18 Aprile 2024, giovedì
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Il futuro nell’impresa sociale

Quello di Vincenzo Manes è un profilo sicuramente originale. Laureato con lode alla Luiss, vissuto in America, paese che ha saputo capire e amare, è un uomo di business, capace di coniugare concretezza e idealità, progetto e utopia. Amministratore delegato di Intek Group (3,5 miliardi di fatturato con circa 8.000 dipendenti), Manes ha voluto creare A place in Italy (un posto in Italia), che si chiama Dynamo Camp, fiore all’occhiello della Fondazione Dynamo di cui è presidente, realtà unica in Italia in cui viene applicato il modello del Venture Capital al “no profit”. Il Dynamo Camp ospita più di mille bambini dai 6 ai 17 anni in terapia o nel periodo di post ospedalizzazione, un’oasi che serve a ritemprare il corpo e lo spirito, a ritrovare allegria, serenità e fiducia per riprendere il cammino, in un parola per andare “oltre” la malattia. «Amo l’America – ci dice −, ma sono anche straordinariamente legato alla mia terra, dove si possono fare cose straordinarie a dispetto della negatività, di questa cappa pesante che si chiama crisi e che sta bloccando tutte le nostre potenzialità, umane prima che professionali». Comincia da qui la nostra conversazione, da questo difficile bilanciamento virtuoso che qualsiasi uomo di pensiero, sia esso politico, manager, o imprenditore deve saper trovare tra l’ideale e il reale, il sogno e la capacità di smuovere l’esistente per migliorarlo. Se è dunque vero che ogni generazione ha avuto una “terra promessa”, sembra che quella cui appartiene Manes l’abbia trovata, in un angolo della Toscana, dove finalmente appare possibile scommettere…

Presidente, la Fondazione Dynamo è stata per lei prima di tutto una sfida, una risposta al desiderio di operare nel sociale. In Italia questo modo di fare impresa è poco conosciuto e ancor meno praticato. Cosa si intende per impresa sociale?
La definizione di impresa sociale contiene molte cose al suo interno. Al di là della codificazione ufficiale contenuta nel dettato legislativo, a me interessa l’accezione più vasta. Qualsiasi forma organizzativa che si occupa di temi che hanno un impatto sulla vita di ogni giorno è una impresa sociale. Una Onlus piuttosto che una Fondazione o un ente morale, la forma giuridica è relativamente importante, l’aspetto cruciale riguarda la sostenibilità della struttura che non può basarsi su un unico cliente e la capacità di assicurare ricavi ripetibili e misurabili nel tempo. Per questo occorre un management adeguato agli obiettivi che si vogliono perseguire.

Nella esperienza della Fondazione Dynamo esiste una correlazione tra impresa sociale e venture philanthropy. Cosa vuol dire in concreto?
Vuol dire sfruttare tutte le competenze manageriali, in termini di innovation, capacità di relazione, che sono tipiche del venture capital per sviluppare la filantropia. Attenzione però: quando parlo di filantropia non intendo la donazione di soldi senza una precisa finalità. Per questo insisto sulle competenze e sulla qualità dell’organizzazione, altrimenti il salto di qualità dallo spontaneismo episodico alla dimensione strutturata non riusciremo mai a compierlo. La Fondazione Dynamo è il risultato di un percorso evolutivo dal venture philanthropy alla dimensione di una holding di imprese che operano nel sociale.

Come nasce la Fondazione Dynamo?
Operiamo dal 2000, la spinta iniziale viene dagli Usa, paese che ho amato e in cui ho vissuto. Volevo ricreare in Italia l’atmosfera e il sapore dell’esperienza negli States. La prima spinta è sempre emotiva, ho poi razionalizzato e dato forma a un desiderio. In America, come è noto, esiste un sistema di organizzazioni “no profit”: ospedali, università, che sono gestite dai privati in maniera perfetta, con effetti benefici sull’ambiente in termini di pensiero, fiducia, progettualità. Dove non arriva lo Stato arriva insomma il privato sociale che interviene su alcune esigenze precise. Credo che su questo abbiamo molto da imparare, tenendo presente che dedicarsi a queste attività significa, in un certo senso, fare anche “politica”.

In un momento di grande deficit come questo chiamare in causa la politica non è cosa da poco. Dobbiamo pensare che l’impresa deve svolgere un ruolo di supplenza?
Non intendo questo. La politica deve esserci e fare il suo mestiere. L’impresa sociale può essere semmai di aiuto, di supporto. In una visione autenticamente liberale, che è quella che prediligo, operare nel contesto economico e ambientale significa migliorare la collettività, far lavorare la gente, sfruttando finalmente il capitale umano e intellettuale che continuiamo a disperdere.

Quale messaggio arriva da Dynamo Camp alla community degli investitori e più in generale all’opinione pubblica?
Il primo aspetto riguarda gli effetti positivi sui bambini che ospitiamo. A place in Italy, un posto dove è possibile… è il secondo aspetto o messaggio… Chiunque viene a visitare la Fondazione Dynamo mi ripete: non sembra di stare in Italia. Eppure non è così. Nonostante la crisi, la burocrazia, le difficoltà economiche, quest’anno avremo 1.173 bambini, seguiti da 50 persone, che diventano cento stagionali. In più va detto che stiamo crescendo, quindi siamo pure in contro-tendenza.

Da come parla, sembra che la crisi più che un ostacolo l’abbiate vissuta come un’opportunità. È una lettura corretta?
Le motivazioni fanno la differenza. In un’impresa “normale” a mio avviso non si riscontrano motivazioni così alte. Quando si riflette sulla recessione, dimentichiamo che la radice del nostro declino è prima di tutto morale. Abbiamo perso la voglia e la capacità di credere nel futuro, di progettare e di sperimentare. Credo sia questo l’aspetto più delicato.

Eppure grandi pensatori da Amartya Sen a Muhammand Yunus hanno offerto una prospettiva diversa parlando di economia del dono, di capitale sociale, sottolineando quanto l’etica può aiutare il business. È possibile che non abbiamo compreso nulla da questi insegnamenti?
Ognuno sembra avere una soluzione in tasca per risolvere questa crisi. Una cosa è certa: appaiono inutili le misure tradizionali, vano risulta anche aspettarsi qualcosa dagli altri. Dobbiamo farcela da soli. Occorre ripensare tutto. Le imprese sociali possono aiutarci a uscire dall’empasse. Sul “Corriere della Sera”, attirandomi molte critiche, ho proposto di applicare una tassa per la ricchezza non sulla ricchezza. Basterebbe tassare l’1% delle ricchezze finanziarie, per ottenere trenta miliardi che andrebbero a finanziare interventi nel sociale. Quella di cui parlo si configurerebbe come una sorta di Iri/sociale, un progetto paese, concreto, finalizzato ad affrontare tutti i grandi problemi che ci affliggono. In Sud Corea hanno fatto qualche cosa di simile, hanno messo insieme una Fondazione per aiutare la gente che aveva perso il posto di lavoro, risollevando cinque milioni di persone da uno stato di semi-povertà. Al nostro paese non servono manovrine, o piccole operazioni col cacciavite.

Dobbiamo concluderne che l’etica sta rientrando a pieno titolo nel business mutandone profilo e regole?
Non credo e non sono neanche favorevole ad aprire dibattiti astratti sul tema etico, che non ci porterebbero a nulla. Il problema è semmai ancora una volta politico. Lo fa vedere molto bene Philippe Kourilsky nel suo Manifesto dell’altruismo (Codice edizioni n.d.r.). L’idea del capitalismo altruista può essere autenticamente innovativa. Formare una maggioranza intorno a valori morali costruttivi può essere una bella impresa politica. Si tratta di una posizione che si concilia con una equilibrata concezione liberale. Libertà significa anche assicurare benessere. Migliorare le condizioni dell’altro aumenta la nostra sicurezza e la nostra sfera d’azione. Se fuori non ci sono le bidonville, se riesco a rimuovere povertà e sofferenza, sarò più libero di coltivare il mio progetto di crescita e di affermazione umana e professionale. Sembra abbastanza intuitivo, peccato che le verità che abbiamo sotto gli occhi, per ragioni in larga parte ancora insondabili anche per i filosofi, diventano invisibili.

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