3 Ottobre 2026, sabato
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Braccialetto elettronico per i genitori di Martina: la linea sottile tra dolore e diritto

Dopo l’omicidio della 14enne ad Afragola, il giudice dispone il divieto di avvicinamento alla famiglia dell’ex fidanzato. La difesa: “Non minacce, ma parole nate dalla disperazione”

Un provvedimento che riaccende il dibattito sul confine tra reazione emotiva e responsabilità penale. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli Nord, Stefania Amodeo, ha disposto il divieto di avvicinamento e l’applicazione del braccialetto elettronico per Marcello Carbonaro ed Enza Cossentino, genitori di Martina Carbonaro, la 14enne uccisa nel maggio 2025 ad Afragola dall’ex fidanzato Alessio Tucci, reo confesso.

Le misure cautelari arrivano nell’ambito di un’indagine che vede i coniugi accusati di aver rivolto minacce alla famiglia del giovane responsabile del delitto. Secondo quanto stabilito dall’autorità giudiziaria, il provvedimento è finalizzato a impedire qualsiasi contatto o avvicinamento tra le due famiglie, in un contesto segnato da forte tensione emotiva e mediatica.

La decisione, tuttavia, incontra la ferma opposizione della difesa. L’avvocato Sergio Pisani, legale dei coniugi Carbonaro, pur dichiarando rispetto per l’ordinanza, ne contesta radicalmente l’impianto giuridico. “Le condotte contestate – afferma – non configurano una minaccia penalmente rilevante. Le frasi estrapolate dagli atti non erano accompagnate da comportamenti idonei a intimidire o a comprimere la libertà altrui”.

Secondo il legale, si tratterebbe piuttosto dell’espressione di un dolore estremo: “Parole pronunciate da un padre devastato, in uno stato di profonda alterazione emotiva. Uno sfogo umano, non un atto intimidatorio”.

Pisani richiama inoltre un orientamento consolidato della Corte di Cassazione, secondo cui la minaccia non può essere valutata esclusivamente sul piano letterale, ma richiede una concreta capacità di incutere timore. “In questo caso – sottolinea – tale elemento è del tutto assente”.

La difesa si prepara ora a ricorrere al Tribunale del Riesame, confidando in una revisione del provvedimento: “Siamo certi che verrà ristabilita una corretta applicazione dei principi di diritto, distinguendo tra una manifestazione di disperazione e una vera minaccia penalmente rilevante”.

Sul fondo resta una vicenda che continua a interrogare l’opinione pubblica: quanto può pesare il dolore di una perdita nella valutazione giuridica delle parole? E dove si colloca il limite tra giustizia e comprensione umana?

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