Una trama che attraversa l’Italia, dal Piemonte alla Campania, passando per la Lombardia. E che torna a interrogare la tenuta del sistema dei bonus edilizi. È l’ennesimo capitolo delle frodi legate al Superbonus 110%, quello portato alla luce dalla Guardia di Finanza di Torino, che ha eseguito un sequestro preventivo da circa 7 milioni di euro su disposizione del gip del Tribunale, su richiesta della Procura del capoluogo piemontese.
Al centro dell’indagine, una società edile torinese accusata di aver costruito, almeno secondo l’impianto investigativo, un castello di crediti fiscali inesistenti. Il meccanismo sarebbe stato tanto semplice quanto redditizio: fatture emesse per lavori mai eseguiti, asseverazioni tecniche compiacenti e crediti d’imposta generati dal nulla, poi immessi nel circuito economico.
Il sistema: lavori fantasma e crediti “gonfiati”
Nel mirino degli inquirenti ci sono interventi di efficientamento energetico e riduzione del rischio sismico — Ecobonus e Sismabonus — formalmente riferiti a un condominio di Torino. Sulla carta, cantieri attivi e opere certificate; nella realtà, secondo gli investigatori, nessun lavoro sarebbe mai stato eseguito.
È su questa discrepanza che si sarebbe innestato il sistema fraudolento: documentazione tecnica falsa o alterata, fatture per operazioni inesistenti e la conseguente creazione di crediti fiscali fittizi. Un circuito che avrebbe consentito di monetizzare benefici pubblici senza alcun riscontro reale.
Le indagini e i profili coinvolti
L’attività investigativa, condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Torino insieme alla Sezione di polizia giudiziaria presso la Procura, ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di cinque persone.
Oltre all’amministratore di fatto della società, risultano coinvolti quattro professionisti: due architetti torinesi, un ingegnere con base a Milano e un commercialista operante nell’area di Napoli Nord. Le accuse, a vario titolo, sono pesanti: truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio.
Alla società, inoltre, viene contestata la responsabilità amministrativa derivante dai reati commessi nel suo interesse, un profilo che potrebbe aprire a ulteriori conseguenze sul piano patrimoniale e interdittivo.
Un fenomeno che supera i confini locali
L’inchiesta torinese si inserisce in un quadro più ampio, quello delle frodi seriali legate ai bonus edilizi, che negli ultimi anni hanno mostrato una capacità di diffusione trasversale, coinvolgendo professionisti, imprese e intermediari finanziari lungo tutta la Penisola.
Un quadro che la redazione de La Notte ha iniziato a raccontare ben prima che il fenomeno emergesse in tutta la sua portata. In più articoli, frutto di un lavoro di giornalismo d’inchiesta, abbiamo documentato l’esistenza di una possibile rete criminale articolata da Sud a Nord, capace di replicare schemi operativi simili in contesti diversi. Un lavoro che non è rimasto senza conseguenze: alla nostra redazione sono arrivate anche diffide, segno evidente della delicatezza e della rilevanza degli interessi toccati.
Il nodo dei collegamenti
Resta ora da chiarire se l’indagine torinese rappresenti un episodio isolato o se, al contrario, si inserisca in quel sistema più ampio che abbiamo già descritto. Al momento, non vi sono elementi ufficiali che consentano di collegare direttamente i due filoni.
Ma un dato appare evidente: la ripetizione di schemi, la distribuzione geografica dei soggetti coinvolti e la natura delle operazioni contestate suggeriscono un modello che potrebbe andare oltre il singolo caso.
È su questo terreno che continueremo a indagare. Perché dietro i numeri — sette milioni di euro sequestrati — si intravede una questione ben più ampia: quella della vulnerabilità dei meccanismi pubblici di incentivo e della capacità delle organizzazioni fraudolente di sfruttarli su scala nazionale.
