16 Agosto 2026, domenica
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Hormuz, tregua fragile tra diplomazia e attacchi: Trump congela “Project Freedom” mentre una nave francese finisce nel mirino

Il presidente Usa annuncia una sospensione temporanea della missione di scorta nel Golfo: “Progressi verso un accordo con Teheran”. Ma nello Stretto cresce la tensione: colpito un cargo, feriti tra l’equipaggio

A poche ore dall’avvio di “Project Freedom”, l’operazione militare con cui gli Stati Uniti puntavano a garantire corridoi sicuri alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, arriva una brusca inversione di rotta. Il presidente americano Donald Trump ha annunciato una sospensione “breve” dell’iniziativa, rimescolando ancora una volta gli equilibri già instabili della crisi nel Golfo.

La decisione, comunicata attraverso la piattaforma Truth, sarebbe stata presa “di comune accordo” con diversi partner internazionali, tra cui il Pakistan, e alla luce di quelli che Trump definisce “grandi progressi” verso un’intesa complessiva con l’Iran. Un segnale che apre uno spiraglio diplomatico dopo settimane di tensioni crescenti, pur mantenendo intatto il dispositivo di pressione economica: il blocco statunitense dei porti, infatti, resta pienamente operativo.

Diplomazia in bilico

La sospensione arriva in un momento delicato, segnato da continui incidenti e da una tregua sempre più precaria. Washington, attraverso il segretario di Stato Marco Rubio, ha ribadito l’invito a Teheran a “fare una scelta sensata” e a imboccare la strada del dialogo. Dall’altra parte, la risposta iraniana resta dura: le autorità rivendicano il “fallimento degli Stati Uniti nel raggiungere i propri obiettivi”, segnalando quanto sia ancora ampia la distanza tra le parti.

A rafforzare il fronte diplomatico si inserisce anche la Cina. Il ministro degli Esteri Wang Yi, incontrando a Pechino il suo omologo iraniano Abbas Araghchi, ha espresso “profondo rammarico” per un conflitto che si trascina da oltre due mesi e ha chiesto con forza un cessate il fuoco totale. È la prima visita di Araghchi in Cina dall’inizio delle ostilità, esplose il 28 febbraio con il coinvolgimento diretto di Stati Uniti e Israele: un passaggio che evidenzia il ruolo crescente di Pechino come possibile mediatore.

Il mare resta un fronte aperto

Nonostante i segnali di disgelo, lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei punti più caldi del pianeta. Proprio mentre si discute di tregua, una nave portacontainer della compagnia francese CMA CGM, identificata da diverse fonti come la “San Antonio”, è stata colpita da un attacco.

L’episodio ha provocato danni all’imbarcazione e feriti tra l’equipaggio, successivamente evacuati e assistiti. Secondo le prime ricostruzioni, si tratterebbe di marittimi di nazionalità filippina. Le dinamiche dell’attacco restano ancora poco chiare, ma confermano l’elevato livello di rischio per il traffico commerciale nell’area.

A fornire un quadro più ampio è la United Kingdom Maritime Trade Operations (Ukmto), che monitora la sicurezza marittima nella regione: dall’inizio del conflitto sono stati registrati 46 incidenti nel Golfo Persico, di cui oltre la metà classificati come veri e propri attacchi. L’ultimo, avvenuto nella serata del 5 maggio, ha visto un cargo colpito da un proiettile “di origine sconosciuta”.

Tra negoziati e rischio escalation

Il congelamento di “Project Freedom” appare dunque come una mossa tattica: un tentativo di guadagnare tempo sul piano diplomatico senza abbassare del tutto la guardia sul fronte militare. Ma la realtà sul campo racconta una situazione ben più instabile, in cui ogni incidente rischia di far deragliare i negoziati.

Il Golfo resta sospeso tra due traiettorie opposte: da un lato la possibilità di un accordo storico tra Washington e Teheran, dall’altro il pericolo concreto di un’escalation che potrebbe coinvolgere l’intera regione e colpire uno dei nodi strategici del commercio globale. In mezzo, le rotte marittime di Hormuz, dove ogni nave continua a navigare sul filo dell’incertezza.

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