La legge elettorale torna alla Camera e, con lei, torna anche una vecchia specialità della politica italiana: la paura del voto segreto.
Il provvedimento, già modificato dal Senato, è approdato a Montecitorio per la terza lettura. La discussione generale è cominciata, mentre per domani è previsto il primo passaggio delicato, quello sulle pregiudiziali di costituzionalità, che le opposizioni hanno annunciato di voler sottoporre a scrutinio segreto. Intorno al 5 ottobre dovrebbero arrivare i voti di fiducia sugli articoli modificati a Palazzo Madama, mentre il voto finale è atteso tra l’8 e il 9 ottobre, anch’esso con la possibilità dello scrutinio segreto.
Insomma, il Parlamento si prepara a discutere una legge destinata a stabilire come gli italiani sceglieranno il prossimo Parlamento, ma il primo problema sembra essere diventato stabilire come voteranno i parlamentari che devono approvarla.
La maggioranza, evidentemente, non vuole lasciare nulla al caso. Giorgia Meloni ha chiesto una presenza obbligatoria dei parlamentari del centrodestra e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha richiamato ministri e deputati alla necessità di essere presenti. Dopo il precedente di luglio, quando un emendamento sulle preferenze fu affossato nel voto segreto nonostante l’accordo raggiunto nella maggioranza, l’attenzione sui cosiddetti franchi tiratori è tornata ai massimi livelli.
La scena, a questo punto, ha quasi qualcosa di teatrale. Da una parte i capigruppo che organizzano presenze, assenze, missioni cancellate e turni parlamentari. Dall’altra il voto segreto, che per definizione dovrebbe consentire al deputato di esercitare la propria funzione senza dover esibire il certificato di fedeltà al gruppo.
E così il Parlamento italiano si trova davanti a un curioso paradosso: il voto è segreto, ma tutti vogliono sapere chi ha votato cosa.
La caccia al franco tiratore
A luglio, durante il primo passaggio alla Camera, il fallimento dell’emendamento sulle preferenze aveva già provocato un piccolo terremoto politico. Nel centrodestra si contarono una trentina di voti contrari o comunque non riconducibili alla linea ufficiale della maggioranza, secondo le ricostruzioni di quei giorni. Da qui nacque la vicenda delle cosiddette “vedette” di Fratelli d’Italia, alcuni componenti degli staff parlamentari che dalle tribune avrebbero osservato e registrato i movimenti dei deputati durante il voto segreto.
Una sorta di VAR parlamentare, con la differenza che qui non si cercava di stabilire se il pallone avesse oltrepassato una linea, ma se qualche deputato avesse oltrepassato la linea del proprio partito.
La vicenda aveva suscitato le proteste delle opposizioni e l’intervento dell’Associazione stampa parlamentare. Per il nuovo passaggio della legge, la tribuna centrale di Montecitorio, riservata ai giornalisti, sarà accessibile esclusivamente alla stampa. Gli staff dei parlamentari potranno invece utilizzare le tribune laterali destinate ai cineoperatori, rispettando il codice di autoregolamentazione che vieta fotografie e riprese improprie dei lavori parlamentari.
Il problema, però, resta intatto: quando il voto è segreto, nessuno dovrebbe sapere come ha votato il singolo deputato. E proprio per questo, paradossalmente, diventa ancora più interessante per i partiti scoprire chi abbia tradito la consegna.
Il terminale elettronico ha fatto il suo ingresso nell’Aula della Camera con una tecnologia più moderna, ma per lo scrutinio segreto resta la vecchia pulsantiera con i tre tasti. La tecnologia cambia, il sospetto no.
Nel Transatlantico, secondo le ricostruzioni circolate in queste ore, si discute persino della possibilità di premere il pulsante con l’indice o con il mignolo, così da rendere riconoscibile agli osservatori il comportamento del deputato senza dover mostrare il voto. È la fisiognomica del bottone: non importa soltanto cosa premi, importa anche quale dito utilizzi.
La riforma che cambia il sistema
Al di là della commedia parlamentare, la materia è tutt’altro che marginale.
Il testo tornato alla Camera introduce un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza, elimina i collegi uninominali e prevede l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio da parte delle liste o delle coalizioni. Il Senato ha inoltre introdotto un meccanismo di preferenze con capilista bloccati e ha modificato le regole per la presentazione delle liste.
È proprio su quest’ultimo punto che si concentra una delle contestazioni più dure.
Per le formazioni che non hanno rappresentanza parlamentare, il numero delle sottoscrizioni necessarie è stato portato da 1.500 a 6.000 per collegio. La modifica è stata presentata dalla maggioranza anche come strumento per evitare la proliferazione di liste civetta. Per le forze già presenti in Parlamento sono invece previste regole differenti ed esenzioni o soglie ridotte in determinate condizioni.
La questione, dunque, non è soltanto quante firme servano. È soprattutto chi debba raccoglierle e chi, invece, possa presentarsi alle elezioni senza affrontare lo stesso ostacolo.
È qui che la polemica politica si fa sostanziale.
Il paradosso della firma digitale
Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha annunciato uno sciopero della fame proprio su questo punto. Ha definito la riforma un “colpo di Stato elettorale” e ha contestato sia l’aumento delle firme sia l’impossibilità, secondo il testo approvato dal Senato, di utilizzare la firma digitale per la raccolta delle sottoscrizioni necessarie alla presentazione delle liste.
La questione è particolarmente curiosa in un Paese nel quale ormai si può fare praticamente tutto dal telefono, dalla dichiarazione dei redditi alla consultazione di documenti amministrativi, e nel quale lo stesso sistema elettorale si sta progressivamente confrontando con strumenti digitali.
Il punto non è stabilire se la firma digitale sia, per definizione, più democratica di quella autografa. Il punto è che l’idea di raccogliere sottoscrizioni attraverso strumenti digitali è stata formalmente proposta in Parlamento ed è stata respinta nel corso dell’esame della riforma.
Ed è proprio questo che rende la discussione meno folkloristica di quanto potrebbe sembrare.
Perché una legge elettorale non stabilisce soltanto il modo in cui si trasformano i voti in seggi. Stabilisce anche, indirettamente, quali soggetti politici possono arrivare sulla scheda.
Da una parte ci sono dunque i partiti già presenti nelle istituzioni. Dall’altra quelli che chiedono di entrarci.
La domanda politica è inevitabile: quanto deve essere difficile attraversare la porta del Parlamento per chi è già dentro e quanto per chi deve ancora entrarci?
La maggioranza risponde richiamando la necessità di evitare liste improvvisate e candidature prive di consistenza. Le opposizioni vedono invece nella nuova disciplina un ostacolo sproporzionato per le formazioni emergenti. Sono due letture politiche profondamente diverse della stessa norma.
“Stabilicum” o “Melonellum”: anche il nome è una battaglia
La riforma ha già prodotto il suo inevitabile vocabolario da Prima Repubblica 2.0.
Per la maggioranza è lo “Stabilicum”, nome che richiama l’obiettivo dichiarato della governabilità. Per le opposizioni è il “Melonellum”, con un evidente riferimento alla presidente del Consiglio e alla natura politica attribuita alla riforma.
Nel frattempo la legge continua a essere descritta attraverso formule sempre più evocative, come se il problema fosse trovare il titolo prima ancora di approvare il testo.
“Stabilicum” contro “Melonellum”. Governabilità contro rappresentanza. Stabilità contro pluralismo. Palazzo contro piazza.
La sostanza, però, sta nei meccanismi.
E uno dei più rilevanti è il premio di maggioranza, collegato al raggiungimento del 42 per cento dei voti, insieme alla distribuzione dei seggi e al nuovo sistema delle preferenze.
Su questi elementi si misura lo scontro politico vero, molto più delle etichette.
Appendino: “È la legge della paura”
Durante la discussione generale, Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, ha attaccato frontalmente la maggioranza.
“Altro che Stabilicum”, ha detto, definendola “la legge della paura”. Secondo Appendino, il centrodestra starebbe modificando le regole elettorali per tutelare il proprio consenso e avrebbe scelto di blindare il provvedimento attraverso la fiducia.
La deputata ha allargato poi la critica alle politiche del governo, accusandolo di non intervenire sui profitti dei grandi gruppi energetici e delle banche e di sacrificare, a suo giudizio, gli interessi nazionali nei rapporti con l’Unione europea.
Sono accuse politiche, naturalmente, e come tali vanno lette. Ma fotografano bene il clima nel quale la riforma arriva alla sua fase conclusiva: non una revisione tecnica condivisa, bensì una battaglia sulla distribuzione futura del potere parlamentare.
La cosa più curiosa è che tutti temono il voto
C’è un elemento che attraversa l’intera vicenda e che merita più attenzione delle schermaglie lessicali.
La maggioranza vuole approvare la legge. Le opposizioni vogliono modificarla o impedirne l’approvazione. I partiti di governo chiedono ai propri parlamentari di essere presenti. Le opposizioni chiedono lo scrutinio segreto. Gli staff vengono tenuti lontani dalla tribuna centrale. I partiti osservano i propri parlamentari. E qualcuno, nel frattempo, comincia persino uno sciopero della fame.
Tutto questo accade attorno a una legge che dovrebbe servire a rendere più ordinata la competizione democratica.
È una situazione quasi pirandelliana: il voto degli italiani deve essere libero, quello dei parlamentari deve essere disciplinato; il voto segreto deve essere garantito, ma il partito vorrebbe sapere come è stato espresso; le nuove forze politiche devono poter concorrere, ma devono prima dimostrare di avere già una capacità organizzativa significativa; la politica si digitalizza, ma per raccogliere una firma elettorale la carta continua a conservare un fascino quasi sacrale.
E forse è proprio questo il punto più interessante della vicenda.
Una legge elettorale dovrebbe essere una porta d’ingresso alla rappresentanza. Non dovrebbe diventare una dogana, con chi è già dentro che controlla i documenti di chi sta cercando di entrare.
Naturalmente spetterà al Parlamento decidere se questo equilibrio sia ragionevole. Ma il dibattito di questi giorni racconta qualcosa di più profondo della semplice battaglia tra maggioranza e opposizione: racconta quanto, in politica, le regole del gioco diventino improvvisamente materia delicatissima quando chi le scrive sa che, prima o poi, dovrà giocarci anche la propria partita.
E così, mentre Montecitorio si prepara al voto segreto, il vero mistero non è più soltanto chi premerà quale pulsante.
È capire se, una volta approvata la legge, qualcuno sarà ancora disposto a chiamarla semplicemente una legge elettorale.
