5 Agosto 2026, mercoledì
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Dazi sotto accusa: 25 Stati sfidano Trump in tribunale

Coalizione democratica contro le nuove tariffe su merci da 60 Paesi: “Abuso di potere per aggirare le bocciature della Corte Suprema”. Chiesto lo stop immediato e il rimborso dei tributi.

Negli Stati Uniti si riaccende lo scontro sui dazi commerciali imposti da Donald Trump, con un fronte istituzionale che passa dalle dichiarazioni alla battaglia legale. Venticinque Stati a guida democratica hanno infatti avviato un’azione congiunta contro l’amministrazione federale, contestando la legittimità delle nuove tariffe — pari al 10% e al 12,5% — applicate a beni provenienti da circa 60 Paesi partner.

Al centro del ricorso, depositato presso la giustizia federale, c’è l’accusa di un uso distorto dei poteri presidenziali in materia commerciale. Secondo i procuratori generali degli Stati coinvolti, le nuove misure tariffarie rappresenterebbero un tentativo di aggirare decisioni già sfavorevoli arrivate sia dalla Corte Suprema sia dalla Corte per il commercio internazionale, che in precedenza avevano bocciato analoghe iniziative.

La richiesta è netta: bloccare e annullare immediatamente i dazi, dichiarandoli illegittimi, e disporre il rimborso delle somme già versate. Un doppio obiettivo che, oltre all’impatto economico diretto, mira a ridefinire i confini dell’autorità esecutiva in materia di commercio internazionale.

Secondo quanto sostenuto nell’atto legale, si tratterebbe del terzo tentativo dell’amministrazione Trump di mantenere in vita una politica tariffaria controversa, questa volta facendo leva su un diverso strumento normativo. In particolare, gli Stati denunciano un ricorso improprio alla Sezione 301 del Trade Act del 1974, una disposizione pensata per contrastare pratiche commerciali sleali ma che, a loro avviso, verrebbe qui utilizzata in modo estensivo e non giustificato.

La causa si inserisce in un contesto politico ed economico già fortemente polarizzato, dove la politica dei dazi continua a essere uno dei punti più divisivi. Da un lato, l’amministrazione rivendica la necessità di difendere gli interessi economici nazionali; dall’altro, cresce il fronte di chi vede in queste misure un pericoloso precedente sul piano istituzionale, oltre che un fattore di instabilità per il commercio globale.

Ora la parola passa ai tribunali, chiamati a stabilire non solo la legittimità delle tariffe, ma anche fino a che punto un presidente possa spingersi nel ridefinire unilateralmente le regole del commercio internazionale.

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