17 Maggio 2026, domenica
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Iran-Usa, nuovo strappo sul nucleare: tensione alle stelle, petrolio in rialzo

Teheran respinge il piano americano, Donald Trump minaccia il controllo sull’uranio. Benjamin Netanyahu rilancia sull’ipotesi di caduta del regime. L’Europa si muove tra diplomazia e sicurezza nello Stretto di Hormuz

Il negoziato sul nucleare iraniano si arena ancora una volta, lasciando spazio a un’escalation di dichiarazioni e a nuove fibrillazioni sui mercati energetici globali. La risposta di Teheran al piano statunitense viene bocciata senza mezzi termini da Donald Trump: “Non mi piace, è inappropriata”. Parole che segnano una linea dura e rilanciano la strategia di pressione americana, mentre Washington continua a monitorare da vicino le scorte residue di uranio arricchito della Repubblica islamica.

Il presidente americano si spinge oltre, evocando uno scenario di intervento diretto: gli Stati Uniti, afferma, “a un certo punto” potrebbero arrivare a impossessarsi di quel materiale sensibile. Una dichiarazione che pesa come un macigno sugli equilibri già fragili della regione e che trova immediata eco sui mercati: il prezzo del petrolio balza di oltre il 3%, segnalando la crescente inquietudine degli investitori per un possibile deterioramento della sicurezza energetica globale.

Sul piano politico, la giornata odierna vede riuniti a Bruxelles i ministri degli Esteri dell’Unione europea, chiamati a tentare una difficile mediazione tra le parti. Ma è sul fronte della sicurezza che si registrano i movimenti più concreti: Parigi e Londra guideranno nelle prossime ore un vertice dei ministri della Difesa di circa quaranta Paesi disponibili a contribuire a una missione per la protezione dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico mondiale di petrolio.

Nel frattempo, da Israele arriva una presa di posizione destinata ad alimentare ulteriormente il confronto. Il premier Benjamin Netanyahu non esclude la possibilità di un crollo del regime iraniano, definendolo un evento che potrebbe innescare un effetto domino su tutta la rete di alleanze regionali di Teheran. “Come un’impalcatura che cede”, osserva, indicando nel venir meno del sostegno iraniano la possibile dissoluzione di gruppi come Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e gli Houthi movement in Yemen.

Intervistato dalla rete americana CBS, Netanyahu mantiene tuttavia una cautela formale: “È possibile? Sì. È certo? No”. Una prudenza che non attenua però la portata delle sue parole, soprattutto quando denuncia il continuo sostegno iraniano alla produzione di missili balistici da parte dei suoi alleati regionali.

Il leader israeliano punta il dito anche contro la Cina, accusata di fornire componenti utili allo sviluppo dell’arsenale missilistico iraniano. Un’accusa significativa, che inserisce Pechino nel già complesso scacchiere geopolitico e aggiunge un ulteriore livello di tensione internazionale.

Non meno rilevante è il passaggio sugli aiuti militari americani a Israele: circa 3,8 miliardi di dollari annui, secondo Netanyahu. Una cifra che il premier dichiara di voler progressivamente azzerare. “È il momento di imparare a farne a meno”, afferma, delineando un orizzonte di autonomia strategica nell’arco del prossimo decennio.

Intanto, sul fronte europeo, la preparazione della missione nello Stretto di Hormuz entra nel vivo. Il ministro della Difesa britannico John Healey, che presiederà la riunione insieme all’omologa francese Catherine Vautrin, chiarisce l’obiettivo: passare dalle parole ai fatti. Non solo coordinamento, ma capacità operativa concreta per garantire la sicurezza di una delle arterie energetiche più vitali del pianeta.

In questo contesto, il mancato accordo tra Washington e Teheran non è solo un fallimento diplomatico: è il segnale di una crisi che si allarga, coinvolgendo attori globali e regionali, con ricadute immediate sull’economia e potenziali conseguenze di lungo periodo sugli equilibri internazionali.

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