14 Ottobre 2026, mercoledì
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Tav, la marcia contro il cantiere che non c’è: «Basta opere fantasma, quei soldi servono alla metropolitana»

Sindaci con la fascia tricolore, amministratori e famiglie in piazza contro la tratta Avigliana-Orbassano. Chiara Appendino attacca il progetto: «I costi sono cresciuti del 127 per cento, la Francia rinvia la sua parte oltre il 2038. Non possiamo continuare a ripetere gli stessi errori»

La fascia tricolore c’è. I sindaci anche. Ci sono amministratori, famiglie e una protesta che torna a mettere il dito in una delle piaghe più longeve della politica infrastrutturale italiana: quella delle opere annunciate, finanziate a pezzi, contestate, rilanciate e, nel frattempo, ancora lontane dal diventare realtà.

Alla marcia contro la tratta Avigliana-Orbassano della Torino-Lione, il bersaglio è il nuovo tratto ferroviario collegato alla Tav. E il messaggio lanciato da Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle ed ex sindaca di Torino, è tutto giocato sulla distanza tra le grandi promesse infrastrutturali e le esigenze quotidiane di chi ogni giorno si muove nell’area metropolitana.

«Guardate chi c’è oggi qui: sindaci con la fascia tricolore, amministratori, famiglie», ha detto Appendino durante la manifestazione. Una fotografia politica costruita per rivendicare continuità con le battaglie del passato e, soprattutto, per sostenere che il problema non sarebbe l’idea di investire sulle infrastrutture, ma il modo in cui quelle risorse vengono impiegate.

Il punto, secondo la parlamentare pentastellata, è quello che definisce il rischio di un «altro cantiere fantasma». Un’espressione volutamente tagliente, che riassume la critica a un progetto considerato ancora lontano dalla concreta realizzazione e sul quale, sostiene Appendino, pesano tempi, costi e incertezze sul finanziamento.

Nel mirino finiscono soprattutto i numeri. «Nel frattempo i costi sono cresciuti del 127 per cento e l’opera è ferma», ha affermato la deputata, chiedendo di interrompere quella che considera una spirale di rilanci e rinvii. Per la tratta Avigliana-Orbassano, ha aggiunto, risultano stanziati 827 milioni di euro a fronte di un costo complessivo indicato in circa 3 miliardi. E la partita internazionale aggiunge un ulteriore elemento di complessità: secondo Appendino, la Francia avrebbe rinviato la propria parte oltre il 2038.

È qui che la protesta prova a trasformarsi in una proposta alternativa. Invece di destinare ulteriori risorse alla tratta, sostiene Appendino, quei fondi dovrebbero essere indirizzati alla seconda linea della metropolitana di Torino, infrastruttura che avrebbe un impatto diretto sulla mobilità quotidiana di cittadini e pendolari.

«Chiediamo buon senso», è la formula scelta dalla deputata. Una parola apparentemente innocua, ma che nel lessico politico diventa rapidamente una clava contro l’avversario. Perché subito dopo arriva l’accusa di una «narrazione ideologica» che, a suo giudizio, impedirebbe di guardare con sufficiente lucidità ai numeri e alle priorità del territorio.

«Vogliamo far aprire gli occhi a chi, accecato dalla narrazione ideologica, vuole andare avanti a tutti i costi», ha concluso.

La questione, però, va oltre la consueta contrapposizione tra favorevoli e contrari alla Tav. Da una parte c’è la logica delle grandi infrastrutture strategiche, con un’opera concepita per rafforzare i collegamenti ferroviari tra Italia e Francia e inserita da anni nelle politiche europee dei trasporti. Dall’altra c’è la domanda, sempre più difficile da eludere quando si parla di miliardi di euro: quali infrastrutture servono oggi al territorio e con quale priorità?

È una domanda meno spettacolare di un tunnel internazionale e probabilmente meno spendibile nei convegni, ma molto più concreta per chi deve prendere un treno o un autobus ogni mattina.

La protesta di Avigliana prova dunque a riportare il dibattito su questo terreno. Non soltanto Tav sì o Tav no, ma tempi, costi, finanziamenti e alternative. Perché il vero paradosso delle grandi opere italiane, quando si trascinano per anni, è che nel frattempo cambiano i governi, cambiano le maggioranze, cambiano i bilanci e perfino le esigenze dei territori. L’unica cosa che rischia di restare sorprendentemente stabile è il cantiere sulla carta.

E proprio contro questo paradosso la marcia ha scelto di alzare la voce.

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