La partita sulla ricerca Ericsson a Genova arriva in Parlamento e si trasforma in un caso politico. Al centro c’è la decisione dell’azienda di chiudere l’intera unità di ricerca ligure, con il coinvolgimento di 131 tra ingegneri e ricercatori. Una scelta che, secondo la denuncia della deputata Chiara Appendino e del senatore Luca Pirondini, rischia di cancellare in pochi mesi un patrimonio di competenze costruito nell’arco di quindici anni anche grazie al sostegno delle istituzioni pubbliche.
L’audizione di Ericsson davanti alla Commissione Attività produttive della Camera avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per chiarire ragioni e prospettive della riorganizzazione. Ma l’assenza dell’amministratore delegato ha alimentato ulteriormente la polemica. «Chi ha deciso di chiudere l’intera unità di ricerca a Genova, disfacendosi di 131 ingegneri e ricercatori, non ha avuto il coraggio di presentarsi davanti al Parlamento», accusano Appendino e Pirondini.
Il punto, però, non riguarda soltanto la presenza o meno dei vertici aziendali. Sul tavolo c’è soprattutto la natura del lavoro svolto a Genova. Secondo i parlamentari, infatti, motivare i licenziamenti attraverso la crisi del mercato italiano delle telecomunicazioni non sarebbe sufficiente a spiegare la decisione: il centro genovese svolge attività di ricerca destinata a prodotti e tecnologie commercializzati su scala internazionale.
È proprio qui che si concentra una delle principali contestazioni. Se la ricerca sviluppata a Genova serve un mercato globale, sostengono i due esponenti politici, la minore attrattività del mercato italiano delle telecomunicazioni non può rappresentare da sola una spiegazione convincente per lo smantellamento del polo.
A rendere ancora più delicata la vicenda c’è poi il capitolo degli investimenti pubblici. Ericsson, ricordano Appendino e Pirondini, negli anni ha beneficiato del sostegno del Ministero delle Imprese e del Made in Italy per progetti di ricerca realizzati a Genova. Si parla di oltre 18 milioni di euro di investimenti e di circa 7,8 milioni di euro di agevolazioni. A questi si aggiunge, secondo la loro ricostruzione, la richiesta di ulteriori 2,4 milioni di euro di incentivi per un progetto legato al 6G.
Da qui la domanda politica: quale coerenza c’è tra il sostegno pubblico alla ricerca e la decisione, successiva, di smantellare il centro che quella ricerca la sviluppa?
«Prendono i soldi ieri, ne chiedono altri per domani, e scrivono le lettere di licenziamento oggi», sintetizzano i due parlamentari, trasformando la vicenda Ericsson in una questione che va oltre il destino dei singoli lavoratori. Perché il tema non è soltanto occupazionale. In discussione c’è anche la capacità dell’Italia di trattenere competenze tecnologiche avanzate e di garantire continuità agli investimenti pubblici destinati all’innovazione.
Genova, in questo quadro, rischia di perdere un pezzo significativo della propria filiera tecnologica. E la chiusura del polo pone un interrogativo più ampio sulle politiche industriali: che cosa accade quando una multinazionale decide di interrompere un’attività di ricerca dopo aver beneficiato, negli anni, di risorse pubbliche destinate proprio a rafforzarla?
Appendino e Pirondini chiedono ora due iniziative immediate: l’audizione in Parlamento delle organizzazioni sindacali e l’apertura di un tavolo presso il MIMIT, con il coinvolgimento della Regione Liguria e del Comune di Genova.
La richiesta è dunque di riportare la vertenza dentro una sede istituzionale, prima che la riorganizzazione diventi definitiva. Perché dietro i 131 posti a rischio c’è una questione che riguarda il futuro industriale della città, ma anche il rapporto tra multinazionali, ricerca strategica e risorse pubbliche.
E quando un polo tecnologico costruito in quindici anni rischia di essere smantellato, il problema non è soltanto quanti posti di lavoro si perdono. È anche capire che cosa resta, dopo, di tutto ciò che lo Stato e il territorio hanno contribuito a costruire.
