La guerra non bussa alla porta soltanto con il rumore delle bombe. A volte arriva molto più discretamente, infilata dentro uno scontrino, una bolletta, il pieno dell’auto o il conto della spesa. E alla fine dell’anno presenta il conto.
È questa la fotografia tracciata dal Codacons, che ha calcolato l’impatto dei rincari legati al conflitto in Iran sulla spesa delle famiglie italiane. La simulazione parte dall’inflazione acquisita dall’Istat per l’intero 2026 e prende in esame la spesa annua complessiva delle diverse tipologie familiari, ipotizzando che i prezzi restino sui livelli attuali.
Il risultato è tutt’altro che leggero: a parità di consumi, una famiglia italiana potrebbe arrivare a spendere centinaia o addirittura oltre mille euro in più rispetto allo scorso anno.
A pagare il conto più pesante, secondo l’analisi, sono le famiglie numerose. Una coppia con due figli a carico dovrà mettere in preventivo un aggravio annuo di 1.415 euro. Non esattamente una spesa marginale, soprattutto in un bilancio familiare nel quale ogni voce ha già imparato a contendersi lo spazio con le altre.
Per una coppia con un figlio, il maggior esborso stimato è di 1.281 euro. Scendendo nella scala delle composizioni familiari, una famiglia monogenitoriale dovrà fare i conti con 976 euro di spesa aggiuntiva, mentre una coppia senza figli vedrà aumentare il proprio esborso annuale di 1.167 euro.
Neppure chi vive da solo può considerarsi al riparo dalla fiammata dei prezzi. Un single con meno di 35 anni potrebbe spendere 704 euro in più nell’arco del 2026. Per un pensionato che vive solo, l’aggravio stimato è invece di 667 euro.
Numeri che raccontano una dinamica ormai difficile da ignorare: l’inflazione non pesa allo stesso modo su tutti, ma si insinua nei bilanci familiari seguendo la composizione del nucleo, il livello dei consumi e, soprattutto, la capacità economica di assorbire gli aumenti.
Il reddito fa la differenza
Il Codacons ha infatti analizzato anche l’impatto dei rincari in base alla principale fonte di reddito della famiglia, utilizzando la classificazione della condizione professionale del capofamiglia adottata dall’Istat.
E qui emerge un altro paradosso del caro prezzi: più elevato è il reddito, maggiore può essere in valore assoluto l’esborso legato ai consumi. Non significa necessariamente che l’impatto percentuale sul bilancio sia maggiore, ma che, spendendo di più, anche l’effetto degli aumenti si traduce in una cifra più consistente.
Secondo le stime, un disoccupato arriverebbe a spendere a fine 2026 701 euro in più rispetto all’anno precedente. Per una famiglia il cui principale percettore di reddito è un operaio, l’aggravio salirebbe a 936 euro.
La cifra cresce sensibilmente per le fasce professionali con maggiore capacità di spesa: 1.259 euro in più per un quadro o dirigente, fino ad arrivare a 1.616 euro per un imprenditore o libero professionista.
Il dato va dunque letto in controluce. Non è soltanto la guerra a determinare il costo della vita, né l’aumento della spesa può essere attribuito a una singola voce. L’analisi del Codacons fotografa l’effetto complessivo dell’inflazione sui consumi, assumendo come riferimento l’andamento acquisito dei prezzi e l’ipotesi che i livelli attuali vengano mantenuti per il resto dell’anno.
Resta però il punto centrale: il conto dell’inflazione non arriva in un’unica soluzione, ma a rate invisibili. Qualche euro in più qui, qualche centesimo là, un aumento sulla spesa, un altro sulla mobilità, uno sulle utenze. Presi singolarmente possono sembrare ritocchi sopportabili. Sommarsi, invece, è il loro mestiere.
E così la guerra, anche quando resta lontana migliaia di chilometri, può finire per avere una presenza molto concreta nelle case italiane. Non serve sentirne il boato: basta guardare quanto resta nel portafoglio alla fine del mese.
