29 Giugno 2026, lunedì
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Ponte sullo Stretto, l’accusa del Pd: “Altro che sviluppo, è una scommessa da 13,5 miliardi”

Misiani: “Clima da Totocalcio attorno all’opera simbolo del governo. Intanto il Paese reale resta senza infrastrutture essenziali”

Non un cantiere strategico, ma una scommessa. Non una visione industriale, ma una giocata. È su questa linea di attacco che il Partito Democratico affonda il colpo sul Ponte sullo Stretto, trasformando le intercettazioni dell’inchiesta della Procura di Roma in un caso politico di prima grandezza.

Abbiamo vinto al Totocalcio”. La frase, captata dagli inquirenti, diventa per il senatore Antonio Misiani la sintesi perfetta di un clima che, più che alla pianificazione pubblica, rimanda all’azzardo. Un’esultanza che stride con la dimensione reale della posta in gioco: 13,5 miliardi di euro di risorse pubbliche. Non un premio, ma denaro dei contribuenti. Non una vincita, ma un rischio collettivo.

L’affondo è netto: “Se qualcuno festeggia, il Paese paga”. Una linea che il responsabile economico del Pd rivendica come coerente e di lungo periodo. “Lo denunciamo da anni – sottolinea – ma oggi emerge con una chiarezza persino più evidente: il governo ha scelto di blindare una cifra enorme su un’opera dai contorni incerti, con costi potenzialmente fuori controllo, tempi di realizzazione indefiniti e benefici che restano, ad oggi, più annunciati che dimostrati”.

Il riferimento è anche ai rilievi della Corte dei conti, che sul progetto ha espresso valutazioni critiche. Un passaggio che, nelle parole di Misiani, avrebbe richiesto prudenza e trasparenza. Al contrario, sostiene, la reazione dell’esecutivo avrebbe imboccato una strada opposta. Emblematica, in questo senso, la frase attribuita al ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini – “se i magistrati vogliono la guerra, guerra sia” – riportata negli atti dell’inchiesta.

Per il Pd, non si tratta di uno scivolone verbale, ma della cifra di un metodo: prima si decide l’opera simbolica, poi si delegittima chiunque ne metta in discussione presupposti, numeri e procedure. Un’impostazione che, secondo Misiani, rovescia il rapporto tra politica e controllo pubblico, trasformando le verifiche di legittimità in ostacoli da abbattere.

Ma il punto più tagliente riguarda l’allocazione delle risorse. Perché mentre il dibattito si concentra sul Ponte, esiste un’Italia che resta in attesa. È quella dei pendolari del Mezzogiorno, alle prese con linee ferroviarie lente e spesso a binario unico; dei territori esposti al dissesto idrogeologico, dove ogni stagione di piogge riapre ferite mai sanate; delle reti idriche che disperdono fino al 40-50% dell’acqua; delle scuole e degli ospedali che necessitano di interventi strutturali non più rinviabili.

“In tutti questi casi – osserva Misiani – basterebbe una parte delle risorse destinate al Ponte per aprire cantieri subito, con effetti concreti e misurabili sulla vita delle persone”. Opere meno simboliche, ma più utili. Meno spettacolari, ma più urgenti.

Da qui l’accusa politica più pesante: il governo avrebbe consapevolmente privilegiato una bandiera identitaria rispetto a una strategia diffusa di sviluppo infrastrutturale. Una scelta che, secondo il Pd, non è neutra ma segna una precisa gerarchia di priorità: concentrare risorse su un unico progetto ad alta visibilità, rinviando o comprimendo interventi capillari sul territorio.

La richiesta è altrettanto netta: “Serve un atto di verità verso gli italiani”. Tradotto: ammettere che il Ponte sullo Stretto non è solo un’infrastruttura, ma una scommessa politica ed economica ad alto rischio. E aprire, di conseguenza, a una revisione delle scelte di spesa.

Perché, conclude Misiani, la vera partita non è quella evocata nelle intercettazioni. “Qui non c’è nessun Totocalcio. Ci sono soldi pubblici, bisogni reali e un Paese che non può permettersi di perdere”.

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