A cura di Gilberto Borzini
LA RIFLESSIONE
Si assiste ad uno spettacolo fastidioso in cui chi è al servizio dei cittadini tende a percepirsi e ad ergersi come giudice, arbitro e proprietario della morale, dei destini, del comportamento, delle scelte, delle abitudini, delle necessità, delle possibilità concesse e delle libertà dei cittadini stessi.
Attraverso sillogismi distorsivi e distorcenti come “non poteva non sapere” si giunge inevitabilmente al preconcetto per cui “gli innocenti sono colpevoli non ancora scoperti”, e persone reclutate in base a pubblici concorsi che da sempre non pescano nelle elite culturali della società, dopo breve addestramento vengono abilitate al fermare, controllare, domandare, vessare, colpire, inseguire, sparare, interrogare, manovrare, coprire, aggiustare, orientare e, a volte, uccidere.
Di mala giustizia i quotidiani esplodono, di magistratura sorprendente la quotidianità ci sommerge, di indagini condotte malamente, preconcettualmente e dozzinalmente la memoria è zeppa, di irrisorie pene attribuite a gentaglia e di pesantissime carcerazioni inflitte a innocenti non si sa più come parlarne e scriverne da tante se ne vengono a conoscere.
Mettici su il gusto e il piacere di alcuni misteri ministerici nell’infliggere sofferenza e soffocamento e ottieni un intero sistema che si regge sulla forza per non collassare su se stesso e la Legge invece di essere Uguale diviene Letale per tutti.
Chi scrive male e chi legge peggio
Difficile dire se siano peggio i legislatori che non sanno scrivere le leggi, al punto da inveire contro chi applica le medesime norme da loro stessi scritte, o i magistrati che dell’interpretazione normativa ne fanno un vanto esponendo il giudicando alla lotteria delle emozioni individuali e alle weltanshaung soggettive del giudicante che giudica nell’intima convinzione che il proprio manifesto preconcetto non valga come tale, che la propria strutturale o ideologica inclinazione non infici e determini il corso processuale.
Scriviamo allora nelle aule di tribunale che “La Lotteria è uguale per tutti” e rendiamo così giustizia all’ingiustizia che in quelle aule regna sovrana grazie alla “lettura delle carte” troppo spesso alternativa rispetto alla concreta realtà delle vicende che in quelle aule si discutono.
La forza e l’arroganza
Una cosa, allora, è la “forza dello Stato”, in cui si debba intendere l’autorevolezza con cui lo Stato viene interpretato e vissuto dalla nazione, dall’insieme dei suoi cittadini, ma se alla forza e all’autorevolezza si sostituisce l’arroganza allora lo Stato è esausto, finito, esaurito, non offrendo più autoevolezza e, di conseguenza, credibilità agli occhi del cittadino, parte costituente della Nazione.
Nell’arrogante si cela l’atteggiamento di chi sa di non poter essere colpito o perseguito, di chi si sente al di sopra dei concittadini, di chi appartiene a una casta, di chi indossa una divisa o una toga, di chi maneggia un’arma, di chi per contratto può esercitare violenza.
E in un paese in cui è sufficiente indossare un camice da bidello per assumere un certo sussiego o fare da portiere a un palazzo per sentirsi parte della casta condominiale, occhieggiando significativamente eventuali intrusi percepiti come sospetti, qualsiasi divisa indossata diviene immediatamente divisiva, separa come tale chi la indossa da chi no, ponendo il primo su un livello significativamente superiore rispetto all’altro.
Così nell’atto di indossare la divisa si indossa l’arroganza del potere che la divisa esprime e la si esercita senza esitazione. Occorre allora riscrivere il sistema, non singole leggi o parti di codici. Necessita riconsiderare il ruolo e la relazione tra Stato e cittadino, tra prevenzione del delitto e rieducazione del reo ben prima di parlare di carcerazione che in ogni modo deve essere l’ultima risorsa possibile e, comunque, da trascorrere in termini di dignità e rispetto dell’individuo. Occorre un progetto di “cultura del diritto e della società”, una scrittura vera e condivisa di un Patto Sociale, di un Contratto che leghi formalmente il cittadino allo Stato e lo Stato al Cittadino e che dal Cittadino venga conosciuto, studiato e sottoscritto al compimento della maggiore età.
Ma serve anche la punibilità degli appartenenti alle Caste, senza la quale nessuna riforma potrà mai assurgere alla credibilità necessaria.
