A cura di Gilberto Borzini
LA RIFLESSIONE
La battaglia politica è solo agli inizi: davanti a noi un anno circa di campagna elettorale asfissiante, aggressiva, prevedibilmente senza esclusione di colpi, una campagna “in crescendo” in cui ogni post e ogni comunicazione vorrà superare le precedenti per visibilità, per visualizzazioni, per polemiche generate, per la conflittualità determinata.
Un crescendo che definisce nell’avverario politico un nemico da battere quando non da abbattere, la cui struttura della comunicazione riverbera in misura preoccupante nelle relazioni individuali e in quelle sociali, sempre meno basate sulla dialettica e sempre più orientate alla violenza anche fisica oltre che verbale.
Oltre gli Anni di Piombo
Lo scenario che si potrebbe delineare entro il corso dell’anno elettorale è quello del ritorno alla violenza più o meno organizzata in capo a specifiche appartenenze e comunità, ma quello che si prefigura non è neppure lontanamente affiandcabile con quelli che sono passati alla storia come Anni di Piombo, perchè gli Anni di Piombo definirono un conflitto sociale apertamente caratterizzato da quella che si poteva chiamare, allora, Lotta di Classe.
Oggi le “classi” sono superate e travolte dal corso dell’economia e al loro posto abbiamo appartenenze e comunità estremamente frastagliate, diffuse e pervasive.
Vi sono comunità religiose e etniche, economiche e sociali, territoriali o generazionali che incrociano trasversalmente l’intero sistema sociale, ognuna delle quali in grado di avviare percorsi di aperta contestazione e di violenza nei confronti di altre comunità ritenute, a ragione o torto, antagoniste.
Stato debole, comunità coese
Lo Stato, in questo scenario, si presenta debole e poco credibile.
Esautorato nella credibilità e nell’autorevolezza da una classe politica a dir poco raffazzonata, da un governo insipiente, da una magistratura apparentemente orientata e non raramente disorientante nei giudizi, da un’idea di controllo del territorio che scivola con troppa facilità nell’autoritarismo violento, nelle menzogne ripetute, nei depistaggi, nella disinformazione eletta a ragion di Stato.
E su questa debolezza istituzionale si rinforzano le comunità violente, le incontrollate “stese” comorriste, il confronto armato tra “gang” rivali, le rivendicazioni urlate di comunità trascurate
In quella debolezza istituzionale si rinforza l’insicurezza percepita dal cittadino, l’idea della fragilità divenuta sistema, la disappartenenza rispetto alla comunità nazionale vissuta come distante e disinteressata.
In quella debolezza cresce il disagio economico, la frustrazione della precarizzazione, e si fa rivolta, si afferma aggressiva identificando nello Stato prima e negli “altri” poi il nemico che assilla e oppprime, che vieta e nega, che impedisce e tarpa.
Duello, non elezioni
I treni assaliti per invadere le riviere “borghesi” dei laghi lombardi, le bottigliate e le rapine fuori dalle discoteche, gli assalti nelle stazioni e nelle metropolitane sono sintomi manifesti di un disagio crescente che si afferma attraverso la violenza.
Se a questi sintomi aggiungiamo il linguaggio aggressivo e violento della propaganda politica ecco allora che il prossimo confronto elettorale potrebbe divenire un duello tra chi sta con l’uno e chi sta con l’altro. Un duello, non un’elezione. Un duello in cui chi vince prende tutto, con l’intento di non lasciare spazi perseguibili all’avversario. Così le forme del disagio saranno rapidamente canalizzate in protesta politica e in aperta sovversione, in una conflittualità estesa e permanente, in una sorta di guerriglia urbana dove tutti sono contro tutti. Perché il crescendo punta all’esasperazione e l’esasperazione richiede soluzioni drastriche, drammatiche e definitive.
Il fascismo del secolo scorso seguì esattamente il medesimo percorso.
