La sicurezza non può diventare terreno di propaganda né, tantomeno, un paravento dietro cui nascondere fallimenti politici. È questo il cuore dell’intervento di Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che interviene con toni netti sulle violenze avvenute a Bologna e sulle responsabilità del governo.
Appendino respinge con decisione ogni tentativo di accostare il Movimento 5 Stelle agli scontri: una lettura che definisce strumentale e funzionale a distogliere l’attenzione da quello che considera il vero nodo politico. “La destra – sostiene – non può continuare a promettere città più sicure e poi consegnare ai cittadini un quadro opposto dopo quattro anni di governo”.
Nel suo ragionamento, la sicurezza è un tema strutturale, che richiede investimenti, competenze e visione. Non basta aumentare la pressione repressiva: servono più agenti, meglio retribuiti e adeguatamente formati, ma anche un approccio integrato capace di affrontare situazioni complesse, come quelle legate a crisi psichiatriche. In questo senso, Appendino richiama la propria esperienza da sindaca di Torino, dove furono introdotte linee guida specifiche per la Polizia Municipale nei casi di TSO, accompagnate da percorsi formativi con psicologi e psichiatri.
Accanto all’intervento operativo, la deputata insiste sulla necessità di lavorare sulle cause profonde dell’insicurezza: il disagio sociale, le periferie trascurate, le tensioni che maturano lontano dai riflettori e che esplodono quando ormai è troppo tardi. Una strategia che, nelle sue parole, deve essere “seria e pragmatica”, lontana da semplificazioni e slogan.
Non manca un passaggio sul contrasto ai gruppi violenti, inclusi gli ambienti anarchici, che Appendino afferma di aver affrontato anche a costo personale durante il suo mandato amministrativo. Ma il punto centrale resta un altro: separare nettamente la responsabilità politica dalla violenza di piazza. “I fatti di Bologna – sottolinea – non hanno nulla a che vedere con il Movimento 5 Stelle”.
Al centro della polemica c’è anche il caso di Abderrahim Fakir, morto durante un intervento delle forze dell’ordine. Appendino richiama l’attenzione sulla dinamica e sulle circostanze della morte, sottolineando come l’uomo avesse chiesto aiuto per diversi minuti mentre era immobilizzato. “È di questo che dovremmo discutere oggi: di come evitare che accada ancora”, afferma, rivendicando il diritto – e il dovere – di chiedere chiarezza.
Particolarmente critico il riferimento alla prima applicazione in Italia dello “scudo penale” introdotto dal governo proprio in questo caso: un elemento che, secondo la deputata, impone una riflessione politica e istituzionale profonda. La richiesta è esplicita: verità e giustizia non possono essere considerate un attacco alle forze dell’ordine, ma rappresentano “il minimo indispensabile quando un uomo muore nelle mani dello Stato”.
Dal terreno della sicurezza a quello industriale, Appendino interviene anche sulla vertenza Electrolux, rilanciando l’allarme per il futuro dei lavoratori. Il piano che l’azienda presenterà a ottobre, avverte, non potrà limitarsi a una revisione marginale dell’attuale proposta, che prevede 1.700 esuberi e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi.
La posizione del Movimento 5 Stelle è chiara: nessun licenziamento, tutela di tutti i siti produttivi e un piano di investimenti credibile su produzione e occupazione. La disponibilità al dialogo manifestata dall’azienda, secondo Appendino, non è sufficiente a garantire questi obiettivi.
Nel mirino finisce anche il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, chiamato a esercitare una pressione più incisiva. “Non può permettersi di allentare la presa”, afferma la deputata, ribadendo l’impegno del M5S a restare al fianco dei lavoratori.
Due fronti diversi, sicurezza e lavoro, ma un’unica linea politica: meno narrazione e più responsabilità. È su questo terreno che Appendino prova a spostare il confronto, sfidando il governo a rispondere nel merito delle questioni aperte.
