A cura di Gilberto Borzini
I prestiti richiesti in Italia nel primo semestre dell’anno per “viaggi e vacanze” ammontano a 170 milioni di euro. Valore medio poco più di 5mila euro. Età del richiedente: under 40. Occorre ripensare il modello dei consumi.
Il fenomeno è dilagante e preoccupante.
Se, come abbiamo avuto modo di scrivere recentemente, il “viaggiare” è un placebo di gratificazione per l’autostima, clausola emergente tra i molteplici acquisti possibili di attribuzione valoriale in una società in cui si viene riconosciuti in virtù del proprio potere d’acquisto, l’indebitamento per una vacanza più o meno esotica rappresenta nella sua sintassi più elementare un crollo sistemico delle difese psicologiche individuali, una waterloo dell’autostima, una rinuncia manifesta a definirsi positivamente all’interno delle effettive possibilità offerte dalle proprie condizioni soggettive.
Cinquemila euro rimborsabili in 40 rate significano una cifra modesta, mensilmente affrontabile, ma non è il valore economico in sé quanto il processo di accettazione dell’indebitamento per una fruizione non necessaria, persino superflua, di consumo. Un consumo, oltre a tutto, che diviene rapidamente memoria non essendo conservabile.
Comprendo, ne ho scritto, i meccanismi della gratificazione sociale e personale, di Stima e Autostima che fanno riferimento al consumo di viaggi e vacanze, ma diffido di un modello economico che non distingue più con criterio tra consumo necessario e consumo aleatorio, di un modello che definisce la precarietà soggettiva, e l’insicurezza autopercepita, come strumento fondamentale per ricercare, con pagamento rateale, una riconquista, un’affermazione di Autostima.
Il Modello americano
Un modello molto “americano” in cui il flusso economico dello stipendio serve esclusivamente come fondo di garanzia per accedere a crediti sempre più estesi, dalla rateizzazione della macchina al mutuo per la casa, dalle vacanze all’abbigliamento ad ogni spesa operabile con carta di credito a rateizzazione predeterminata.
Un sistema che offre al Consumo il pretesto della facile e comoda rimborsabilità fino a quando il debitore non collassa sommerso dalle sue proprie operazioni.
Un sistema che stimola il narcisismo del consumatore rendendolo soggetto passivo della propria esistenza, puro termine di comparazione rispetto ai consumi altrui, costantemente in competizione con il proprio ambiente relazionale in una inesauribile gara al consumo più significativo e rilevante.
Negli USA, fonte Trading Economics, il credito al consumo totale negli Stati Uniti è diminuito di 0,18 miliardi di dollari a maggio 2026, dopo un aumento rivisto al rialzo di 20,82 miliardi di dollari ad aprile e al di sotto delle aspettative di mercato per un guadagno di 17,1 miliardi di dollari. Il credito revolving, che include il debito delle carte di credito, è sceso a 1,34 trilioni di dollari da 1,35 trilioni di dollari, indicando un indebolimento del prestito al consumo a breve termine. Nel frattempo, il credito non revolving, che include prestiti auto e prestiti studenteschi, è aumentato a 3,81 trilioni di dollari da 3,80 trilioni di dollari.
Per quanto riguarda l’Italia secondo i dati pubblicati da First CISL negli ultimi nove anni il ricorso ai finanziamenti personali ha registrato una crescita costante, arrivando a superare i 177 miliardi di euro (+ 61,8%), mentre i prestiti complessivi alle famiglie hanno raggiunto 612 miliardi (con una crescita solo del 16,5%).
Il credito al consumo è erogato prevalentemente dalle banche (127 miliardi di euro, pari al 71,5%), ma la quota delle finanziarie è in crescita.
Siamo ancora evidentemente distanti dai “trilioni” del debito privato a stelle e strisce ma la tendenza è avviata e, tra scarso potere d’acquisto, precarietà lavorativa e invisibili “salari giusti”, il modello è palesemente affermato e, grazie all’avidità implicita degli istituti di credito, non potrà che estendersi.
Sobrietà o Consumismo?
Al nocciolo della questione si trova l’irrisolta domanda che poneva Erich Fromm: dobbiamo diventare più umani o più produttivi?
Chi scrive da tempo propone l’Etica della Sobrietà sia come stile di vita che, soprattutto, come modello economico e produttivo, e come proponente della Sobrietà è malvisto dall’intera architettura economica prevalente.
Applicare forme di Consumo critico e consapevole significa anche premiare le produzioni etiche e sostenibili, ridurre gli eccessi produttivi superflui e i relativi inquinamenti, definire individualmente i limiti di consumo all’interno delle possibilità offerte dai propri redditi, tutte cose che a chi vende denaro (questo fanno banche e finanziarie) non garbano affatto.
Chi vende denaro desidera l’espansione continua e costante del consumo e del relativo ricorso al credito, ma forse dietro a quel modello si nasconde un’insensatezza strutturale e sistemica in grado di uccidere la gallina dalle uova d’oro rappresentata dal mercato dei debitori.
Occorre un ripensamento strutturale, occorrono forme culturali di mediazione e modelli politici di redistribuzione che sappiano anche orientare i cittadini ad una maggiore emigliore consapevolezza di consumo.
Occorre un’Etica della Sobrietà.
