vissuta come un’opportunità. È una lettura corretta?
Le motivazioni fanno la differenza. In un’impresa “normale” a mio avviso non si riscontrano motivazioni così alte. Quando si riflette sulla recessione, dimentichiamo che la radice del nostro declino è prima di tutto morale. Abbiamo perso la voglia e la capacità di credere nel futuro, di progettare e di sperimentare. Credo sia questo l’aspetto più delicato.
Eppure grandi pensatori da Amartya Sen a Muhammand Yunus hanno offerto una prospettiva diversa parlando di economia del dono, di capitale sociale, sottolineando quanto l’etica può aiutare il business. È possibile che non abbiamo compreso nulla da questi insegnamenti?
Ognuno sembra avere una soluzione in tasca per risolvere questa crisi. Una cosa è certa: appaiono inutili le misure tradizionali, vano risulta anche aspettarsi qualcosa dagli altri. Dobbiamo farcela da soli. Occorre ripensare tutto. Le imprese sociali possono aiutarci a uscire dall’empasse. Sul “Corriere della Sera”, attirandomi molte critiche, ho proposto di applicare una tassa per la ricchezza non sulla ricchezza. Basterebbe tassare l’1% delle ricchezze finanziarie, per ottenere trenta miliardi che andrebbero a finanziare interventi nel sociale. Quella di cui parlo si configurerebbe come una sorta di Iri/sociale, un progetto paese, concreto, finalizzato ad affrontare tutti i grandi problemi che ci affliggono. In Sud Corea hanno fatto qualche cosa di simile, hanno messo insieme una Fondazione per aiutare la gente che aveva perso il posto di lavoro, risollevando cinque milioni di persone da uno stato di semi-povertà. Al nostro paese non servono manovrine, o piccole operazioni col cacciavite.
Dobbiamo concluderne che l’etica sta rientrando a pieno titolo nel business mutandone profilo e regole?
Non credo e non sono neanche favorevole ad aprire dibattiti astratti sul tema etico, che non ci porterebbero a nulla. Il problema è semmai ancora una volta politico. Lo fa vedere molto bene Philippe Kourilsky nel suo Manifesto dell’altruismo (Codice edizioni n.d.r.). L’idea del capitalismo altruista può essere autenticamente innovativa. Formare una maggioranza intorno a valori morali costruttivi può essere una bella impresa politica. Si tratta di una posizione che si concilia con una equilibrata concezione liberale. Libertà significa anche assicurare benessere. Migliorare le condizioni dell’altro aumenta la nostra sicurezza e la nostra sfera d’azione. Se fuori non ci sono le bidonville, se riesco a rimuovere povertà e sofferenza, sarò più libero di coltivare il mio progetto di crescita e di affermazione umana e professionale. Sembra abbastanza intuitivo, peccato che le verità che abbiamo sotto gli occhi, per ragioni in larga parte ancora insondabili anche per i filosofi, diventano invisibili.
Ecco come gli italiani evadono le tasse
Come ti evado il Fisco. Nonostante agli italiani non manchi la fantasia per aggirare l’appuntamento con l’esattore – all’appello come noto mancano 130 miliardi l’anno di imponibile – il decalogo compilato dall’Unità di informazione finanziaria nel Rapporto 2013 è forse il primo compendio ufficiale di un’arte così spiccatamente tricolore.
Sia chiaro, lo scopo perseguito dall’Autorità antiriciclaggio va in tutt’altra direzione – cioè studiare e svelare i comportamenti “spia” dell’evasore tipo – forti del fatto che dallo scorso anno anche il Gafi (l’Antiriciclaggio internazionale) ha inserito l’evasione fiscale tra i cosidetti “reati presupposto” del lavaggio di denaro. In ogni caso, la radiografia dell’evasore-medio che esce dalle segnalazioni fatte dalle banche è davvero completa, e soprattutto autorevole.
Fra le operazioni anomale spicca l’utilizzo strumentale di conti correnti personali per veicolare movimentazioni riferibili invece all’azienda: in sostanza, dirottare parte del “fatturabile” sui conti di familiari e parenti stretti. Non meno frequente il valzer di denaro fra persone fisiche e giuridiche collegate (socio/società; proprietario/azienda etc), e ancor di più il flusso di contanti sui conti aziendali è, secondo l’Uif, un indicatore classico di “nero”. Più evoluto e spesso più efficace è il ricorso all’interposizione fittizia di prestanome per diradare nelle nebbie i titolari effettivi dei fondi movimentati, mentre è un classico ormai “popolare” – cioè a portata di tutti – la falsa fatturazione per prestazioni mai eseguite. Se si ha un bravo consulente con un piede all’estero ecco spuntare intrecci commerciali con controparti basate in paradisi fiscali.
Molte le anomalie, ancora, registrate dall’Uif su strane operazioni in conto corrente costruite in realtà per reinvestire i fondi “rientrati” (ufficialmente anonimi, ufficiosamente molto meno) con l’ultimo scudo fiscale.
Riina-Di Matteo: fu vera minaccia o fu messaggio?
Pare che Totò Riina abbia detto a gran voce nel Carcere di Opera a Milano che Nino Di Matteo il giudice palermitano che si occupa del processo Mafia-Stato debba morire e con lui tuti i Magistrati che si occupano di questo stesso processo. E questo perchè lo stanno facendo “impazzire”.
Credo che Riina abbia voluto lanciare due messaggi con queste parole uno allo stesso Di Matteo perchè rafforzi sua la scorta e prevenga quindi ogni rischio, l’altro al segmento politico che effettivamente gli ha richiesto questo attentato volendo dire a esso che sarebbe da pazzi eseguire – oggi – un nuovo attentato come quelli che si fecero a suo tempo contro Giovanni Falcone a Capaci e contro Paolo Borsellino in via D’Amelio.
Le ultime indagini ci dicono che Riina nel 1992 fece in nun primo tempo resistenza quando fu comandato di assassinare Giovanni Falcone.Bernardo Provenzano non ne volle proprio sapere forte del suo assioma che “il giudice Falcone avrebbe fatto più danni da morto che da vivo”. Vito Ciancimino , proiezione politica di Bernardo Provenzano rimase sorpreso dall’attentato. Non ne sapeva niente. Comunque che Riina volesse assassinare Giovanni Falcone prima, non ne seppe mai niente nessuno tanto è vero che Giovanni Falcone in un primo momento, a marzo 1992, doveva essere assassinato in un ristorante romano chimato “Il Matriciano” dove andava a managiare da solo senza nemmeno essere accompagnato dalla scorta, tanto era coperto dall’omertà l’intento omicida. Quindi il fatto che adesso Riina invece faccia sapere a tutti non depone certamente per la serietà dell’impegno.
Ci fu un altro caso in passato in cui Riina vole sottrarsi all’impegno di assassinare Giovanni Falcone E fu nel 1989 in occasione del commissionato attentato dell’Addaura. 
In quella occasione Riina simulò di voler eseguire l’attentato. In realtà fece avvertire direttamente Giovanni Falcone del pericolo che stava per subire. Infatti il giorno prima dell’attentato dell’Addaura Falcone inerrogò in carcere Leonardo Greco e questi gli disse testualmente: “Dottore! Lei è troppo abbronzato! Tradotto: non andare all’Adduara.
Poi Riina fece allertare Bruno Contrada il quale a sua volta allertò gli agenti segreti Emanuele Piazza e Antonino Agostino che si stava per consumare l’attentato a Giovanni Falcone sull’Addaura. Piazza e Agostino disinnescarono l’ordigno che uomini di Riina avevano poco prima appoggiato sugli scogli.
L’attentato dell’Addaura non fu preceduto da alcuna riunione della Commissione e gli agenti Antonino Agostino e Emanuele Piazza furono successivamente assassinati da esponenti dei Servizi Segreti e non da Cosa Nostra.
E’ emerso a distanza di anni dalle indagini che in ordine alla decisione di assassinare Giovanni Falcone il Sisde si spaccò: metà era favorevole, metà era contrario. Lo stesso Falcone dopo l’attentato disse: “Il mio attentato avrà riflessi politici!”. E difatti pochi mesi dopo Antonio Gava revocò l’appoggio a Ciriaco De Mita, De Mita cadde come presidente del Consiglio e Giovanni Falcone fu nominato Procuratore Aggiunto della Procura di Palermo.
L’indagine sulla trattativa infastidisce particolarmente alcuni Magistrati e alcuni segmenti politici.
Secondo i risultati di un’indagine condotta da Pierluigi Vigna nel 1993 e poi affossata da Fabio Salomone sostituto procuratore bresciano di origini siciliane, di cui adesso dirò, nel 1984 i Magistrati milanesi Armando Spataro, Francesco Di Maggio e Alberto Nobili (quest’ultimo marito del noto Magistrato Ilda Boccassini) avevano concordato con Cosa Nostra la copertura e al protezione dell’Autoparco Milanese una grande struttura mafiosa centro di smistamento dei traffici di armi e di droga di tutto il Nord Italia per un volume d’affari calcolato in 800 milioni di vecchie lire la giorno. Francesco Di Maggio posto benchè giovanissimo ai vertici della Procura della Repubblica di Milano da Francesco Saverio Borrelli era parente di Angelo Siino membro della cupola degli appalti siciliana. Qualche anno dopo il CSM trasferì da Agrigento a Brescia il giudice Fabio Salomone fratello di Filippo Salomone imprenditore siciliano anche lui come Siino membro dela Cupola degli Appalti siciliana e per questo condannato a sei anni di reclusione diversi anni dopo il 1992. Anche Fabio Salomone come già Francesco Di Maggio fu posto praticamente ai vertici della Procura della Repubblica di Brescia quella che giudica su presunti reati commessi da Magistrati di Milano e ancor oggi è incredibilmente Procuratore reggente di quella Procura.
Secondo alcuni storici (purtroppo non si può ancora parlare di conclusioni certe dal punto di vista giudiziario) la Cupola degli Appalti Siciliana (in cui c’erano sia Angelo Siino che Filippo Salomone) commissionò le stragi di Capaci e di via D’Amelio dopo che Falcone nominato Superprocuratore Antimafia era diventato troppo pericoloso per questa organizzazione composta da imprenditori, mafiosi, Magistrati e uomini politici e dopo che Borsellino aveva ormai capito tutto. Non è certamente un caso che il telecomando per la strage di Capaci fu passato a Cosa Nostra da agenti segreti (Cataffi e Gullotti) alle dirette dipendenze del giudice Francesco Di Maggio il quale potrebbe essere anche il corvo del 1989, essendo a quell’epoca vice alto commissario per la lotta alla mafia. Nè è un acaso che quando Falcone si fece nominare Procuratore nazionale Antimafia il Magistrato milanese Armando Spataro gli scrisse una lettera di fuoco piena di minacce e pubblicamente disse: “Falcone ha fatto una ferraglia (riferito alla Direzione Nazionale Antimafia) e ora vuole anche guidarla lui! Di Ilda Boccassini (moglie di Alberto Nobili) è noto ormai a tutti l’impegno depistatore dopo che si trasferì appositamente da Milano a Caltanisetta per depistare (e spiare) le indagini sulla strage di via D’Amelio.
Questa trattativa Magistrati-mafiosi-imprenditori-politici inizialmente si svolse all’insegna dell’alleanza Riina-Martelli-Gardini. consacrata nel 1985, con l’attentato di Pizzolungo (tentato omicidio del giudice Carlo Palermo) . Ma nel 1991 Martelli e Gardini furono convinti a staccarsi dai socialisti e ad accordarsi con la Sinistra Democristiana.
Probabilmente a Claudio Martelli fu promessa la presidenza del consiglio dei ministri a Raul Gardini il rientro in Enimont, a Riina di diventare un uomo d’onore di livello internazionale.
Però poi il papello fu recapitato a Mancino e Rognoni. Questo significa che il comando di Cosa Nostra era passato a esponenti della Sinistra Democristiana che sono poi le stese persone che hano gestito epr decenni il CSM.
Ecco perchè l’indagine sulla trattativa mette in grande imbarazzo alcuni Magistrati-Santoni e il segmento politico della ex Sinistra Democristiana. E’ questo segmento politico che ora potrebbe volere l’attentato a Nino Di Matteo sia per stroncare l’indagine sulla trattativa sia per scongiurare l’elezione a presidente della repubblica di un esponente politico di fede andreottiana come Franco Marini e favorire invece l’elezione di un ex Magistrato che non dico che è stato accondiscendente ma che quanto meno ha dimostrato di voler dialogare con certi centri di potere che – forse – sono stati anche loro vicini alle stragi e che potrebbe generare un asse P.D.-grillini.
Di attentato a Di Matteo stranamente dsi aprla ogni volta che siavvicinano nuove elezioni dle rpresidente della Repubblica. E questo è uno di quei momenti eprchè se decade Siulvio Berlusconi e viene sfiduciato Enrico Letta si dimette Giorgio Napolitano e quindi si va a nuove lezioni dled Presidente della Republica
Ma sia Riina che Gardini furono mal ripagati dell’impegno profuso per le stragi: Riina fu arrestato a gennaio 93 e Gardini fu assassinato a luglio 1993. In pratica l’accordo di quei socialisti traditori e di Riina con la Sinistra democristiana si rivelò una trappola. Per questo dico che Riina, se è stato di nuovo richiesto di assassinare un Magistrato in un omicidio eccellente, preferisce – intelligentemente – prevenire e rendere impossibile la cosa piuttosto che darvi esecuzione, così come già fece in occasione del fallito attentato dell’Addaura.
Michele Imperio
16-17 Novembre 2013 Festa Della Cioccolata a Certaldo (Fi)
Sabato 16 e domenica 17 festa dedicata alla cioccolata con assaggi presso gli stands collocati lungo le vie del centro storico arricchito da banchi di artigianato e antiquariato dalle 9:00 alle 20:00
Info o571 661276
Dettagli evento
- Inizio: 16 novembre 2013
- Fine: 17 novembre 2013
- Dove: Certaldo (Fi)
Camera di Commercio Caserta, finanziamenti a Comuni ed Associazioni datoriali per eventi di Natale 2013
La Camera di Commercio di Caserta sostiene i progetti di animazione che coinvolgano i Comuni e le Associazioni di categoria presenti sul territorio provinciale nel periodo natalizio per l’anno 2013.
Possono presentare domanda di finanziamento i Comuni della provincia di Caserta, ad esclusione della città di Caserta, oggetto di intervento ad hoc, nonché un raggruppamento di almeno 3 associazioni datoriali tra quelle presenti all’interno del Consiglio della Camera di Commercio di Caserta.
Saranno ammesse le iniziative che prevedono le seguenti attività:
animazione dei centri urbani (ad es. artisti di strada, mercatini, mostre d’arte e d’artigianato);
installazione di alberi di Natale, addobbi e luminarie;
rappresentazioni teatrali, concerti e tombolate programmate nel periodo natalizio;
degustazione di prodotti tipici;
allestimento di presepi;
promozione e pubblicità delle manifestazioni programmate ed ammesse a contributo.
Gli eventi programmati dovranno essere previsti ed attuati nel periodo 8 dicembre 2013 – 6 gennaio 2014.
La Camera sostiene i progetti con un finanziamento diretto a coprire il 50% della spesa complessiva.
In funzione del numero di abitanti per Comune, vengono fissate le fasce di cofinanziamento:
Comuni con una popolazione fino a 10.000 abitanti, € 3.000;
Comuni con una popolazione da 10.001 a 30.000 abitanti, € 10.000;
Comuni con una popolazione da 30.001 a 50.000 abitanti, € 15.000;
Comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti, € 40.000;
La parte residua della spesa complessiva, è a carico del proponente.
Le domande di accesso ai contributi devono essere presentate entro il 22 novembre 2013 per i progetti ad iniziativa dei comuni. Per i progetti ad iniziativa delle Associazioni datoriali il termine di presentazione delle candidature è fissato al 29 novembre 2013.
Bambini stranieri nati in Italia: a Roma cittadinanza onoraria
Cittadinanza onoraria a bambini nati in Italia da genitori stranieri. UN gesto simbolico, certo. Tuttavia un segnale importante alla politica nazionale.Il 20 Novembre prossimo presso l’Aula Magna dell’Università “La Sapienza”, il Presidente del Municipio II, Giuseppe Gerace, insieme al sindaco Ignazio Marino e a rappresentati istituzionali dell’Unicef, conferiranno la cittadinanza onoraria ai bambini nati a Roma, ma che per legge non possono essere considerati italiani a tutti gli effetti, anche se mangiano la carbonara e tifano a “maggica”.
Sulla scia dell’esperienza di Torino, anche a Roma 1.500 bambini stranieri venuti alla luce nella capitale nell’ultimo anno e mezzo avranno la cittadinanza onoraria.
È un primo passo importante verso lo “ius soli“, ovvero il diritto di acquisire la cittadinanza italiana per chiunque nasca nel territorio italiano.
“Riteniamo doveroso dare dei segnali forti e concreti per stimolare un superamento dell’istituto dello “ius sanguinis” – spiega Gerace, che ieri ha approvato in giunta una delibera sul tema – I bambini nati in Italia, che parlano italiano e studiano la storia del nostro Paese, devono avere gli stessi diritti degli altri. Trasmetteremo formalmente la delibera al presidente della Repubblica”.
In Italia sono centinaia i ragazzi nati in Italia e che, nonostante la cultura, gli studi, i valori e l’esperienza italiani, essendo nati da genitori stranieri non hanno diritto alla cittadinanza italiana. E benché non spetti alle amministrazioni territoriali la modifica delle legge sull’acquisizione della cittadinanza, i Comuni posso lanciare messaggi che sollecitano il Parlamento ad accelerare i tempi per l’approvazione di una regolamentazione più aderente alla realtà sociale in cui viviamo.
Come si legge su Repubblica, in Italia
“La legge 91 regola la cittadinanza sulla base della discendenza di sangue, non tenendo conto dell’evoluzione sociale e demografica. Ogni Stato ha le sue regole: chi nasce negli Stati Uniti è cittadino americano, in Irlanda bastano tre anni di residenza, mentre in Germania è sufficiente che uno dei due genitori viva legalmente sul territorio da almeno 8 anni“.













