14 Ottobre 2026, mercoledì
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Stragi di Capaci e via D’Amelio, si chiude il capitolo mafia-appalti: i misteri, però, restano

Il gip di Caltanissetta archivia l’inchiesta a carico di ignoti sul possibile movente legato agli appalti. La Procura aveva chiesto lo stop ad aprile. Rimane aperto il procedimento che coinvolge gli ex magistrati Pignatone e Natoli. A più di trent’anni dalle stragi, alcune domande continuano a non avere una risposta definitiva

Ci sono fascicoli che si chiudono con una firma e altri che, anche quando vengono archiviati, continuano a fare rumore. È il caso dell’ultima pagina scritta sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, gli attentati che nel 1992 uccisero Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle loro scorte.

Il gip di Caltanissetta Santi Bologna ha disposto l’archiviazione del filone d’indagine a carico di ignoti dedicato alla cosiddetta pista mafia-appalti. Una decisione che arriva dopo la richiesta della stessa Procura nissena, depositata lo scorso aprile, e che chiude formalmente un altro capitolo di una delle vicende più oscure della storia giudiziaria italiana.

Il punto, naturalmente, non è soltanto che un’inchiesta venga archiviata. Il punto è ciò che quella stessa inchiesta aveva cercato di verificare: se dietro la stagione delle stragi ci fosse, accanto alla strategia terroristica di Cosa nostra già ampiamente ricostruita nelle sentenze, anche un movente legato agli interessi economici della mafia e alla gestione dei grandi appalti.

Una domanda tutt’altro che marginale. Perché gli appalti, in Sicilia, non erano semplicemente una faccenda di cemento, infrastrutture e milioni. Erano un crocevia nel quale interessi criminali, imprenditoria, politica e pubblica amministrazione potevano incontrarsi. E quando di mezzo ci sono cifre enormi, la mafia tende storicamente a considerare il codice degli appalti più interessante del codice penale.

L’ipotesi investigativa era che il cosiddetto dossier mafia-appalti potesse avere avuto un peso nella decisione di eliminare Borsellino. Il magistrato, secondo questa ricostruzione, avrebbe potuto approfondire le infiltrazioni di Cosa nostra nel sistema dei grandi lavori pubblici, toccando interessi particolarmente sensibili.

Ma questa è un’ipotesi investigativa, non una verità giudiziaria. Ed è proprio qui che l’archiviazione assume il suo significato più preciso: allo stato degli elementi raccolti, non ci sono le condizioni per portare avanti quel filone a carico di ignoti.

La parola «archiviazione», tuttavia, non dovrebbe essere confusa con «spiegazione». Chiude un procedimento, non necessariamente una domanda storica. E nel caso delle stragi del 1992 le domande sono tante, stratificate negli anni, spesso inseguite da nuove inchieste, testimonianze, depistaggi e riletture giudiziarie.

Il quadro, peraltro, non è completamente fermo. Resta aperta la tranche dell’indagine per favoreggiamento aggravato dall’agevolazione mafiosa che coinvolge gli ex magistrati Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli. Per il favoreggiamento contestato, il reato risulta prescritto. Natoli deve inoltre rispondere dell’ipotesi di calunnia.

Secondo la prospettazione degli inquirenti, i due magistrati avrebbero contribuito a insabbiare il dossier mafia-appalti, favorendo così imprenditori ritenuti vicini a Cosa nostra. È un’accusa grave, che appartiene al terreno dell’inchiesta e dovrà essere valutata nelle sedi giudiziarie competenti, senza scorciatoie narrative e senza trasformare le contestazioni in sentenze anticipate.

Ed è forse proprio questa la parte più delicata della vicenda. Dopo oltre trent’anni, la storia delle stragi continua a muoversi lungo una linea sottile tra ciò che è stato definitivamente accertato, ciò che è ancora oggetto di indagine e ciò che resta confinato nel territorio delle ipotesi.

Falcone e Borsellino furono uccisi da Cosa nostra in una stagione nella quale la mafia dichiarò guerra allo Stato con una violenza senza precedenti. Su questo la storia giudiziaria ha costruito un patrimonio enorme di verità processuali. Ma il problema delle stragi non si esaurisce nella domanda su chi abbia materialmente premuto il detonatore. Resta quello, più insidioso, sui possibili interessi che potevano convergere attorno alla strategia stragista e sui rapporti che la mafia aveva costruito ben oltre il proprio perimetro criminale.

L’archiviazione del filone mafia-appalti restringe dunque un’ipotesi investigativa, ma non cancella la complessità di una stagione nella quale le bombe fecero saltare non soltanto l’asfalto e il cemento, ma anche molte delle rassicuranti separazioni tra mafia, economia e potere.

A Capaci morirono Falcone, Morvillo e gli uomini della scorta. Cinquantasette giorni dopo, in via D’Amelio, toccò a Borsellino e agli agenti che lo proteggevano. Trent’anni dopo, la giustizia continua a mettere ordine tra carte, responsabilità accertate e piste che non hanno trovato conferma.

È la parte meno spettacolare del lavoro giudiziario, quella che non offre finali cinematografici e non consente di riempire ogni casella vuota. Ma è anche quella che dovrebbe ricordare una cosa elementare: in una democrazia, una pista non diventa una verità perché è suggestiva, così come un mistero non diventa meno serio soltanto perché un fascicolo viene archiviato.

Il capitolo mafia-appalti, dunque, si chiude. Il libro delle stragi, evidentemente, no.

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