6 Settembre 2026, domenica
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Corporate bond high yield USA, il rally non basta: ora la partita si gioca sulla selezione

Il mercato americano chiude il trimestre con il segno più, sostenuto dalla solidità dei bilanci e dalla resilienza dell’economia. Ma spread compressi, volatilità dei tassi e crescente distanza tra emittenti di qualità diversa impongono un approccio sempre più selettivo.

Il mercato dei corporate bond high yield statunitensi archivia un trimestre positivo, ma il dato aggregato rischia di raccontare solo metà della storia. Dietro la performance complessivamente favorevole si sta infatti aprendo una frattura sempre più evidente tra gli emittenti più solidi e quelli maggiormente esposti al rischio di credito.

È questo uno degli elementi centrali dell’analisi di Flavio Carpenzano, Asset Class Lead Fixed Income per Europa e Asia di Capital Group, secondo cui il quadro per l’high yield americano resta costruttivo, ma richiede oggi una capacità di selezione superiore rispetto al passato. I fondamentali societari rimangono robusti e la domanda degli investitori continua a sostenere il mercato; al tempo stesso, però, le valutazioni appaiono più tirate e la volatilità dei tassi resta un fattore da monitorare.

Un trimestre in positivo, nonostante le turbolenze

Il percorso non è stato lineare. La correzione registrata tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo non ha impedito al comparto high yield di chiudere il trimestre in territorio positivo, in sintonia con le principali asset class rischiose.

A sostenere il mercato è stata soprattutto la progressiva compressione degli spread, che segnala una rinnovata propensione degli investitori ad assumere rischio di credito. Le tensioni geopolitiche, dalle vicende in Medio Oriente ai timori per eventuali interruzioni delle spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, non sono scomparse, ma sembrano avere lasciato spazio a una lettura più focalizzata sulla tenuta dell’economia americana.

A fare da contrappeso alle incertezze di breve periodo sono infatti la resilienza del mercato del lavoro statunitense e la solidità dei bilanci aziendali, due elementi che continuano a offrire sostegno al comparto.

Per la seconda metà dell’anno, Capital Group mantiene quindi una lettura favorevole sull’high yield USA, anche grazie alla possibilità che la crescita degli utili e la tenuta dell’economia continuino a sostenere la capacità delle imprese di onorare il proprio debito.

Il margine di sicurezza, tuttavia, si è ridotto. Spread più compressi significano valutazioni meno convenienti, mentre l’incertezza sul percorso dei tassi d’interesse continua a rappresentare una fonte di volatilità per il mercato obbligazionario.

La vera novità è la dispersione

È però nella dinamica degli spread che emerge il segnale più interessante per gli investitori.

Dalla metà di aprile, infatti, la distanza tra le diverse fasce di qualità creditizia si è ampliata. I titoli con rating CCC, collocati nella parte più rischiosa dell’universo high yield, hanno registrato un allargamento degli spread sia in termini assoluti sia relativi. Al contrario, i bond con rating BB e B hanno continuato a beneficiare di una progressiva riduzione degli spread.

Il risultato è un mercato che, osservato nel suo complesso, appare vicino ai livelli di inizio anno, ma che al suo interno racconta una storia molto meno uniforme. Gli emittenti di qualità inferiore hanno infatti evidenziato una performance significativamente più debole.

Ed è proprio qui che, secondo Carpenzano, si concentra il messaggio più importante per la gestione del credito: “La selezione del credito sta diventando sempre più importante” in un contesto caratterizzato da una maggiore dispersione degli spread.

In altre parole, l’esposizione indiscriminata all’high yield rischia di non essere più sufficiente. Diventano decisivi la qualità dell’emittente, la capacità di generare flussi di cassa, la sostenibilità dell’indebitamento e, soprattutto, la struttura del capitale.

La compressione degli spread, dunque, non elimina il rischio: lo rende più selettivo.

L’intelligenza artificiale entra nel mercato del credito

Un altro fenomeno destinato a modificare la fisionomia del mercato è la crescente presenza di emissioni legate all’high-performance computing, vale a dire alle infrastrutture di calcolo ad alte prestazioni necessarie per sostenere la rapida espansione dell’intelligenza artificiale.

Il tema non è più soltanto tecnologico. Sta assumendo un peso crescente anche nei mercati obbligazionari. Secondo il Midyear Outlook di J.P. Morgan, nel periodo considerato queste emissioni hanno rappresentato circa il 41% delle emissioni nette high yield da inizio anno.

Una concentrazione che offre opportunità, ma introduce anche nuovi interrogativi. La crescita delle infrastrutture dedicate all’AI sta infatti alimentando importanti esigenze di finanziamento, creando un nuovo bacino di emissioni corporate. Ma la velocità di espansione del settore impone di distinguere tra modelli di business sostenibili e strutture finanziarie che potrebbero diventare più vulnerabili nel caso in cui le aspettative di crescita dovessero ridimensionarsi.

Capital Group mantiene per questo un approccio selettivo, privilegiando gli emittenti sostenuti da grandi hyperscaler con rating investment grade e caratterizzati da strutture di capitale che, nel tempo, possano essere rifinanziate su mercati obbligazionari più stabili.

È un approccio che punta a beneficiare della crescita strutturale legata all’AI senza assumere in modo indiscriminato il rischio derivante da un settore ancora in forte evoluzione.

Prudenza e gestione attiva tornano al centro

Il quadro che emerge è quindi tutt’altro che negativo, ma neppure assimilabile a un mercato in cui il rendimento possa essere ottenuto semplicemente aumentando l’esposizione al rischio.

La view di Capital Group resta costruttiva, ma prudente. Da un lato, la liquidità ancora presente nei portafogli e la componente di corporate bond investment grade possono offrire un certo margine di protezione nel caso di un nuovo allargamento degli spread. Dall’altro, la compressione delle valutazioni e l’aumento della dispersione rendono meno interessante un approccio puramente passivo al comparto high yield.

La conseguenza è un ritorno in primo piano della gestione attiva. In un mercato in cui i titoli non si muovono più tutti nella stessa direzione, la capacità di individuare gli emittenti con fondamentali solidi e di evitare quelli maggiormente esposti a un deterioramento finanziario può diventare una fonte di rendimento, oltre che uno strumento di controllo del rischio.

Il punto, in definitiva, non è tanto chiedersi se l’high yield americano abbia ancora spazio per salire. È capire quali crediti abbiano ancora un adeguato rapporto tra rischio e rendimento.

Perché in una fase di spread compressi e crescente dispersione, il mercato può anche continuare a offrire opportunità. Ma non necessariamente a tutti gli emittenti, né allo stesso prezzo.

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