14 Ottobre 2026, mercoledì
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Le serve del santone: ai suoi piedi, al suo servizio

Nell’inchiesta sulla presunta setta di Almese, in Val di Susa, emerge anche il ruolo delle due donne accusate di aver collaborato alla sottomissione delle adepte. Ma le carte raccontano un paradosso: anche le presunte complici sarebbero state, a loro volta, prigioniere del sistema costruito da Bruno Malatesta.

Lavarlo. Vestirlo. Portarlo in automobile dove voleva andare. Servirlo a tavola. E, quando arrivava l’ora di dormire, sistemarsi ai piedi del suo letto. Il tutto con quella che, secondo gli investigatori, doveva essere la dovuta dose di «deferenza e disponibilità».

Nella presunta setta di Almese, in Val di Susa, il potere del «maestro» Bruno Malatesta sembra avere avuto anche una dimensione molto concreta, quasi domestica. Non bastavano la devozione, i rituali e la sudditanza psicologica. C’era anche il servizio personale, quello che trasforma una presunta guida spirituale in padrone di casa e i seguaci in una sorta di personale di servizio.

È uno degli aspetti che emergono dalle carte dell’inchiesta della Procura di Torino, che ruota attorno alle accuse mosse nei confronti del guru e dei suoi collaboratori. Le contestazioni sono pesanti e dovranno naturalmente essere dimostrate nel corso del procedimento. Ma il quadro ricostruito dagli investigatori descrive una struttura gerarchica nella quale il confine tra discepolo, collaboratore e vittima appare tutt’altro che netto.

Le complici che sarebbero state anche vittime

Paola V. e Chiara L. sono indagate a piede libero, insieme a Giulio G., l’unico uomo oltre a Malatesta all’interno del gruppo, per concorso nella riduzione in schiavitù delle adepte.

Ed è proprio qui che la vicenda assume uno dei suoi risvolti più inquietanti. Le due donne, secondo l’accusa, avrebbero contribuito al funzionamento del sistema e al reclutamento di altre donne. Ma contemporaneamente, sempre secondo quanto emerge dalle indagini, sarebbero state sottoposte a loro volta al controllo del «maestro».

Una contraddizione soltanto apparente, se si considera il funzionamento dei meccanismi di manipolazione descritti dagli inquirenti. In una struttura fortemente gerarchica, si può essere contemporaneamente esecutori e vittime, avere un ruolo di privilegio rispetto a qualcuno e restare comunque subordinati a chi sta più in alto.

Le due donne, insomma, avrebbero occupato una posizione intermedia. Non esattamente al vertice, certamente non alla pari delle altre adepte. Ma nemmeno libere di sottrarsi alle richieste del guru.

Lavare, vestire, servire

Secondo la ricostruzione investigativa, le loro giornate erano scandite anche dalle necessità personali di Malatesta. Dovevano occuparsi di lui, accompagnarlo, accudirlo.

Una devozione che, nelle carte dell’inchiesta, assume contorni molto meno spirituali di quanto la parola «maestro» potrebbe suggerire.

Le donne avrebbero dovuto lavarlo e vestirlo, oltre a mettersi a disposizione per gli spostamenti. E quando si trattava di mangiare, il rituale prevedeva anche il servizio a tavola.

Poi c’era il particolare più simbolico di tutti: dormire «ai piedi del suo letto».

Una formula che dice molto più di quanto sembri. Perché racconta plasticamente una gerarchia nella quale la distanza tra il capo e i suoi seguaci non era soltanto metaforica. C’era chi comandava e chi serviva. E, secondo gli inquirenti, anche chi veniva educato a considerare quella subordinazione come qualcosa di normale.

La casa da pulire, anche di notte

Il ruolo delle due donne non si sarebbe però esaurito nell’assistenza personale al guru. Dovevano occuparsi anche della casa e degli spazi comuni utilizzati dal gruppo.

Quando qualcosa non era di suo gradimento, Malatesta avrebbe reagito con durezza anche nei loro confronti. Le accuse contenute negli atti parlano di pressioni e punizioni che sarebbero arrivate fino a imporre loro di ripetere le pulizie e di rimanere sveglie per l’intera notte.

Non esattamente il genere di turno domestico che si possa archiviare alla voce «volontariato».

Secondo gli investigatori, il controllo sarebbe passato anche attraverso la paura e il senso di colpa. Malatesta avrebbe manipolato le due donne «ingenerando sensi di colpa o sensi di paura», consolidando così la propria autorità.

È uno schema che, se confermato, restituisce l’immagine di un potere esercitato non soltanto attraverso ordini espliciti, ma anche attraverso un sistema psicologico capace di far apparire l’obbedienza come un dovere e la ribellione come una colpa.

Anche l’uomo del gruppo sarebbe stato sotto il controllo del guru

Il sistema, secondo le carte, non avrebbe risparmiato nemmeno l’unico altro uomo del gruppo, Giulio G.

Anche nei suoi confronti Malatesta avrebbe esercitato una forte influenza, arrivando a ricondurre i suoi problemi fisici a presunte responsabilità legate alle «vite precedenti».

Una spiegazione che, al di fuori di qualsiasi verifica scientifica, assume nell’economia del gruppo un valore preciso: quello di rafforzare il ruolo del guru come interprete assoluto della realtà.

Se un disturbo fisico può essere spiegato attraverso una vita precedente, se una sofferenza può diventare una colpa, se una paura può essere trasformata in obbedienza, il potere di chi pretende di avere tutte le risposte cresce insieme alla dipendenza di chi quelle risposte le cerca.

Giulio G. è indagato insieme a Malatesta anche in relazione a un episodio di violenza sessuale ai danni di una donna, oltre che per truffa ed esercizio abusivo della professione di psicologo.

Sono accuse che dovranno trovare conferma nelle sedi giudiziarie competenti. Ma le carte dell’inchiesta delineano già un elemento centrale: quello che emerge non è soltanto il ritratto di un presunto santone circondato da fedeli, bensì quello di una struttura gerarchica nella quale obbedienza, paura, servizio personale e controllo psicologico sembrano essersi alimentati a vicenda.

E in questa storia il paradosso più amaro riguarda proprio le due presunte complici. Avrebbero aiutato a tenere in piedi il sistema, ma nello stesso tempo, secondo l’accusa, ne sarebbero rimaste intrappolate. Una macchina di potere nella quale persino chi stava un gradino sopra qualcun altro poteva trovarsi, a sua volta, inginocchiato davanti al gradino successivo.

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