Un’apertura diplomatica che convive con una realtà militare ancora incandescente. Il cosiddetto “memorandum di Islamabad”, destinato a fissare le condizioni per una de-escalation tra Stati Uniti e Iran, “non è mai stato così vicino alla conclusione”. A rilanciare il segnale di distensione è stato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, con un messaggio pubblicato su X e subito amplificato da Donald Trump, che lo ha ricondiviso sul proprio profilo, alimentando l’attenzione internazionale su un possibile punto di svolta.
Parole, tuttavia, accompagnate da prudenza. “No a speculazioni”, ha precisato lo stesso Araghchi, mentre da più fronti emergono versioni discordanti sui contenuti effettivi dell’intesa, inclusa la questione più delicata: il coinvolgimento indiretto di Israele e l’eventuale cessazione delle operazioni militari nella regione.
A raffreddare gli entusiasmi è arrivata, nelle stesse ore, la notizia diffusa dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom): nella notte le forze americane avrebbero intercettato e abbattuto “diversi droni d’attacco unidirezionali” lanciati dall’Iran. Secondo Washington, i velivoli erano diretti contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale e da settimane epicentro di tensioni crescenti.
Il contrasto tra diplomazia e operazioni sul campo evidenzia la fragilità di qualsiasi ipotesi di tregua. Anche perché il quadro regionale resta altamente instabile. Sul fronte libanese, Israele continua le sue operazioni militari nel sud del Paese, mirando alle postazioni di Hezbollah. Parallelamente, fonti locali riferiscono di attacchi del movimento sciita contro la cosiddetta “zona gialla” istituita da Tel Aviv, con presunti feriti tra i militari israeliani — circostanza, però, non confermata ufficialmente dall’Idf.
A rendere ancora più drammatica la situazione umanitaria è l’ordine di evacuazione immediata diramato dall’esercito israeliano per circa venti villaggi nel sud del Libano, segnale di un possibile ulteriore allargamento delle operazioni.
Nel frattempo, a Washington si guarda anche alle ricadute economiche di una possibile distensione. Il segretario al Tesoro Scott Bessent, intervenuto su Fox News, ha ipotizzato tempi rapidi per una soluzione della crisi, parlando apertamente di un possibile accordo “già nel fine settimana o all’inizio della prossima settimana”. Un esito che, secondo Bessent, avrebbe effetti immediati sui mercati energetici, contribuendo a ridurre i prezzi di petrolio e carburanti, recentemente saliti a causa delle tensioni nello Stretto di Hormuz.
Nonostante le interruzioni e i timori legati al transito marittimo, ha sottolineato il segretario, le forniture globali restano solide e i prezzi avrebbero già iniziato a ridimensionarsi rispetto ai picchi registrati nei giorni scorsi. Un elemento che si inserisce in un quadro economico statunitense giudicato “resiliente”, con segnali positivi sul fronte dell’occupazione privata e un progressivo allentamento delle pressioni inflazionistiche.
Resta però il nodo politico e militare: il memorandum di Islamabad potrebbe rappresentare una svolta, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità delle parti di trasformare le dichiarazioni in atti concreti. In una regione dove ogni segnale di distensione convive con il rischio costante di escalation, la distanza tra tregua e conflitto resta, per ora, estremamente sottile.
