Il governo mette i numeri sul tavolo, ma evita accuratamente di farli tintinnare troppo. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al Documento programmatico di finanza pubblica e alla relazione sullo scostamento di bilancio, aprendo la strada a una richiesta di flessibilità europea da circa 14 miliardi per il 2027 e altri 14 miliardi per il 2028. Una cifra tutt’altro che simbolica, soprattutto perché arriva mentre i conti pubblici italiani continuano a camminare su un sentiero stretto, con il debito che resta vicino a quota 140% del Pil e il deficit destinato a superare il 3% nei prossimi due anni.
A spiegare la linea del governo è Giancarlo Giorgetti, che più che promettere preferisce mettere le mani avanti. Il ministro dell’Economia fotografa un quadro «particolarmente complesso», nel quale persino fare previsioni è diventato un esercizio che richiede una certa dose di coraggio. E infatti la parola d’ordine è prudenza.
«L’approccio deve essere un attimino più prudente», ha spiegato Giorgetti parlando della prossima legge di bilancio e delle misure che nelle ultime settimane erano state annunciate o ipotizzate. Tradotto dal linguaggio ministeriale: prima di distribuire risorse bisogna capire se, oltre alle promesse, ci saranno anche i soldi.
Difesa, il governo abbassa il volume
La prima correzione riguarda la difesa. Rispetto alle intenzioni maturate nelle scorse settimane, l’Italia ha deciso di «ridimensionare lo sforzo», ha annunciato Giorgetti.
La richiesta di flessibilità europea resta comunque consistente. Per ciascuno degli anni 2027 e 2028 il governo punta a utilizzare uno 0,3% del Pil per la difesa e un ulteriore 0,3% per gli interventi legati all’energia. In totale, lo scostamento vale circa 14 miliardi l’anno.
Il punto politico e contabile è delicato. Roma dovrà convincere Bruxelles che quella spesa aggiuntiva può essere trattata in modo diverso rispetto al resto del deficit, evitando che il superamento della soglia del 3% faccia scattare automaticamente conseguenze sulla posizione italiana.
Ed è qui che entrano in scena i decimali, che in economia hanno spesso la curiosa capacità di trasformare una montagna in una collina, almeno sulla carta.
Deficit sotto il 3%, ma solo per poco
Secondo le nuove previsioni illustrate da Giorgetti, il deficit dovrebbe restare sotto il 3% del Pil nel 2026. Poi, però, il quadro cambia: il rapporto salirebbe al 3,4% nel 2027, al 3,3% nel 2028, per tornare al 2,4% nel 2029.
Numeri che spiegano perché il governo guardi con attenzione alle regole europee e, soprattutto, alla possibilità di sterilizzare una parte della spesa aggiuntiva destinata a difesa ed energia.
Giorgetti ha sottolineato che, una volta depurati i conti dallo 0,6% del Pil riconducibile alle due voci, il deficit tornerebbe sotto il 3%. Una differenza apparentemente minima, ma decisiva per capire se l’Italia potrà uscire dalla procedura per deficit eccessivo.
«I decimali fanno la differenza», ha osservato il ministro. Ed è probabilmente una delle poche occasioni in cui una virgola può valere miliardi.
Il debito aspetta il 2028 per iniziare a scendere
Sul fronte del debito, invece, non ci sono miracoli in arrivo. Il profilo resta pesante e la discesa viene rinviata al 2028.
La previsione indica un rapporto debito-Pil al 138,1% nel 2026, al 138,4% nel 2027, poi in calo al 137,7% nel 2028 e al 136,3% nel 2029. A pesare sono soprattutto gli interessi e gli effetti ancora presenti nei conti pubblici degli interventi straordinari degli anni scorsi.
Giorgetti lega in particolare la svolta del 2028 all’esaurimento delle cosiddette «code per cassa» del Superbonus. Una volta smaltiti quegli effetti, secondo il ministro, il sentiero del debito dovrebbe finalmente tornare a essere discendente.
Il problema è che il debito, nel frattempo, resta a livelli tali da lasciare poco spazio agli errori. Ogni punto di interesse in più, ogni rallentamento della crescita e ogni misura permanente senza adeguata copertura rischiano di complicare ulteriormente il quadro.
Crescita: il Pil migliora, ma senza brindisi
Almeno sul fronte della crescita arriva una revisione positiva. La stima del Pil per il 2026 sale all’1%, contro la previsione iniziale dello 0,6%.
Il quadro programmatico indica poi una crescita dello 0,8% nel 2027, dello 0,9% nel 2028 e nuovamente dello 0,8% nel 2029.
Numeri migliori rispetto alle previsioni originarie, ma ancora lontani da quei ritmi di crescita capaci di rendere più semplice la gestione di un debito pubblico così elevato. Perché un conto è crescere, un altro è crescere abbastanza da far respirare contemporaneamente imprese, famiglie e bilancio dello Stato.
La manovra? Prima i conti, poi gli annunci
Il passaggio politicamente più significativo delle parole di Giorgetti riguarda però la prossima manovra.
Il ministro ha fatto capire che il clima è cambiato rispetto a qualche settimana fa. «Io monitoro giorno per giorno», ha spiegato, lasciando intendere che le condizioni economiche non consentono di considerare scolpite nella pietra le misure che erano state ventilate.
La conclusione è netta: serve maggiore prudenza.
È un messaggio rivolto anche alla maggioranza, oltre che ai mercati e a Bruxelles. La legge di bilancio dovrà tenere insieme richieste politiche, pressione fiscale, crescita, spesa per la difesa e vincoli europei. E dovrà farlo senza trasformare ogni promessa elettorale in una nuova voce strutturale di spesa.
L’inflazione e la partita con Bruxelles
L’Italia intende inoltre riportare al centro del confronto europeo l’effetto dell’inflazione sui percorsi di spesa concordati negli anni passati.
Giorgetti precisa che non si tratta di chiedere una nuova dose di flessibilità. L’obiettivo, sostiene, è fare presente che i target fissati tre anni fa erano stati costruiti in un contesto caratterizzato da livelli di inflazione molto diversi da quelli successivamente registrati.
Il ragionamento è semplice: se cambiano in modo significativo i prezzi, cambia anche il valore nominale della spesa. E secondo il governo questo effetto dovrebbe essere considerato nella valutazione del rispetto degli impegni di finanza pubblica.
Una partita tecnica, ma con conseguenze molto concrete. Perché dietro formule come «sentiero della spesa» e «target nominali» c’è la quantità di margine che il governo potrà avere a disposizione nei prossimi anni.
Il caso Lagarde e il rebus della successione
Poi c’è la Bce, con un’altra incognita che a Roma viene osservata con particolare attenzione: la possibile uscita anticipata di Christine Lagarde dalla presidenza della Banca centrale europea.
Giorgetti non entra «nella testa della governatrice», ma ritiene necessario «fare chiarezza al più presto» sulla vicenda, anche alla luce della situazione economica generale.
Per ora, ha precisato, non esiste un candidato italiano alla successione. Il ministro ha invece ricordato il recente risultato ottenuto dall’Italia con la nomina di un proprio esponente alla guida dell’Esma, l’autorità europea dei mercati finanziari.
La questione, dunque, resta aperta. E mentre Bruxelles osserva i numeri italiani, Roma guarda a Francoforte. Sullo sfondo c’è sempre la stessa domanda: quanto spazio resterà davvero per le politiche economiche nazionali in un’Europa che chiede conti più solidi, più spesa per la difesa e maggiore capacità di investimento?
Il governo, intanto, ha scelto una linea meno roboante di quella delle settimane scorse. Meno annunci, più cautela. Il Dpfp mette nero su bianco le previsioni, ma soprattutto certifica una realtà poco incline alla propaganda: i margini ci sono, ma sono stretti. E quando il margine di manovra è stretto, anche un miliardo può diventare una questione politica. Figurarsi 14.
