Un’agenda ampia, ambiziosa e politicamente densa. Giorgia Meloni sceglie il palco dell’assemblea di Confcommercio per tracciare le priorità del governo, intrecciando emergenza demografica, pressione fiscale, sostegno alle imprese e legalità. Un intervento costruito con toni determinati e parole d’ordine nette, che però — al di là della retorica — lascia intravedere più di una crepa tra annunci e realtà.
Il punto di partenza è la questione demografica, definita senza esitazioni “una delle più grandi emergenze economiche del Paese”. Non solo identità e continuità culturale, ma soprattutto sostenibilità del sistema sociale: pensioni, welfare, equilibrio intergenerazionale. “Se non invertiamo i dati — avverte la premier — è a rischio la tenuta dello Stato sociale”. Un allarme condiviso da economisti e istituzioni, ma che chiama in causa politiche strutturali ancora lontane dall’essere pienamente efficaci.
Sul fronte economico, Meloni rivendica l’impegno del governo a favore del ceto medio, promettendo ulteriori interventi per alleggerire il carico fiscale. “Non intendiamo fermarci”, assicura, contrapponendo la propria linea a chi propone patrimoniali. La narrazione è chiara: favorire la crescita della ricchezza privata piuttosto che redistribuirla. Resta però aperta la questione delle coperture e dell’impatto reale delle misure finora adottate, che non hanno ancora prodotto quella svolta percepita annunciata più volte.
Ampio spazio anche al tema della legalità economica, con un passaggio dai toni particolarmente duri contro le attività “apri e chiudi”. La presidente del Consiglio rivendica la chiusura d’ufficio di 24mila esercizi accusati di evasione fiscale, spesso — sottolinea — riconducibili a imprenditori stranieri. “L’Italia non è la Repubblica delle banane, qui le regole si rispettano”, scandisce. Una linea che intercetta consenso ma che rischia di semplificare fenomeni complessi, alimentando una narrazione che confonde legalità e appartenenza.
Non manca il riferimento al caro energia e ai carburanti, con la conferma del sostegno all’autotrasporto, anche alla luce delle tensioni internazionali nello Stretto di Hormuz. “Non bisogna avere paura di fare ciò che è giusto”, afferma Meloni, richiamando l’esperienza della pandemia. Anche in questo caso, tuttavia, il governo si muove più in logica emergenziale che con una strategia strutturale capace di mettere al riparo il sistema produttivo da shock ricorrenti.
Capitolo a parte quello dedicato al lavoro femminile e alla natalità. La premier insiste su un messaggio politico e culturale: i figli non devono essere un ostacolo alla carriera. Rivendica gli interventi su congedi, asili nido e decontribuzione, ma ammette che il problema è anche culturale. Un riconoscimento importante, che però evidenzia implicitamente i limiti di politiche che, da sole, non riescono a invertire un trend consolidato.
Infine, il tributo a Confcommercio, definita “colonna del sistema Italia” e motore dell’economia reale. Un passaggio quasi obbligato, che rafforza il legame tra governo e rappresentanze produttive.
Nel complesso, l’intervento restituisce l’immagine di un esecutivo determinato a presidiare più fronti contemporaneamente, ma anche incline a una comunicazione che privilegia l’efficacia del messaggio rispetto alla verifica dei risultati. Perché se fare propaganda è relativamente semplice, governare — soprattutto in una fase storica complessa — richiede coerenza, visione e una classe dirigente all’altezza delle sfide. E su questo terreno, al di là degli slogan, le risposte restano ancora parziali.
